Numb Tongue. Intervista con Ryan Mrozowski

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In occasione della sua recente mostra da Arcade a Londra, “Numb Tongue”, abbiamo incontrato Ryan Mrozowski…

Sara Buoso: Ho avuto modo di vedere la precedente mostra collettiva – I Hear You Singing in the Wire – qui, da Arcade Fine Gallery, e questa è una buona occasione per conoscere meglio il tuo lavoro.  So questa essere la tua prima mostra personale nel Regno Unito, con Arcade. Come è nata questa collaborazione e che cosa ti ha portato qui, soprattutto durante questa settimana [durante Frieze Art Fair]?
Ryan Mrozowski: Non ho ancora esposto internazionalmente molto il mio lavoro, ma solo in mostre collettive, quindi questa è la mia prima vera mostra personale in una galleria commerciale al di fuori degli Stati Uniti. La galleria con cui collaboro negli Stati Uniti [On Stellar Rays] conosceva Christian [Mooney, proprietario di Arcade], che ha visto il mio lavoro in una mostra collettiva, a cui è seguita una visita al mio studio la scorsa primavera. Ho semplicemente apprezzato molto il modo in cui ha discusso del mio lavoro e il dialogo che abbiamo instaurato. Il suo programma fornisce certamente un contesto interessante per la mia ricerca artistica.

S.B: Mi incuriosisce il titolo della mostra: Numb Tongue [letteralmente ‘lingua intorpidita’].
R.M: Cerco di pensare mostre in cui la scelta delle opere esposte, possa intendersi quasi come linguaggio, come delle singole parole che, se scritte insieme, (si spera) possano creare frasi poetiche, un significato più complesso di quanto si possa invece trovare nella narrazione di un singolo lavoro. Per me è emozionante giustapporre immagini che inizialmente non suggeriscono una chiara corrispondenza, e ciò si può estendere al titolo della mostra. Per Numb Toungue, mi ha affascinato la suggestione di un linguaggio parlato, impedito dallo sforzo di articolare un’idea, perché il mio lavoro si concentra sulla problematizzazione e interruzione delle immagini. Ad esempio, vi è un dipinto in mostra in cui sono state intenzionalmente omesse alcune parti dell’immagine, così che l’idea di un testo confuso o la difficoltà ad articolare un discorso parlato, sono paralleli alla problematizzazione del linguaggio visivo.

S.B: Posso scorgere dell’ironia in questo senso. È forse una critica il tuo associare ironia al linguaggio?
R.M: Più che una critica, il mio lavoro cerca di complicare la nostra accettazione a comprendere il mondo. Io utilizzo immagini facilmente comprensibili, immagini banali, come cani, uccelli, alberi e fiori. A seconda di come dipingo o di come scelgo di configurare un’immagine incompleta – raddoppiandola od omettendone una parte – questo immaginario ordinario, anche generico, può diventare misterioso e complicato.

S.B: Da quello che ho potuto vedere del tuo lavoro, i tuoi soggetti fanno riferimento alla natura e agli animali. Perché questa decisione?
R.M: L’immagine naturale è il contrappunto dell’artificiale ‘gioco’ pittorico che è la mia pratica. Mi applico attraverso interventi artistici, come oscurare e ritagliare elementi, rivolti ad immagini inalterate di animali e piante. Vi è un ricco linguaggio storico-artistico di artisti che si affacciano al mondo e all’ambiente che li circonda, e da qualche parte dentro di me, c’è il desiderio di partecipare a questa storia della Pittura, sovvertendo le aspettative del paesaggio e della natura morta.

