Nous Autres – conversando con Karin Andersen

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Alla Traffic Gallery di Bergamo Nous Autres – Studi teriografici sul divenire dell’artista tedesca Karin Andersen. Abbiamo incontrato l’artista per conoscerla meglio.

La mostra Nous Autres – Studi teriografici sul divenire è un viaggio nel tuo mondo. Mi piacerebbe sapere come è nata l’idea dell’esposizione, che già dal titolo si propone di indagare un concetto importante come quello del divenire?
La mostra parte da alcuni lavori che sono nati grazie ad alcune mie collaborazioni precedenti con i due curatori Claudia Attimonelli e Vincenzo Valentino Susca:  disegni concepiti per la rivista Les Cahiers Européens de l’Imaginaire (CNRS Editions, Paris, www.lescahiers.eu), di cui Vincenzo Susca è direttore e Claudia Attimonelli redattrice; e un ciclo di visual sviluppati per lo spettacolo teatrale Angelus Novissimus, scritto da Vincenzo Susca e Alain Béhar, andato in scena in Francia con la compagnia “Quasi” nel 2014. Tutti questi lavori, al di là delle loro specifiche tematiche, hanno un’idea di base in comune: l’indagine di una condizione teriomorfa in divenire, metafora di un allontanamento dagli orizzonti fissati dai paradigmi antropocentrici. Inoltre ci sono alcuni lavori recenti della serie Naughty Messy Nature, fotografie e video di piccole sculture organiche plasmate col tempo dalle muffe, che hanno molto a che fare con il concetto di divenire e con il teriomorfismo.

Uno dei temi centrali della contemporaneità è l’ibridazione che nei tuoi lavori è visibile sotto un duplice aspetto. In primis nell’utilizzo di tecniche artistiche differenti e in merito a questo vorrei sapere quale la ragione di questa versatilità e quale importanza riviste per te la contaminazione tra reale e immaginario.
La ragione della multimedialità non è il tentativo di utilizzare più tecniche possibili, non aspiro all’eclettismo, non è un concetto che mi interessa. Mi piace scegliere per ogni lavoro la tecnica più idonea. La scelta della tecnica di un lavoro può sottolinearne il concetto. Ad esempio, l’utilizzo simultaneo della fotografia insieme a tecniche di elaborazione digitale visibilmente graficizzate (e quindi non realistiche) è un mezzo per creare un dialogo fra reale immaginario, fra autentico e fake. Questo ovviamente ha molta importanza nel mio lavoro: non mi interessa l’immaginazione pura senza riferimenti alla realtà o all’attualità, e non mi interessa la realtà priva di incursioni fantastiche. Per dirla con una citazione di Vincenzo Susca, che è diventata il titolo di un’opera in mostra: J’adore danser en danger dans les interstices précaires, adoro ballare in pericolo su fragili interstizi.

Il secondo elemento in cui l’ibridazione è ben visibile riguarda le tue creature. Frutto artistico di un lungo lavoro di ricerca che nel 2003 ha trovato un elaborazione teorica nel libro Animal appeal. Uno studio sul teriomorfismo, scritto insieme allo studioso Roberto Marchesini. Ci potresti spiegare in poche parole la nozione di teriomorfismo?
In realtà la propensione al teriomorfismo l’ho sempre avuta, a partire dai primi  disegni d’infanzia, nei quali non disegnavo praticamente mai umani ma solo figure che si comportavano da umani ma avevano orecchie e code da animale. L’atteggiamento critico nei confronti dell’antropocentrismo invece era già presente nella mia tesi di laurea all’Accademia di Belle Arti, un lavoro su arte ed ecologia, e ha portato in maniera quasi automatica alla mia idea del teriomorfismo: una sorta di ginnastica mentale per uscire dai vincoli autoreferenziali dell’antroposfera e per  denunciare l’atteggiamento scorretto che la maggior parte degli umani ha sviluppato nei confronti del resto della biosfera. L’incontro con Roberto Marchesini è stato importantissimo per allargare i miei orizzonti teorici. Abbiamo scoperto di lavorare nella stessa direzione, ognuno nella sua disciplina. Così abbiamo iniziato a collaborare in maniera trasversale: grazie a lui ho approfondito i presupposti filosofici e scientifici del mio lavoro, mentre lui ha iniziato a far dialogare le sue teorie con il mondo dell’arte contemporanea.

