Nazeraj. Della morte dell’Orso ovvero della nascita di un nuovo essere

Stato d'Animo (2013)2 __ foto di Valentina Scaletti

Nato in Albania nel 1982, Erjon Nazeraj si diploma nel 2001 in scultura a Fier e nel 2007 all’Accademia di Bologna. L’esperienza migratoria che affronta come tanti connazionali lo lega alla casa d’origine e si dispone su tutta la sua produzione con percorsi fatti di prove, di frontiere, di limiti varcati con inevitabili perdite. Trasferitosi definitivamente in Italia, lotta per la tutela della sua identità e nel 2007 tiene in un bosco una performance durante la quale fuoriesce nudo da un nido appeso a un albero: un modo per liberarsi dai dettami accademici che dall’Albania fino a quel momento lo avevano vincolato. Il suo corpo entra in stretta relazione con la Natura e diviene viatico purificatore per il cambiamento. Nel video Rinascita, l’artista e l’azione scompaiono, rimane il roteare del nido in lana di ferro, che oscilla lentamente sullo sfondo di una natura selvaggia e abbandonata, senza che nessuna presenza umana faccia da testimone alla debolezza biologica della materia.

È il linguaggio del cambiamento che descrive un mondo che scompare, la morte di un bruco e la nascita di una farfalla, come la vicenda della scultura di marmo travertino del 2007 che vede un Orso Polare vitale e fiero, reclamare la sua esistenza, con “la gioia perfetta di ogni muscolo, di ogni giuntura, di ogni tendine, poiché questo era il contrario della morte, era ardore e violenza, si esprimeva nel movimento, nello sfrecciare esultante sotto le stelle e sopra le cose morte e immobili” (Il richiamo dalla foresta, Jack London). Ma il tempo di primordiale libertà è terminato e se per l’uomo, forse, non è mai esistito, anche per l’orso non esisterà più. Cinque anni dopo, in occasione della personale Inside|Rinascite (2013), la scultura in questione diviene sostanza d’animale morto. Nazeraj stende l’animale sul fianco con un accompagnamento paterno, delicato e per sempre ne modifica l’aura e cambia il titolo: Stato d’animo (2013). Il rumore sordo espanso dal corpo dell’orso piegato alla gravità, precipita sul marmo agitando luci e ombre, che poi s’acquietano su spazi nuovi e sulle forme che hanno ora i contorni della mancanza.

L’artista albanese fa proprie le vicende mondiali con la ceramica e con il travertino spugnoso, sorta d’estensione epidermica e assorbe profusioni d’intolleranza che occupano i pori del marmo sensibile e che ne infettano l’essenza fino a modificarne la presenza. Qui si tratta di fuggire a una visione consolatoria e divertente dell’arte, di quella che fruiamo. È la necessità di sentire il dolore della sconfitta, di non cercare attributi bionici di comodo, per il semplice sentire d’essere vivi. La nostra era pretende l’adattabilità e tra questa pretesa e il compimento c’è l’incolmabile oblio nel quale infiniti crolli si disperdono nel buio. Uno di questi è dell’orso polare. L’artista non pensa alla contaminazione tecnologica, ma all’unione con la natura, a entrare nei suoi spazi e assorbirne la vitalità, prenderne le forme, dare sostanza al meticciamento per sentire l’universalità del farne parte. Una carica energetica, un vero vigore esistenziale smuove nelle sculture di Nazeraj una corrente turbolenta che dall’interno imponderabile della materia s’allunga verso la superficie, favorendo l’adattamento ai nuovi territori. Le sue ceramiche, ovvero i pezzi anatomici allotropici, i cervelli e i cuori soprattutto, isolati nel cosmo della loro essenza, ascoltano l’interno della materia reagendo alla difficile rielaborazione.