S.B: Nel comunicato stampa, vi è un riferimento al testo di Georges Perec ‘Un uomo che dorme’, che descrive una visione artistica, fluttuando tra apparenze e ombre, insistendo sul termine ‘crescente’. Perché hai pensato a questo testo?
R.M: Spesso ho un’idea in pittura, leggendo romanzi. Mentre lavoravo a questa mostra, stavo leggendo ‘Un uomo che dorme’, che catturava gran parte di ciò mi accade in studio. Spesso lavoro con molti ritagli e frammenti di immagini provenienti da fonti diverse come cataloghi ed enciclopedie sulla vita animale o vegetale. Spesso mi ritrovo con scarti e studi su tutto il pavimento, che esploro fino a quando le immagini diventano più astratte e suggestive. Il testo di Perec cattura questo vuoto meditativo che diventa una forza generatrice.

S.B: Il tuo è un approccio diverso. Non cerchi d’imporre un linguaggio al materiale, ma al contrario sembra ti lasci guidare dalla pratica.  
R.M: C’è una logica di un’immagine, che mi suggerisce ciò che potrei fare come un artista. Sono interessato a semplici azioni dirette come la duplicazione, la replica o la composizione geometria, che possono nel complesso, cambiare il significato di un’immagine.

S.B: La prima volta che ho visto il tuo lavoro, ho trovato dei riferimenti a Max Ernst, e vorrei chiederti che relazione c’è tra la tua pratica e il Surrealismo.
R.M: Cerco di non avere rapporti molto diretti con qualsiasi riferimento specifico, sia che si tratti di una fonte storico-artistica o contemporanea. Mi interessa il ‘gioco’ e la ricerca esistenziale che vedo in artisti come Ernst o scrittori come Perec. Un leggera insistenza sull’assurdità può fornire un bel attrito per le esperienze visive e leggibili. Quando metto insieme una mostra cerco di trovare il giusto mix di immagini e forme che sollecitino i lavori, diventando gli uni estranei agli altri, di modo che invece di essere stimolati da riferimenti diretti, i miei interventi agiscono sulle immagini in modo tangenziale, obliquo.

S.B: Ti piace essere definito pittore, ma lavori anche con il disegno e strumenti digitali, spesso traducendo i media tradizionali secondo i codici digitali. Questo è molto interessante.
R.M: In Untitled ho steso la tela di lino su piccoli pezzi di legno e ciottoli. Questi piccoli frammenti individuali formano qui un insieme coerente; In Untitled (Dot) sono fisicamente intervenuto forando la superficie del dipinto e incorporando questo motivo a pois. Cerco di essere aperto ai suggerimenti dell’ immaginario; ciò diventa materiale artistico. Uso la pittura come una lente per guardare il mondo, piuttosto che limitarmi a un modo specifico di lavorare. Sono stato educato come pittore e la pittura è la spina dorsale della mia pratica, ma penso [alla pittura] in quanto verbo, non come sostantivo.

S.B: Per via di questa pratica, il tuo lavoro è molto intrigante. L’immagine che utilizzi è un’immagine ordinaria, non voglio dire che è pop…
R.M: La considero piuttosto un’immagine grafica. Sono attratto da immagini che hanno apparentemente una lettura veloce e allo stesso tempo un modo più lento e misterioso di presentarsi nel corso del tempo. Come pittore, mi occupo di immagini che suggeriscono allo spettatore di guardare più da vicino, mettendo in questione e complicando la lettura iniziale. Ad esempio, nel dittico Untitled (Pair) la stessa immagine è stata dipinta due volte: ciò che è stato dipinto nel pannello a sinistra, è vuoto nel pannello di destra, e viceversa. Che un’immagine possa essere contemporaneamente leggibile e definita, e allo stesso tempo, frammenaria, in un esame più attento, tutto questo per me è un elemento interessante su cui lavorare.

S.B: Ed è per questo motivo che utilizzi i pattern e la ripetizione, per segnalare la differenza tra due immagini?
R.M: Esattamente. Quando un elemento si ripete, lo spettatore è invitato a notare la differenza tra le immagini, e ciò può essere uno spazio interessante per entrare l’opera.

S.B: Che cosa ci puoi dire sulla tecnica del disegno? È qualcosa di diverso per te, o è il modo in cui la tua pratica inizia?

