One foot in the world and the other in the stillness. Intervista ad Alessandro Roma

alessandro-roma

Si è appena conclusa One foot in the world and the other in the stillness, prima personale di Alessandro Roma alla z2o Sara Zanin Gallery. Abbiamo intervistato l’artista in occasione della mostra.

Partirei dalla suggestione dell’incipit scelto per il testo di riferimento in galleria, un passo di The Walk di Robert Walser, nel quale sono elogiati i benefici della passeggiata, definita attività utile e profittevole dal punto di vista creativo. Un’introduzione che subito pare identificarti con una marcata attitudine romantica che fa perno sul concetto ideale di natura sublime… Si è parlato spesso dell’importanza della natura nella tua ricerca, forse troppo poco del tuo rapporto con le immagini. Qual è l’origine del tuo archivio iconografico?
La scelta delle immagini è il risultato di letture, vagabondaggi e inaspettate scoperte. La parola “archivio” ha tanti significati. Credo che la mia attrazione di primo acchito per la creazione di un archivio fisico e mentale possa intensificarsi attraverso la messa a sistema del suo opposto: il collage, nella sua frammentazione e unione con altre immagini. Appena la mia attenzione viene catturata da  immagini – o meglio da particolari di quelle immagini – nasce la volontà di distruggerle, che è più forte dell’intento di conservarle. Per questo motivo non ho un archivio d’immagini, nonostante spesso mi sia promesso di costruirlo professionalmente.

Il processo di accumulo e stratificazione delle immagini restituisce sembianze appena allusive, come osservate da un’automobile in corsa. In questo scenario discontinuo ed eterogeneo figura e sfondo si contaminano generando una serie di apparenze destinate alla dissoluzione. Puoi parlarci della tua idea di frammento?
La frammentazione è la via attraverso cui colgo ciò che mi circonda. Le tecnologie hanno accelerato e amplificato questa condizione di frammentazione conducendo la nostra vita verso la “sovrapposizioni di piani” così come nel collage ogni piccolo frammento, se collegato con altri  frammenti, può dar vita a immagini  sempre nuove. Questo diventa il senso per me di una esperienza aperta, continuamente in divenire.

Alla luce di quest’atteggiamento manipolatorio, di decostruzione e costruzione, cos’è per te il “mondo” e cos’è, invece, la “quiete” a cui si fa riferimento nel titolo della mostra?
Non saprei definirti il ”mondo”, è quello che probabilmente sto cercando di capire attraverso il mio lavoro. La quiete, o stillness in inglese, è uno stato veglia. Attraverso questo stato, che in passato ho associato alla Reverie, si può forse far esperienza della nostra frammentaria realtà nel modo in cui ti accennavo prima, una sorta di recupero e apertura, di flessibilità visuale.

Sul piano visivo, il filo conduttore della mostra sembra essere la trama di un’unica matrice, che torna in molti lavori. Cosa ricerchi da questo sistema di riproduzione?
Forse un certo automatismo del segno che approda a forme costruite. Da una stessa matrice posso ricavare diverse modalità di segni che a loro volta mi suggeriscono varianti formali. È una messa in atto del mio processo di costruzione e decostruzione dell’immagine.

Tecniche e materiali diversi (collage, disegno, installazione, scultura) ma lo stesso, preponderante approccio, quello pittorico. È corretto?
Esatto.

La performance eseguita insieme a Nicola Ratti in Galleria lo scorso 2 Aprile, è l’ulteriore conferma di un collaudato sodalizio tra voi. La musica ha avuto un ruolo decisivo come completamento percettivo dei tuoi lavori. Ci racconti la tua esperienza?
In questo caso ho chiesto a Nicola d’intervenire all’interno della mostra come destabilizzatore. La mostra in sé aveva una struttura precisa e volevo provare a scardinarla portando all’interno un linguaggio sonoro che andasse a occupare parte dello spazio. Il nostro approccio collaborativo non è mai premeditato, ma spesso avviene su piccoli suggerimenti o suggestioni che nascono da idee o riflessioni. In questo caso il mio invito è nato presentandogli la mostra finita e chiedendogli di interagire. È nata una nuova esperienza che ha visto anche la presenza dell’impianto quasi come presenza scultorea. Non saprei ancora dirti che vera relazione c’è tra il mio mondo e quello di Nicola, ma sicuramente m’interessa provare a scoprilo mettendola in atto.

One-foot-in-the-world-and-the-other-in-the-stillness-Z2o-Sara-Zanin-gallery-Rome-2016,,jpg

One foot in the world and the other in the stillness, Z2o Sara Zanin gallery Rome 2016

One-foot-in-the-world-and-the-other-in-the-stillness-Z2o-Sara-Zanin-gallery-Rome-2016,

One foot in the world and the other in the stillness, Z2o Sara Zanin gallery Rome 2016

One-foot-in-the-world-and-the-other-in-the-stillness-Z2o-Sara-Zanin-gallery-Rome-2016.,,jpg

One foot in the world and the other in the stillness, Z2o Sara Zanin gallery Rome 2016

One-foot-in-the-world-and-the-other-in-the-stillness-Z2o-Sara-Zanin-gallery-Rome-2016.,

One foot in the world and the other in the stillness, Z2o Sara Zanin gallery Rome 2016

One-foot-in-the-world-and-the-other-in-the-stillness-Z2o-Sara-Zanin-gallery-Rome-2016..

One foot in the world and the other in the stillness, Z2o Sara Zanin gallery Rome 2016

The following two tabs change content below.

Gaia Palombo

Gaia Palombo (Latina, 1989) consegue nel 2014 la Laurea Magistrale in Storia dell’Arte Contemporanea presso l’Università degli studi di Roma La Sapienza, con una tesi biografica e storico-critica su Donatella Landi. Nel 2012 svolge un tirocinio presso la Fondazione Pastificio Cerere; nello stesso anno è tra i soci fondatori del collettivo curatoriale IL MURO. Attualmente è caporedattore della rivista bimestrale indipendente di arte, filosofia e cultura visuale IL MURO. È inoltre collaboratore editoriale di Artribune.

Rispondi