Ogni cosa è illuminata. Intervista a Federica Di Carlo

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Federica Di Carlo (Roma 1984) racconta la sua arte tramite istallazioni site – specific legate alla luce, da sempre considerata dall’artista stessa il mezzo espressivo con cui osservare e percepire il mondo e quello che esiste oltre esso. Su questo ragiona Federica Di Carlo, su quell’oltre, sulla linea di confine dove conduce la luce, dalla quale il mondo offre visioni e punti di vista differenti, che per percepire spesso bisogna osservare con uno sguardo diverso, per varcare i limiti imposti anche dalla scienza stessa. Legata al concetto di fisica ma, soprattutto di metafisica, Federica Di Carlo crea arcobaleni, richiamanti la figura dell’archetipo -basilare per la poetica dell’artista – essi esprimono il punto di confine tra la scienza e l’arte, il tangibile e l’intangibile. L’arcobaleno delinea, anche grazie alla sua inconsistenza, il suo non essere incorporeo e immateriale, un confine che divide razionalità e irrazionalità ed è così che, per ogni opera Di Carlo s’immerge nella fisica e cerca di trasformarla in fascino artistico, usando la metafora delle luci di un Iride come trait d’union tra questa scienza e i limiti della ragione.

Partiamo da quello che ti contraddistingue: la luce e gli arcobaleni. Raccontaci la tua poetica articolata intorno a questa linea di confine:
Sin dall’antica Grecia gli uomini cominciarono a domandarsi come funzionasse il meccanismo del mondo, capirono che gli occhi e la luce erano elementi importanti di questo gioco. Nessuna di queste due entità era ben chiara ma già allora questo generò differenziazioni di pensieri per cercare di spiegare le stesse cose con parole diverse: luce, arcobaleno, rifrazione, spettro, dio, shiva, raggi visuali, corpuscoli, atomi… La mia ricerca da anni si muove volutamente in bilico tra queste zone di confine o d’interferenza (come le definiva Heisenberg), cercando di riportare lo sguardo delle persone verso gli equilibri o gli squilibri del mondo, perché abbiamo smesso di osservarli, di partecipare e sentirci parte di essi. Nella mia serie d’installazioni “Ogni cosa è illuminata”, gli arcobaleni ribaltati che creo, fuoriescono da elementi “domestici” all’interno di luoghi chiusi e abbandonati come case, colonie, fabbriche (sempre accompagnati da suoni naturali), diventando così unità di misura utile, come una chiave di volta per accedere nell’immaginario delle persone e parlare di spaesamento, confine, sguardo e luce. Luce che mi ha sempre affascinato sia dal punto di vista fisico che simbolico, perché è il primo confine in assoluto con il quale l’essere umano si rapporta quando nasce ed i suoi occhi si aprono. Arcobaleno è una conseguenza di questo mio interesse verso la luce perché è la sua altra forma… due facce della stessa medaglia.

Trasformi la luce in opera d’arte, spiegaci il tuo legame con essa…
Questo legame è nato in maniera inconsapevole, insito forse nella modalità di osservazione del mondo che avevo già da bambina ed in seguito ad una serie di eventi che mi hanno profondamente colpita: come la prima volta che vidi l’eclissi totale di sole a sei anni, mio padre mi diede una lente affumicata da puntare verso il cielo e mi disse di non guardarlo direttamente perché mi avrebbe bruciato gli occhi. Ricordo uno spicchio di luna comparire sopra al cerchio del sole ed invaderlo completamente ma quello che più mi spaventò ed eccitò fu la scomparsa della luce ed il cielo diventare scuro, levai la lente e guardai con i miei occhi il sole nero sopra il mare. Fu un’epifania. Mi resi conto che la luce, era qualcosa di molto più grande di me, forse intuii il suo essere elemento vitale. In seguito anche durante l’accademia di belle arti iniziai a studiare libri di fisica, di ottica e trattati sulla natura della luce per approfondire queste dinamiche che inevitabilmente hanno poi invaso e influenzato la mia ricerca. Ogni opera nasconde dietro un principio, una legge, una teoria fisica anche nei lavori all’apparenza slegati.