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Untitled (Floating leaves), 2016. Acrylic on linen, 30 x 23” / 76.2 x 58.4 cm

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Ryan Mrozowski, Untitled. 2016. Acrylic on linen, wood frame, 17 x13 3/4” / 43.2 x 34.9 cm

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Ryan Mrozowski, Untitled (Pair), 2016. Acrylic on linen, 23 x18” / 58.4 x 45.7 cm (each)

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Ryan Mrozowski, Untitled (Stacked dog), 2016. Oil stick on paper, 22 x 30” / 55.9 x 76.2 cm

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Installation view – Ryan Mrozowski – Numb Tongue. Courtesy Arcade Fine Art Gallery

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Installation view – Ryan Mrozowski – Numb Tongue. Courtesy Arcade Fine Art Gallery

R.M: Perché i miei quadri possono richiedere settimane o addirittura mesi per essere completati, soprattutto nel caso di grandi dipinti, è bello cambiare marcia e lavorare su qualcosa di più immediato, come il disegno. Di solito, è questo il modo in cui si generano le idee, attraverso piccoli studi, schizzi, ritagli e frammenti. Spesso includo disegni nelle mie mostre per espandere ulteriormente le connessioni tra le opera. In questa mostra mostro un disegno grezzo e incisive, che rappresenta una serie di cani stratificati e sovrapposti, giustapposto ad altri dipinti più tecnicamente sofisticati.

S.B: Spesso i titoli delle tue opere sono ‘Untitled (Senza titolo)’, ma poi accosti parole descrittive come ad esempio ‘fluttuante’…
R.M: Usare ‘Untitled’, è per me un modo di tacere, non suggerendo ciò che lo spettatore dovrebbe vedere nelle mie opere. Spesso le parole in parentesi indicano il modo in cui mi riferisco a loro in studio, puntando direttamente all’azione che viene impiegata nell’immagine. Nell’ambiguià’ di titoli come ‘Untitled’, lascio allo spettatore lo spazio per inserire il proprio racconto.

S.B: Da questo punto, possiamo parlare dell’esperienza del tuo lavoro, e mi soffermo su due punti interessanti: il primo, è il rapporto con il linguaggio e il modo in cui desideri ‘metterlo in gioco’, come se ci fosse una certa materialità tra imagine e testo, non solo visiva, ma anche sensibile; l’altro punto è il tuo interesse nel lasciare allo spettatore la liberta’ di completare il tuo lavoro.
R.M: Spero che il mio lavoro lasci spazio allo spettatore con il desiderio di completare l’opera, e di trovare il legame discorsivo tra le immagini. La vera sfida del mio lavoro consiste nel confront con un  immaginario facilmente riconoscibile e rappresentativo. Quanto posso complicare questo immaginario e impedirne la leggibilità, pur indirizzando lo spettatore verso un luogo di risonanza poetica? Non mi piace definire esattamente ciò che l’opera debba rappresentare, ma ho speranza sia lì da qualche parte.

S.B: Il tuo lavoro sembra chiaramente ricollegarsi alla linearità storico-artistico a cui accennavi, ma, allo stesso tempo, il tuo punto di vista è molto contemporaneo. Posso notare dei riferimenti poetici allo still-life e alla natura, ma la tua pratica si estende alla poetica chiedendo allo spettatore di ricostruire l’immagine. Vi è una sorta di libero gioco all’interno del meccanismo delle tue immagini.
R.M: Spero che sia così, sono felice di ciò che hai appena detto. Mi sembra come se la maggior parte della nostra cultura contemporanea sia basata sul facile consumo di simboli e immagini altamente grafiche, leggibili, e immediatamente comprensibili. Credo che l’arte, e la pittura in particolare, abbiano la responsabilità di esercitare un potere contro che la passività, creando momenti di confusione, e rendendo più complessa la realtà che stiamo vedendo.

