Nous l’avons tant aimée, la révolution: Alfredo Jaar

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Nous l’avons tant aimée, la révolution rielabora in chiave postmoderna il concetto di opera d’arte totale, presentando ai visitatori un’incredibile costellazione di azioni critiche e identità utopiche dagli anni ’60 agli anni ’80. Si accoglie ogni tipo di materiale, mezzo, tecnica, procedura o associazione sinestetica.

Ogni opera presente in mostra assume inevitabilmente su di sé le caratteristiche della relazionalità, e al contempo rappresenta una delle maniere possibili di posizionare e far funzionare l’arte secondo meccanismi inediti e antagonisti. È tutto questo che permette di raccontare una storia immaginifica di pensiero e rivoluzione. Alfredo Jaar predispone una gigantesca machine à penser in cui il fattore processuale è evidenziato dall’esplicitazione di una precisa filosofia visiva che parte dalla trasformazione dello spazio museale, dalla rottura della sua neutralità. Le condutture dell’aria dipinte in rosso per volere dell’artista, costituiscono il legame spaziale e concettuale che costruisce visivamente l’ambiente espositivo come un manifesto costruttivista. Un nuovo ragionamento s’impone al suo interno.

L’ingresso: la penombra, un prato irregolare di detriti di vetro verde, il suono sordo dei passi ci predispone all’attesa e all’ascolto. Proprio come sembra invitare a fare la lightbox Other people think, in fondo al grande spazio direzionato: la citazione di John Cage messa bianco su nero da Jaar vale come affermazione di un comune sentire artistico ed esalta il valore del silenzio come condizione di straniamento dal contingente, per percepire più profondamente. La scritta di tubi al neon, Nous l’avons tant aimée, la révolution, contemporaneamente opera, titolo della mostra e citazione dal libro dell’attivista Dany Cohn-Bendit, assume effettivamente su di sé il ruolo di aprire e posizionare storicamente il discorso. Ribadisce, con il suo verbo al passato, la necessità di una distanza per comprendere (e giudicare) gli eventi e le evoluzioni della storia. Tuttavia, con la sua evidenza ostensiva, non è detto che l’arte debba comportarsi alla stessa maniera.

Jaar dimostra nel suo immenso impianto concettuale, che opere legate a un particolare momento della storia, hanno ancora la capacità d’innescare una riflessione personale e collettiva e quindi la potenzialità di cambiare il mondo, persona per persona se necessario, nel tempo presente. Lavora proprio in questo senso la relazione fra la video-performance Opus 1981/Andante Desesperado, e la fotografia di Susan Meiselas Sandinista Barricade. Il clarinetto imbracciato dal soldato rivoluzionario sulla barricata, passa nell’opera di Jaar diventando simbolo e segno di ogni rivoluzione e nello specifico della libertà di espressione, del diritto a urlare il proprio dissenso, anche se estenuati ed estenuanti come il suono del clarinetto.

Opera d’arte totale dunque, la quale sembra prendere forma in uno stupefacente diagramma visivo nell’ambiente conclusivo dell’esposizione, liberato dalla fisicità dei detriti, come se si entrasse di diritto nello spazio mentale dell’artista. Jaar arriva a comunicare direttamente e attraverso Debord e Duchamp, Yoko Ono, Hammons, Valie Export, Godard, Meireles, De Dominicis, Mendieta, Penone, Boetti, Kossuth, Clark, Haacke fra gli altri, quella particolare maniera di fare l’arte connessa alla vita e alla sperimentazione soggettiva e sociale, un’arte biopolitica che costruisce una biopolitica dell’arte. Ed è probabilmente questa l’idea di gesamkunstwerk dei nostri tempi.

Nous l’avons tant aimée, la révolution, Alfredo Jaar’s exhibition
Musée d’art contemporain [MAC]
4 Luglio 2015 – 10 Gennaio 2016

03 Other people think

Alfredo Jaar, Other people think. Lightbox con pellicola trasparente in bianco e nero. Credit: Courtesy Thomas Schulte, Berlin, Kamel Mennour, Paris, and the artist, New York

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Nous l’avons tant aimée, la révolution mostra personale di Alfredo Jaar, veduta di insieme dell’installazione espositiva nella sala conclusiva. Courtesy [mac] musée d’art contemporain de Marseille, Marseille and the artist, New York

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Alfredo Jaar, Opus 1981/Andante desesperato, still dalla video-performance, durata: 4:05, 1981. Courtesy the Museum of Modern Art, New York, Kamel Mennour, Paris, and the artist, New York

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Rossella Iorio

Fondatrice e attrice dal 2002 del collettivo Teatri OFFesi di Pescara. Dal 2007 a Roma inizia l’esperienza della tournée di "The Brig" del Living Theatre, che ha portato a una collaborazione biennale con lo storico collettivo, fatta di laboratori e spettacoli presso la sede del teatro a New York e culminata con un viaggio in Palestina e Israele. La formazione nel teatro sociale e politico si è sempre mescolata a quella di storica dell’arte e curatrice. Dal 2015 vive in Francia.

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