Il corpo nelle tue opere compie mutazioni fisiche e psicologiche ben delineate. In merito a questo ci potresti raccontare come prendono vita le tue creature?
Le opere in genere nascono da una o più fotografie: le faccio a pezzi, le assemblo, ne sviluppo alcuni aspetti in postproduzione digitale, ci disegno e dipingo sopra in digitale, talvolta anche con colori reali. Il mio lavoro non è particolarmente biografico, in genere non ci sono relazioni tra il tipo di trasformazione e la personalità del modello umano di partenza. Ho una predilezione per le orecchie e i nasi, formalmente e concettualmente, ma sono potenzialmente interessata a lavorare su qualsiasi parte del corpo.

Hai mai raccontato delle storie a tuo figlio partendo dalle tue opere? Se si, potresti raccontarci un aneddoto?
Le storie che racconto a mio figlio da quando era molto piccolo non sono ispirate dichiaratamente ai miei lavori. Sono bizzarre vicende a puntate con personaggi molteplici, piuttosto fantascientifiche. Ma ovviamente i personaggi sono tutti animaloidi. E sicuramente qualche contatto tra il mondo dei miei lavori e i mondi raccontati c’è, è inevitabile. Del resto la lettura delle opere da parte di mio figlio è sempre interessante e illuminante. Gli ibridi umano-animale gli sembrano una cosa piuttosto normale. Sicuramente è abituato agli animali antropomorfizzati dei cartoni animati, ma accetta senza problemi anche immagini della sua mamma trasformata in mutante. Ogni tanto scopro che spiega le mie opere in giro per casa ai suoi amici quando vengono a trovarlo, come se fosse una guida in una mostra.

Quali sono i tuoi progetti futuri? Potresti darci qualche anticipazione?
I progetti futuri del momento sono: continuare i lavori a una nuova serie inedita di immagini fotografico-pittoriche, continuare i lavori a un progetto molto grande e impegnativo sul fronte delle immagini in movimento (non posso dire altro). Avere uno studio più grande. Imparare ad andare col monociclo.

Karin Andersen. Nous Autres – Studi teriografici sul divenire
Traffic Gallery, Via San Tomaso 92, Bergamo
2 ottobre 2015 – 4 febbraio 2016

Je te mange, je me mange (dettaglio trittico) 2013 Lambda print cm 52 x 40 edition of 5 + 2 AP Courtesy Traffic Gallery, Bergamo

Je te mange, je me mange (dettaglio trittico), 2013. Lambda print, cm 52 x 40, edition of 5 + 2 AP. Courtesy Traffic Gallery, Bergamo

Naughty Messy Nature 4 2015 Lambda print cm 25 x 25 edition of 5 + 2 AP

Naughty Messy Nature 4, 2015. Lambda print, cm 25 x 25, edition of 5 + 2 AP Naughty Messy Nature 7 2015 Lambda print cm 25 x 25 edition of 5 + 2 AP Courtesy Traffic Gallery, Bergamo

Naughty Messy Nature 7, 2015. Lambda print, cm 25 x 25, edition of 5 + 2 AP. Courtesy Traffic Gallery, Bergamo novissimus4

Novissimus 4, 2015. Lambda pint, cm 50 x 50, edition of 5 + 2 AP. Courtesy Traffic Gallery, Bergamo Novissimus 5 2015 Lambda pint cm 30 x 40 edition of 20 Courtesy Traffic Gallery, Bergamo

Novissimus 5, 2015. Lambda print, cm 30 x 40, edition of 20. Courtesy Traffic Gallery, Bergamo

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Claudia Stritof

Claudia Stritof è laureata in Storia e Tutela dei Beni Artistici all’Università di Firenze, ha poi conseguito la laurea magistrale in Arti Visive presso l’Alma Mater Studiorum di Bologna, in Teoria e Pratiche della Fotografa con una tesi dal titolo "Snapshot: l'identità fotografca nel web 2.0". S'interessa di giornalismo, curatela e fotografia . Ha all’attivo pubblicazioni per cataloghi di mostre e collabora con diverse riviste online di arte, fotografa e design. Ha lavorato con gallerie private e ultimamente ha intrapreso una nuova esperienza come storica dell'arte presso il Polo Museale delle Marche.

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