S.B: Hai mai sperimentato altri mezzi artistici, come la scultura, ad esempio?
R.M: Ho creato animazioni digitali e video che ho precedentemente mostrato a fianco di dipinti e disegni, e il mio lavoro in questo senso, è un po’ scultoreo. Penso agli strati e allo spessore di un’immagine – che può essere ineffabile o totalmente astratto – come guardare una fotografia e pensare quanto spessa la fotografia dovrebbe essere. Tratto uno spazio piatto o digitale come una cosa materiale da maneggiare. Anche quando la forma finale di un lavoro finisce per essere una dipinto tradizionale, gli studi preparatori possono essere disegni che sono fisicamente lasciati fuori, o fogli di carta che vengono incollati insieme. Non posso dire che sia scultura, ma c’è un senso tattile, un modo scultoreo nella manipolazione dell’immagine.

S.B: Penso che sia questo ciò che invita lo spettatore nella tua immagine. L’immagine in sé è piatta, ma allo stesso tempo le forme che la compongono sono plastiche, come il volume e la profondità. Tra questi margini s’insinua il tuo lavoro.
R.M: Il mio lavoro ricerca infatti, la relazione tra lo sfondo e il primo piano di un’immagine, trattando gli elementi formali quasi come attori su un palcoscenico. Credo che la pittura sia come uno spazio teatrale con una certa profondità in cui gli attori, per così dire, possano essere manovrati come su questo palco. C’è un dipinto in questa mostra – Untitled (Floating Leaves) – in cui ho rimosso od omesso parti e steli delle foglie, in modo da poter vedere fino in fondo, l’ombra proiettata dalla pianta nel suo complesso. La logica dell’immagine è interrotta. Un attore è stato rimosso dal palco. Sono sempre stato interessato a come tutto questo cambi completamente l’interpretazione dell’intero tableaux. Gran parte del mio lavoro è quasi completo, quasi irrisolto. Cerco solitamente di lasciare le cose in questo modo.

S.B: Capisco che ti stai anche occupando della curatela delle tue mostre. Vedi forse la parte curatoriale come una sorta di momento di riflessione della tua pratica?
R.M: Quando il lavoro è cristallizzato nel suo complesso e quando gli ingredienti sono finalizzati in una mostra – questo è un momento magico per l’artista. La libera associazione delle immagini a cui mi avvicino, si traduce in una simile esperienza per lo spettatore, e spero di poter continuare questo ‘gioco’. Mostre precedenti influenzano le successive e allo stesso modo, è interessante vederne i cambiamenti quando nuovi corpi di lavoro sono generati, e come questi vengano a esistere accanto agli altri. Il significato di ogni svolta avviene dal semplice atto della giustapposizione.

S.B: Questo momento di giustapposizione delle immagini, che riconosco essere un momento molto importante, consiste nel momento finale, vero? Per il resto, definiresti la tua pratica come ‘random’?
R.M: Sì, penso che la casualità possa essere una grande forza generativa per un artista, quale strumento di slittamento attraverso discorsi e idee. Io lavoro con un repertorio già comprovato di immagini dalla natura, che non è casuale. Ma ciò che succede nelle immagini quando lavoro nel mio studio è certamente più aperto – posso cambiare completamente idea su cosa qualcosa significhi. Quando sono nel mio studio c’è un potenziale in cui simboli e motivi possono assumere qualsiasi nuovo significato in un dato momento. Ricerco qualcosa di suggestivo, piuttosto che descrittivo. Questo è al centro di ciò che sto cercando di fare nel mio lavoro.

S.B: C’è un elemento nuovo per lo spettatore in questo contesto. Chiedi allo spettatore di guardare oltre la piattezza di un’immagine, e credo che questo sia qualcosa che non siamo abituati a fare, perché si tende troppo a distinguere tra immagini e immagini-artistiche.
R.M: Intorno a noi, siamo sommersi da immagini in ogni momento. La tecnologia ha permesso a tutti di avere un computer in tasca che possa riprendere foto, video, contribuendo a un flusso infinito di immagini. Penso che sia compito dell’artista sfidare o complicare tutto ciò, e spero che i miei quadri facciano in modo di sospendere una semplice narrazione, creando in qualche modo un costante loop visivo loop.