I tuoi lavori sono indissolubilmente legati alla fisica per il modo in cui li costruisci, ma anche al concetto di metafisica, vuoi raccontarci questa relazione…
Il termine “fisica” che viene dal latino e prima dal greco, significa “le cose della natura”. Tutto quello che facciamo e che ci circonda è fisica, dunque natura. Ogni azione apparentemente banale cela dietro di sé un mondo di forze che la governano e alle quali il nostro corpo ed essere risponde. Nasciamo, cresciamo e conviviamo con queste leggi ancor prima di studiarle a scuola e lo facciamo istintivamente e attraverso l’esperienza e l’osservazione; modalità che si attenuano nel tempo e che sono appartenute ai predecessori degli scienziati, i filosofi della natura per l’appunto. Essi avevano capito l’importanza di utilizzare non solo un metodo empirico che si dedicava con regole specifiche alle singole determinazioni ma anche, di utilizzare un approccio metafisico che indagava le strutture fondamentali dell’entità della natura, del suo essere da una prospettiva più ampia. Dove non arrivava una si inseriva l’altra in un continuo gioco di equilibri. Equilibri che si mostrano costantemente nel mondo e che in fisica mi piace creino delle zone di confine che spesso lasciano gli scienziati senza spiegazioni. Recentemente sono stata al CERN per parlare con dei fisici di un mio progetto futuro, si discuteva di particelle e della loro duplice natura, ed è stato interessante capire come questa natura sia perfettamente spiegata nel microcosmo in termini di meccanica quantistica, ma che quando viene scalata verso le grandezze macroscopiche, come i pianeti e le galassie decada per tornare ad essere meccanica classica. Due meccanismi che portano agli stessi risultati ma che gli scienziati non riescono a far dialogare tra loro. Attraverso un ampliamento di prospettiva cerco di evidenziare queste zone d’interferenza, dove il mondo ci mostra come le sue contraddizioni siano anche delle complementarietà e cerco di farlo trasformando le mie installazioni in una sorta di esercizi o dispositivi di visione che attingono a queste leggi da un punto di vista fisico e meccanico, per poi allontanarsi alla ricerca di una dimensione poetica.

Esprimi spesso il concetto di spaesamento, disorientamento e limite, la luce e gli arcobaleni spesso sottolineano una mancanza di riferimento; vuoi approfondire questo concetto che torna sovente nella  tua poetica?
Essere spaesati, vuol dire trovarsi fuori da una condizione predefinita, familiare, comoda, passiva a volte. Questa modalità è molto interessante perché si verifica attraverso uno shock dello stato d’animo o attraverso uno shock della meccanica del corpo, (come un’incidente, un lutto, un cambiamento repentino di qualsiasi natura). In quei brevi ma intensi momenti si ha una rottura del pensiero precostituito che genera delle soglie di attenzione più alte permettendoci di aprire la mente a nuove visioni, di ricollocarci, di attraversare i nostri limiti e penetrare in nuovi territori di conoscenza. Per questo nei miei lavori c’è sempre una richiesta di partecipazione attiva da parte del pubblico nascosta spesso dietro un inganno visivo, quale un gioco con la struttura degli occhi e con le loro sensazioni ambientali. Mi viene in mente l’ultima serie di lavori dal titolo “I see, I see”, (Io vedo, Io capisco), dove con delle lenti ottiche degli anni 50’, ho realizzato una sorta di filtri che interpongo tra la realtà e gli occhi delle persone in rapporto alla luce e rotazione naturale del sole. Quello che succede è stupefacente per chi si trova davanti, in un determinato orario del giorno potrà vedere solo se stesso specchiato nelle lenti, in un altro momento invece il paesaggio si svelerà dinanzi ma ribaltato e ripetuto in ogni lente. I miei lavori cercano un rapporto osmotico tra noi e il mondo, una possibilità per ripensare e ripensarsi in un altro modo attraverso nuove visioni.

