Ovidiu Hulubei

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In mostre pensate come giochi di specchi che si riflettono all’infinito, Ovidiu Hulubei cerca di alterare la percezione, frustrandola, negandola e illuminando il suo Altro da sè.

L’interattività delle opere è spesso ingannevole. Chiedono una risposta al visitatore distratto attraverso un salto dell’immaginazione, che non tocca mai il fondo della realtà, o al coinvolgimento fisico che non segue regole familiari. Lo spostamento di una semplice coordinata potrebbe bastare per dare la risposta corretta; ma potrebbe anche essere tutto uno scherzo, e il vuoto infinito che si avverte trascinandosi sulla superficie scivolosa potrebbe essere la tipica reazione all’arte: sperare che ci sia qualcosa oltre .

Visitare una mostra di Ovidiu Hulubei è come passare il tempo in uno stato autistico, nel quale tutto ha la qualità di un oggetto, il mondo è uguale e l’interazione contingente. Il piacere deriva dall’osservare che le forme e le strutture che percepiamo, indipendentemente dai loro significati, sono sempre belle.

Cristina Bogdan (testo scritto in occasione della mostra Ovidiu Hulubei. Train the muscle not the movement. 14 maggio – 4 giugno 2016 alla Placentia Arte)

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