Paperwork and the Will of Capital. La Storia silenziosa di Taryn Simon

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Tutto ha inizio con una fotografia scattata nel settembre 1938 a Monaco: Mussolini, Hitler e Chamberlain, seduti con un interprete attorno a un tavolo da caffè, discutono delle rivendicazioni tedesche sulla regione dei Sudeti. Taryn Simon sa che in quel momento si sta scrivendo una pagina di Storia, eppure non è l’episodio in sé a catturare la sua attenzione. Il punctum, per dirla con Barthes, la freccia che la trafigge, è la composizione floreale al centro del tavolino. «Questi fiori», amerà ripetere in seguito, «accompagnavano uomini di potere mentre decidevano le sorti del mondo».

Come possa un particolare anonimo e innocuo assurgere a chiave di lettura delle strategie politiche internazionali è la domanda da cui muove Simon con Paperwork and the Will of Capital, già in anteprima all’ultima Biennale di Venezia e ora, dopo una tappa a New York, presentata in una versione ampliata nella sede di Gagosian a Roma fino all’8 luglio. Con una ricerca metodica fra documenti e fotografie d’archivio, per l’ultimo lavoro l’artista americana ha esaminato i ritratti dei leader mondiali impegnati a sottoscrivere accordi politici o trattati economici, e ha notato che, in occasione di una firma storicamente significativa, sul tavolo c’è sempre una pianta o un vaso di fiori. E se non fossero un accessorio dal mero carattere ornamentale – si è chiesta – ma anzi il sintomo di una modalità di rappresentazione del potere ben codificata?

Dopo aver identificato tutti i fiori grazie all’aiuto di un esperto di botanica, Simon ha importato oltre quattromila esemplari da Aalsmeer, in Olanda, sede del più grande mercato al mondo del settore. Nel suo studio, quindi, ha meticolosamente ricostruito e poi fotografato trentasei composizioni floreali. Il lettore ricorderà forse l’installazione inclusa nella mostra veneziana di Okwui Enwezor, dodici presse di cemento sopra le quali stavano aperte alcune carte a doppia pagina. La sinistra riproduceva l’immagine fotografica realizzata dall’artista, mentre sulla destra erano cuciti quegli stessi fiori essiccati e pressati alla maniera di un erbario. Completavano l’opera le puntuali descrizioni degli accordi firmati in quelle circostanze, i loro effetti a medio e lungo termine e gli eventuali sviluppi delle relazioni tra i Paesi.

Per gli spazi romani di Gagosian Paperwork and the Will of Capital si arricchisce della stampa in grande formato (oltre i due metri di altezza) di quattordici fotografie, esaltate da massicce cornici di mogano che, oltre a richiamare l’arredo tipico delle sale riunioni, recuperano un’insolita matrice pittorica. L’artista, infatti, si è detta ispirata dai “bouquet impossibili” delle nature morte olandesi del XVII secolo – impossibili perché formati da esemplari che all’epoca non avrebbero potuto coesistere per limiti stagionali o geografici. Viene in mente il «mazzolin di rose e viole» di Leopardi: quella che un tempo era solo licenza poetica, oggi è diventata realtà grazie alle sofisticazioni biotecnologiche e alla globalizzazione commerciale, che ha consegnato nelle mani di Simon migliaia di fiori freschissimi sbocciati a chilometri di distanza. Se, dunque, non manca una riflessione su come la natura possa essere piegata alle esigenze e all’ego degli uomini, altrettanto forte è il senso di precarietà dietro ciascun elemento della serie, nel contrasto tra i colori dei fiori intatti nelle fotografie e i campioni botanici secchi e sbiaditi.

Attraverso il recupero della materialità della carta e del gesto lento, a tratti sentimentale, con cui chiudiamo un fiore tra le pagine di un libro, Taryn Simon sembra raccontarci una storia silenziosa, messa tra parentesi rispetto al flusso dei grandi eventi del mondo. Eppure Paperwork è una bomba pronta a esplodere: per l’artista ciascuna decorazione floreale è la rappresentazione stessa del potere politico, studiata per marcare la solennità del momento ma in fondo nient’altro che una messa in scena. Sarà ancora Barthes a definire spectrum ciò che è fotografato, anche in relazione al fatto che «attraverso la sua radice questa parola mantiene un rapporto con lo “spettacolo”». Come attori sulla scena, i leader sorridono mentre siglano un trattato; tuttavia la firma, suggerisce Simon, oltre ad avere dei retroscena che solo i fiori «testimoni silenziosi» possono conoscere, al pari di questi è soggetta ai mutamenti del tempo. Un accordo può essere aggiornato, riequilibrato, negato nei fatti o apertamente rimesso in discussione. Tra le fotografie della serie, Treaty on European Union, che riproduce il bouquet presente a Maastricht il 7 febbraio 1992, è proprio in questi giorni – i giorni della Brexit – forse tra le più rappresentative dell’intero lavoro.

Roberta Aureli

Paperwork and the Will of Capital
Gagosian Gallery, Via Francesco Crispi 16 – Roma
Fino all’8 luglio. Dal lunedì al venerdì, 10.30 – 19

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Taryn Simon – Paperwork and the Will of Capital, Gagosian Gallery, Roma

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Taryn Simon – Paperwork and the Will of Capital, Gagosian Gallery, Roma

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Taryn Simon – Paperwork and the Will of Capital, Gagosian Gallery, Roma

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Taryn Simon – Paperwork and the Will of Capital, Gagosian Gallery, Roma

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Roberta Aureli

Nata nel 1991, sono laureata in Storia dell’arte contemporanea all'Università La Sapienza di Roma; la mia tesi magistrale è pubblicata da Bulzoni (La campana di vetro. Trasformazione della «camera di compensazione per sogni e visioni» nelle pratiche artistiche contemporanee). Dopo uno stage presso una galleria romana e una prima esperienza come curatrice indipendente, attualmente frequento Campo16, il corso per curatori della Fondazione Sandretto Re Rebaudengo di Torino, e collaboro al corso magistrale di Storia dell’arte contemporanea di Antonella Sbrilli (Università La Sapienza, a.a. 2016/2017).

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