Öyvind Fahlström e la manipolazione della realtà come gioco

cover

L’artista svedese Öyvind Fahlström è stato definito da Pontus Hulten, primo direttore del Moderna Museet di Stoccolma, “cittadino del mondo” per la sua curiosità nei confronti della realtà e dei suoi fenomeni [1]. Fahlström si presenta infatti come una personalità eclettica e sorprendente: nel corso della sua breve carriera è stato pittore, poeta, giornalista e critico d’arte, regista, ideatore di happening e compositore per radio operando tra Stati Uniti ed Europa; tuttavia come ricorda sempre Hulten al momento della morte nessuno era ancora in grado di riconoscere la sua genialità. La versatilità di Fahlström deriva anche dal suo trascorso biografico: nato a San Paolo in Brasile nel 1928 da padre norvegese e madre svedese viene cresciuto dagli zii a Stoccolma dal 1939 e risiederà a New York dal 1961 fino alla morte nel 1976. Per questi motivi la sua produzione risulta poliedrica: inizia come Surrealista, attraversa una fase Concretista per poi entrare in contatto durante il periodo americano con la Pop Art e il Fluxus ma senza far parte nettamente di ognuna di esse: i suoi lavori sono un unicum dettati dalla volontà di manipolare la realtà tramite i linguaggi artistici che ritiene egli più congeniali.

Il giovane Fahlström cresce a Stoccolma insoddisfatto della situazione artistica degli anni Cinquanta perché ritiene sconveniente la persistenza di una versione da lui definita annacquata del Surrealismo. Nel 1953 pertanto stila il suo manifesto per la poesia concreta dal titolo Hätila ragulpr på fåtskiliaben e realizza quello che viene considerato dalla critica come il suo primo lavoro ufficiale, Opera, esposto in Italia presso la Galleria Numero sancendo così anche il suo debutto all’estero. Nel manifesto dichiara le basi e le metodologie per una nuova poetica: data la mancanza di un ambiente culturale fertile in Svezia, afferma la necessità di trarre dalla musica e dalla vita reale le fonti di ispirazione. Il ritmo è la base e ogni prodotto artistico deve essere costruito sulla continua composizione e ricomposizione di piccoli moduli, questo perché il ritmo si accompagna con il riconoscimento di qualcosa già sentito e crea quindi il piacere estetico del rivedere dettagli famigliari. Allo stesso modo, ricomporre provoca effetti divertenti come i giochi di parole [2]. Opera non è altro che una proposta visiva di questi concetti: si tratta di un fregio lungo dodici metri di figure astratte realizzate a pennarello nero [3]. Se a prima vista può apparire come un lavoro caotico, a uno sguardo più attento si possono riconoscere gli stessi simboli riproposti in continue composizioni differenti. Inoltre la scelta del formato non è casuale, pensato per essere esposto lungo tre pareti obbliga lo spettatore a compiere un movimento fisico e oculare per la lettura in tutta la sua interezza comportando quindi un coinvolgimento tra arte e realtà.

Il 1961 segna lo spartiacque nella carriera di Fahlström perché si trasferisce a New York dove entra in contatto con un nuovo fervente ambiente artistico, merito anche dell’amicizia con Robert Rauschemberg che risiede nello stesso edificio in Front Street [4]. Fahlström dopo un’iniziale fase di entusiasmo per lo stile di vita americano rimane però deluso dal sistema capitalista e in particolare non tollera il coinvolgimento americano nei conflitti mondiali. Nel 1963 realizza il dittico variabile The Cold War diviso in due parti per rappresentare gli Stati Uniti e l’Unione Sovietica con elementi mobili realizzati su vinile e magneti in modo che lo spettatore possa muoverli a piacimento sulla superficie. I pezzi movibili rappresentano palloni da basket, siringhe, vestiti e ritagli da fumetti e il loro spostamento serve per creare nuovi equilibri tra i due blocchi politici. Questa interazione con l’opera serve a sensibilizzare il pubblico sulle dinamiche del mondo attraverso l’espediente del gioco, quello che Fahlström chiama “a game of character”. Come afferma in un suo articolo pubblicato su Art and Literature, il gioco è una dimensione sicura dove tutto è concesso e non ci sono regole, lo spettatore può permettersi di giocare manipolando le sorti della Guerra Fredda e una volta terminata l’esperienza ludica torna alla vita quotidiana con maggiore consapevolezza delle dinamiche politiche [5]. Per coinvolgere il pubblico realizza anche una serie di lavori chiamati pool paintings, ovvero delle vasche d’acqua al cui interno sono collocate delle figure galleggianti che il pubblico può spostare soffiandoci sopra. Queste figure sono studiate attentamente: il pool painting Pinball Machine (1967) è pensato come un flipper dove gli ostacoli sono i ritratti di alcuni personaggi politici come Ernesto ‘Che’ Guevara, Moshe Dayan e Charles de Gaulle [6].

