Panorama di Francesco Jodice

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Alla fine della sua presentazione alla press preview della mostra personale Panorama Francesco Jodice dice “andate e toccatevi la mostra…”: giustamente, perché non è una mostra di fotografia ma una mostra che mette in scena tutte le pratiche artistiche di cui si avvale il lavoro antropologico e politico di Jodice sul sociale. Le opere nelle sei sale e l’istallazione su più livelli progettata da Alberto Murgia di 50 x 500 cm lungo il corridoio del Centro, vengono dopo, come risultato di una ricerca teorica, di un progetto.

C’è l’idea dell’atlante fotografico che attraversa 150 diverse metropoli in What We Want, (1995-2016) fotografia e libri fotografici con testi e foto sull’evoluzione del paesaggio sociale, c’è l’idea di pedinare di nascosto, da un qualsiasi edificio a un altro, cittadini ignari, nel progetto (foto montate in video) The Secret Traces (1997-2007), per scoprire se ci sono differenze tra uomini di diverse nazioni quando fanno quello che tutti facciamo, ci sono i film su alcuni emblematici contesti geopolitici globali nei tre casi-studio di Citytellers (2006-2010), sui modi di auto-organizzazione sociale come a San Paolo del Brasile, sulle nuove forme di schiavismo come a Dubai, sui disastri ambientali come nel caso del lago Aral, c’è il carotaggio sullo stato della cultura e della società italiana di oggi, in Ritratti di classe (2005-2009), dove i volti, i corpi, i modi di porsi nelle foto di fine anno delle varie classi, ci restituiscono il nuovo modo di essere dei giovani, c’è l’installazione The Room (2009-2016), una stanza, tutta nera, tappezzata di giornali di cui rimangono leggibili solo alcune parole chiave, che racconta un anno di vita del Paese, e c’è Solid Sea (2002), un film che documenta una delle tante tragedie d’immigrazione (e di negazione da parte delle autorità) scoperte grazie al lavoro di Multiplicity di cui Francesco fa parte. E questi sono solo alcuni dei tantissimi lavori dell’artista. Ad alcuni altri fanno riferimento le immagini sull’installazione in corridoio come la serie Prado in cui si vedono i fruitori del Museo. E ancor una volta la fotografia non vuole essere solo vista ma vuole interrogare, vuole che ci mettiamo dall’altra parte, vuole che ci confrontiamo con la realtà. Una ricchezza visiva e di ricerca da cui nasce il nostro dialogo.

Tu sei a tutti gli effetti un artista, non parlerei più di fotografo anche perché ormai è prevalente la dimensione installativa nel tuo lavoro: quali sono stati i tuoi punti di riferimento nel campo dell’arte?
Ho avuto la fortuna di avere la casa piena di libri e di avere vissuto la stagione performativa degli anni ‘70 con Lucio Amelio, Giuseppe Morra, Pasquale Trisorio, Warhol, Rauschenberg, Vito Acconci, Beuys ecc. Questi artisti erano letteralmente il corollario della mia vita quotidiana, e quindi sono molto legato a quella stagione. Mi hanno insegnato a non pensare alla fotografia come a una cosa statica ma come a una cosa in cui ci fosse sempre l’indecisione, l’incompiutezza, l’imprecisione, e in cui tutto l’aspetto performativo e soprattutto partecipativo fosse fondamentale.

E per gli artisti della tua generazione?
Sicuramente, alcuni artisti che hanno commistionato l’arte visiva e la fotografia con le questioni politiche e sociali: Alfredo Jaar, Santiago Sierra, Walid Raad di Atlas Group. Questi artisti mi hanno molto coinvolto anche come multidisciplinarietà. Come nel tavolo-installazione in cui ho messo venti libri miei: ho messo libri di arte, di filosofia, di cinema, fumetti, di narrativa, l’idea è quella di un osmosi.

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Francesco Jodice, What We Want, Mazara, R14, 2000

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Francesco Jodice, Dubai_Citytellers, film, HD, 57’ 45”, 2010, film still_#007

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Francesco Jodice, What We Want, Aral, T51, 2008

LOW_Francesco-Jodice,-What-We-Want,-Mazara,-R14,-2000

Francesco Jodice, What We Want, Mazara, R14, 2000

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