S.B: Cosicché è la percezione ad innescare lo sguardo nei tuoi quadri?
R.M: Sì, è una zona dove posso creare una sospensione di comprensione, o interrompere la leggibilità in modo un’ulteriore, invitando a riflettere.

S.B: Come ti posizioneresti tra gli altri artisti contemporanei? Vedi forse qualche connessione con qualche artista in particolare?
R.M: Cerco di non pensare troppo a questo. Mi considero un artista contemporaneo che dipinge. Come dicevo prima, usando la parola ‘dipingere’ come un verbo, piuttosto che come sostantivo [pittura]. Ciò mi dà piu’ spazio e flessibilità per esprimere diversamente le mie idee. Come lo spettatore colleghi il mio lavoro con quello di altri artisti, è questo un altro modo per generare nuovi significati, ed è interessante ed emozionante.

S.B: Ti chiedo questo perché mi ricordo nella mostra collettiva presso Arcade, in cui c’era un interessante dialogo tra il tuo lavoro e quello di altri artisti, seguendo l’idea di ‘linea’, ‘movimento’ e ‘trasversalita’’.
R.M: Mi sforzo di produrre lavori che siano veri, suggestivi e interessante per me, e spero che lo spettatore sia in grado di stabilire delle connessioni interessanti nella mia pratica. Penso ai modi essenzaili per  costruire un’immagine, all’immediatezza di pattern, modelli e ripetizioni nel disegno. Questi sono solo strumenti per ottenere qualcosa, si spera, più misterioso. Sento come se il mio linguaggio e i miei strumenti cambieranno nel corso del tempo, e spero di essere aperto a questa evoluzione.

S.B: Sono curioso di sapere se hai mai pensato di lavorare con la figura umana?
R.M: Mi è capitato in passato, ma è più difficile confrontarsi con la narrativa dalla forma umana. Spero che quando si guardi ai miei disegni di uccelli, o dipinti di cani o di piante, si veda un aspetto dell’umanità, facendo riferimento alla figura secondo una direzione diversa. Ma forse la prossima volta parleremo, staro’ lavorando a dipinti di nudo in senso classico…

S.B: E da qui, e adesso?
R.M: Avrò una mostra personale a Los Angeles nella primavera del 2017 su cui ho appena iniziato a lavorare. Concepire una mostra è il momento in cui il lavoro assume un significato più grande, piuttosto che la narrazione su un piano, come per la singola immagine. Non ho ancora un senso completo di come sarà la prossima mostra, ma so che vorrei fosse influenzata dal significato che apprenderò da questa personale in corso, che utilizzerò come punto di partenza. Questa mostra è una frase che ho messo insieme – ciò che la frase successiva sarà, e come ciò possa complicare la lettura di questa attuale, lo vedrò solo in retrospettiva.

S.B: C’è qualcosa che vorresti aggiungere alle mie domande?
R.M: Spero che tutto ciò che ho detto consenta una lettura aperta del lavoro. Il mio interesse come artista non è quello di dare risposte, ma di porre domande.

S.B: Grazie, Ryan.

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è interessata agli aspetti Visivi, Verbali e Testuali che intercorrono nelle Arti Moderne Contemporanee. Da studi storico-artistici presso l’Università Cà Foscari, Venezia, si è specializzata nella didattica e pratica curatoriale, presso lo IED, Roma, e Christie’s Londra. L’ambito della sua attività di ricerca si concentra sul tema della Luce dagli anni ’50 alle manifestazioni emergenti, considerando ontologicamente aspetti artistici, fenomenologici e d’innovazione visuale.

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