opera-1953

Öyvind Fahlström, Opera, pennarello a feltro su carta,120×27 cm, collezione privata. Da Öyvind Fahlström on the air, Jyväskylä, 1999, pp.23-24

the-cold-war-1963-1965

Öyvind Fahlström, The Cold War, 1963-1965. Tempera e magneti su vinile, 244x152x2,5 cm, Centre Georges Pompidou, Parigi. Da Öyvind Fahlström: Another Space for Painting, Barcellona 2001, p. 173.

the-little-general-pinball-machine-1967

Öyvind Fahlström, The Little General- Pinpall Machine, 1967. Olio su carta, vinile e Plexiglass, 100x280x500 cm, Macba, Barcellona. Da Öyvind Fahlström: Another Space for Painting, Barcellona 2001, p. 211

world-map-1973

Öyvind Fahlström, World Map, 1972. Inchiostro su vinile, 91×183 cm, archivio Kungliga Biblioteket Da Öyvind Fahlström: Another Space for Painting, Barcellona 2001, p. 258.

Inoltre ogni elemento presente nell’opera ha un colore specifico in base a una ideologia politica: blu per gli Stati Uniti, viola per l’Europa, rosso per il comunismo e giallo-verde per i paesi del Terzo Mondo e questa iconografia verrà utilizzata dall’artista per tutti i lavori successivi sino alla sua morte perché permette di identificare l’appartenza politica di ogni elemento presente.

Negli anni Settanta Fahlström realizza quelli che chiama Historical Painting dal titolo di un articolo da lui pubblicato nel 1973 poiché si vuole professare come testimone degli eventi storici del suo tempo e i lavori grafici sono lo strumento per fare informazione: esprime il suo rifiuto nell’esporre nei musei e la volontà di divulgare stampe dei suoi lavori come allegati di giornali in modo da raggiungere il maggior numero possibile di lettori [7]. Agli Historical Paintings appartiene il lavoro più complesso di Fahlström, World Map (1972), una mappa mondiale del 1972 dove per ogni paese sono rappresentati gli eventi salienti di violazione di diritti umani. I confini degli stati sono volutamente distorti: gli USA occupano un piccolo spazio mentre l’America Latina, Africa e Indocina sono le protagoniste. Accanto ai ritratti dei personaggi politici Fahlström inserisce delle didascalie e dei dati precisi, per esempio in Vietnam riporta la quantità di ordigni utilizzati, i numeri delle vittime e gli effetti ambientali causati dalle armi chimiche. Allo stesso modo per il Brasile e il Venezuela riporta le cifre dei guadagni delle multinazionali americane a scapito delle aziende locali. È interessante notare l’attenzione che l’artista mostra per ogni paese del mondo e la cura con la quale ha ricercato le notizie: persino un paese piccolo come lo Sri Lanka ottiene nel lavoro di Fahlström uno spazio per raccontare le violenze contro le manifestazioni degli studenti.

Fahlström muore di cancro nel novembre 1976 restando un artista sconosciuto in patria poiché ritenuto un provocatore a causa dei suoi cortometraggi contro la politica svedese e negli Stati Uniti per il suo rifiuto di esporre nei musei che lo ha lasciato fuori dalle attenzioni dei grandi critici. Solo nel 2014 il Moderna Museet di Stoccolma gli ha dedicato una sala intera. Quello che lascia è una vasta produzione che ancora oggi risulta attuale: uno sguardo ai suoi lavori permette una conoscenza e un approfondimento di eventi storici ancora ignorati nei manuali di storia e l’aspetto grafico e ludico permette una lettura chiara ma non edulcorata della realtà.

[1] P. Hùlten, Öyvind Fahlström, Citizen of the World in Öyvind Fahlström, New York, 1982, p. 106.
[2] Ö. Fahlström, Hippy papy bthuthdth thuthda bthuthdy in Literally speaking, Göteborg, 1993, p. 29.
[3] S. Rotnik, Biography in Öyvind Fahlström: Another space for painting, Barcellona, 2001, p. 331.
[4] B. Abrahmsson, Öyvind Fahlström as I remember him, Göteborg, 2002, p. 21.
[5] Ö. Fahlström, Manipulating the world in “Art and Literature”, n.3, 1964, p.220.
[6] http://www.macba.cat/en/the-little-general-pinball-machine-2792 Ultimo accesso 3 ottobre 2016.
[7] Ö. Fahlström, Historical Painting in Öyvind Fahlström: Another Space for Painting, Barcellona, 2001, p. 262.

Giulia Ampollini

The following two tabs change content below.
Juliet Art Magazine is a contemporary art magazine

Ultimi post di julietartmagazine (vedi tutti)

Rispondi