Peindre dans tes yeux, Axel Pahlavi

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Nato a Teheran, Axel Pahlavi vive e lavora a Berlino. Pittore figurativo, le sue tele narrano dell’umanità contemporanea nella sua dimensione più intimamente spirituale. Uomini e donne della nostra generazione, profili della Berlino underground, colori psichedelici, corpi lacerati, sono gli elementi di una vera e propria via crucis del XXI secolo, al contempo laica e religiosa.

Nell’esposizione Peindre dans tes yeux alla Galerie Eva Hober di Parigi tre sono gli aspetti fondamentali della rappresentazione artistica che l’artista indaga: quello concreto, quello spirituale, e quello formale. Il significato di questo titolo è duplice. Da un lato prende in considerazione la materialità dell’opera, la pittura, in questo caso, una pittura dal processo lento, profonda e densa. Nello sguardo dell’osservatore essa acquisisce una dimensione tridimensionale, quasi scultorea, emancipandosi dalla bidimensionalità che tradizionalmente la caratterizza.

Il secondo significato è all’opposto d’ordine spirituale. L’esposizione si apre con un ritratto del volto del Cristo, sanguinante, il capo cinto dalle acuminate, esageratamente lunghe, spine della biblica corona. È questo volto, l’amore nel suo sguardo e la sincerità infantile del suo sorriso, la chiave di lettura spirituale dell’intera esposizione. Numerosi ritratti si susseguono, una parete di volti in piccolo formato si apre alla vista dell’osservatore che attraversa lo spazio della galleria. Ritratti di giovani uomini e donne, gli stessi che si potrebbero incontrare in un centro sociale berlinese, la moglie dell’artista, e l’artista stesso. Alcuni hanno il trucco dei saltimbanchi, gli occhi lucidi. Le tele si succedono, l’una di fianco all’altra, come in un’iconostasi riadattata al moderno spazio del White Cube. È lo sguardo del Cristo in croce su ognuno di questi uomini e donne, nascosti dietro la triste maschera pucciniana del pagliaccio, ad essere qui rappresentato.

E infine l’aspetto formale: la pittura figurativa. Da decenni tanto screditata, tra installazioni, performance, e nuove tecnologie, essa riprende progressivamente il suo spazio nel mondo della critica e del mercato dell’arte. Se volessimo cercare una simbologia nelle tele di Pahlavi potremmo, e ne troveremmo, «ma non é questo che mi interessa», afferma l’artista, «non voglio fare della pittura intellettuale, voglio creare un linguaggio. L’intelletto non é la finalità delle mie tele, a me serve rappresentare, istintivamente, narrare».

Secondo la Logica della sensazione teorizzata dal filosofo francese Gilles Deleuze, le immagini sacre esposte nei luoghi di culto non illustrano nulla, esse rappresentano senza raccontare, private del senso, sono pura idealizzazione. Al contrario, per mezzo di questa figurazione, Axel Pahlavi conferisce alla forma il suo senso: l’immagine diviene incarnazione del logos, essa racconta, narra, quasi illustra. E il senso profondo sta proprio qui, nelle spine e nella carne sanguinante, lacerata, di un Dio che manifesta la sua resurrezione non in un aurea di potenza greco-mitologica, ma nell’umanità sofferente delle sue ferite.

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Peindre dans tes yeux, 2016, olio su tela, 290 x 300 cm, Collection privée, Suisse

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Clown céleste, 2016. Olio su alluminio, 100 x 70 cm. Collection privée, Suisse

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Anna Battiston

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