Il 25 maggio hai partecipato a From the city con il tuo video Ogni cosa è illuminata all’Arsenale di Venezia durante l’inaugurazione della biennale di architettura. Raccontaci quest’opera e quest’esperienza:
La mostra collettiva From the city, è un progetto espositivo al quale sono stata invitata, organizzato dalla galleria d’arte contemporanea A plus A Gallery di Venezia diretta da Aurora Fonda e Sandro Pignotti ed ideato dai giovani curatori della School for Curatorial Studies Venice. In questa occasione sono stata seguita dalla curatrice Elena Fortunati interessata da subito alla mia serie di lavori dal titolo, “Ogni cosa è illuminata”. Sono stata felice dell’invito perché ho avuto l’opportunità di realizzare una proiezione site-specific (dell’omonimo video realizzato nel 2014) sulla parete delle corderie dell’Arsenale della Biennale incastonandone l’architettura dei suoi grandi finestroni. Ho richiesto appositamente di proiettare in esterno perché questa serie nasce in modalità site-specific, in dialogo con i luoghi che la ospitano, come appartamenti abbandonati/ ex-colonie/fabbriche. Questo video in particolare poi, rappresenta l’anticipazione di un’intuizione, di un’evoluzione di visione che ho sviluppato nei lavori di questi ultimi anni sull’archetipo dell’arcobaleno. L’arcobaleno è interessante perché conserva ancora la capacità di affascinare tutti, di spostare e suggestionare lo sguardo desaturandoci per qualche minuto dagli eccessi della società. Ma, oltre a questa sua concezione iconografica da sempre positivistica e da sempre presente nella storia dell’uomo, questo fenomeno atmosferico è stato anche un fattore chiave nel mondo della fisica. Un mistero svelato da Cartesio, che portò gli scienziati a scoprire le prime informazioni sulla natura della luce senza le quali il progresso scientifico non sarebbe arrivato dove è oggi. Nel video “Ogni cosa è illuminata”, mettendo una donna a camminare in bilico su una linea di arcobaleno propongo una nuova chiave di lettura dell’archetipo sfatandone la sua natura divina, per generare una riflessione legata alla situazione attuale dell’uomo in rapporto alla natura ed agli accadimenti globali che stiamo vivendo e che trovo necessitino di una rielaborazione sul senso della vita.

Progetti in corso e futuri?
Fino al 16 luglio a Milano ero in mostra da Dimora Artica con la collettiva “Palomar” nella quale ho rimodulato per gli spazi un lavoro del 2014 (esposto in precedenza a Palazzo Lucarini), dove ho realizzato una scritta specchiata in dialogo con la luce del luogo presa in prestito dal filosofo A. Schopenhauer che dice: Ognuno prende i limiti del suo campo visivo per i confini del mondo. A seguire sono stata a Roma il 10 luglio per il Festival di Villa Ada nella parte dedicata all’arte contemporanea a cura di Valentina Gioia Levy con la mostra dal titolo “Qui e Altrove”. Infine a ottobre, sarò all’interno di un bellissimo progetto dal titolo Transfusioni, a cura di Anna D’Elia con il contributo della fantastica Bianca Menna, dove sono stata invitata a dialogare con un lavoro storico facente parte della collezione dell’Archivio Menna/Binga del maestro Luca Maria Patella. Un grande onore e un’occasione di misurazione e dialogo veramente unica.

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Federica Di Carlo, Come in cielo così in terra

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Federica Di Carlo, installation, Everything is illuminated#2, prism and light, 2014

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Federica Di Carlo, I see I see

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Federica Di Carlo, I see I see

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Federica Di Carlo, Ogni cosa è illuminata

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Federica Di Carlo, Ogni cosa è illuminata

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Federica Di Carlo, ognuno prende i limiti del suo campo visivo per i confini del mondo

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Federica Di Carlo, I see I see

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Federica Di Carlo, Riflessione diffusa

 

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