La trasformazione di Nazeraj sviluppa l’identità in tutte le sue fasi, preservandola sotto diverse forme dalla minaccia dell’appiattimento cui è normalmente sottoposta. Dal cuore al cervello, l’anatomia del nuovo essere si forma lentamente in Utero Natura, un fagiolo di piombo del 2013, che è un segno di speranza, un ibrido non frutto di progressi ottenuti in laboratorio e perfezionato col bisturi, ma dell’amorevole rapporto con la natura che, ristabilisce quell’equilibrio infranto con la morte dell’orso. Cuori spinosi, cuori di terra. E il centro di propulsione sanguigna diviene seme per un erezione lignea in Rivoluzione: cuore in porcellana del 2013 da cui dei rami si protendono verso una crescita inesorabile e decisa. Il movimento è inarrestabile e frana verso l’alto la sfida dell’artista a porre nuovi modelli di mutazione, affidando alla natura la scelta degli innesti che possano evolversi autonomamente, sostituendo le imperfezioni o quelle parti comunque destinate al deterioramento. Questi organi sono centri biologici e metafore di un cambiamento che dovrebbe essere planetario, per un nuovo statuto umano che superi la dualità uomo macchina, naturale artificiale. Una lunga serie di possibilità sono vagliate da Nazeraj in un’interzona in cui umano e natura interagiscono per costituire una nuova postumanità in cui tutto è Natura.

La dimensione carnale della performance Rinascita è oltrepassata col senso di omogeneità fisica della dimensione simbolica e “immateriale” dei lavori scultorei (Nazeraj ha anche un vasto apparato creativo di disegni). Ne L’Alveare del 2011 sette celle tengono al riparo dei neonati, non ancora in grado di badare a se stessi, che trovano in questo involucro pericoloso la protezione che nella società viene a mancare. Proprio ora che la clonazione non è più fantascienza e le tecnologie per la riproduzione si sono perfezionate, l’uomo deve scegliere l’ibridazione non con la tecnologia per dar vita a un cyborg, ma con la natura per ristabilire i centri emotivi tribali che la multiculturalità migratoria cancella. Nazeraj propone una nuova contaminazione che sia tra uomo e natura, un ibrido privo dei limiti imposti dagli elementi da cui si forma, che sia in grado di vivere nel nuovo mondo e allo stesso tempo essere deposito della speranza per un futuro migliore. L’artista abolisce le divisioni dotando l’uomo di un’estensione universale grazie alla quale mente e mondo si privano delle specifiche identità e si uniscono fondendosi in un’unica altra sostanza.

Dalla morte dell’orso alla formazione di un ibrido c’è un percorso di consapevolezze dolorose da affrontare: una migrazione, un cammino e una ricerca ambivalente di verità risolutive che dovrebbero farci riflettere di più su quali opere capovolgere, individuare quelle infette, gli animali moribondi e restituirne all’aldilà del concettuale il simulacro esistenziale. Esaltare quella forza nefasta del presente, delle migrazioni forzate, quell’inondazione inquinante del consumismo frenetico e subirne il travolgimento per unirsi al mondo, per acquisire la facoltà del sentirsi parte di un grande organismo in cui pelle, memoria, lingua, regole, confini, barriere si sciolgono in un movimento universale dove l’uomo, nella sua piena fondamentale mescolanza d’identità e natura, si annunci in un’arte meno ludica e spensierata, ma più comprensiva e battagliera.

Stato d'Animo (2013) __ foto di Valentina Scaletti

Erjon Nazeraj, Stato d’Animo (2013), foto di Valentina Scaletti

Stato d'Animo (2013)2 __ foto di Valentina Scaletti

Erjon Nazeraj, Stato d’Animo (2013),  foto di Valentina Scaletti

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Erjon Nazeraj, Allotropia, foto di Valentina Scaletti

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Erjon Nazeraj, Rivoluzione, foto di Valentina Scaletti 

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Erjon Nazeraj, L’alveare (2011), foto di Giovanni Amoretti  

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