Perduti nel Paesaggio

Gonzalo Diaz - Mappamondo, 2014

Il percorso espositivo curato da Gerardo Mosquera propone una riflessione originale sul concetto di paesaggio. Attraverso le opere di oltre 60 artisti provenienti da tutto il mondo, molti dei quali presentati per la prima volta in Italia, Mosquera intende indagare quella sensazione osmotica e al contempo straniante che accompagna la percezione che ha l’uomo contemporaneo dell’ altrove, del circostante, del paesaggio tout court. In mostra oltre 170 fotografie, 84 opere pittoriche, 10 video, 4 video-installazioni, 4 installazioni, 4 interventi context specific (Gonzalo Diaz, Takahiro Iwasaki, Glexis Novoa e Cristina Lucas), 1 progetto web specific (Simon Faithfull), 1 libro d’artista (Ed Ruscha).

Bae Bien-U - snm5a-002h, 2012. Courtesy dell’artista e Galerie RX, Parigi

Bae Bien-U – snm5a-002h, 2012. Courtesy dell’artista e Galerie RX, Parigi
 

Esaminando la naturale propensione umana ad appropriarsi dell’ambiente, a identificarsi e a dialogare con esso, la mostra affronta il tema del paesaggio non come genere artistico ma come mezzo per la costruzione di senso, offrendo al visitatore un’esperienza di forte impatto estetico e di riflessione mediante le opere esposte e la loro articolazione nello spazio. Gerardo Mosquera scrive nel testo in catalogo (Edizioni Mart) che il significato del termine “paesaggio” definisce “sia la percezione di un determinato luogo, sia la sua rappresentazione”, rendendo inseparabili fra loro l’oggetto dal soggetto, l’ambiente dal suo abitante.

Lei Hong, I dreamt that I was Woman in my Past Life, 2003

Lei Hong, I dreamt that I was Woman in my Past Life, 2003
 

La dialettica tra distanza, oggettività, appropriazione e soggettività, si produce perché il paesaggio è una realtà fisica, culturale, sociale come raccontano le fotografie di Bae Bien – U in cui l’artista fotografa una pineta muovendosi al suo interno, gli alberi sembrano ingabbiare la vista procurando un senso di smarrimento, in realtà è l’artista che domina il paesaggio mostrandoci il bosco in una propria operazione percettiva culturalmente condizionata. Per contro, nel video di Marina Abramović, Stromboli 2002, vediamo l’artista distesa sulla battigia, inerme, abbandonata allo sciabordio delle onde che inizialmente sembrano cullarla per poi travolgerla l’istante successivo, immagini che ci riconducono alla nostra finitezza di fronte alla potenza della Natura. Non manca nel percorso di Mosquera la riflessione sull’urbanizzazione contemporanea che ha raggiunto livelli parossistici in nazioni in forte crescita come la Cina, paese da cui proviene l’artista Du Zhenjun che attraverso le sue iconiche torri di Babele, denuncia le piccole e costanti apocalissi umane.

Gonzalo Diaz - Mappamondo, 2014

Gonzalo Diaz – Mappamondo, 2014
 

La mostra, senza la minima preoccupazione enciclopedica e tassonomica, espone alcune delle molteplici varianti attraverso cui il paesaggio diviene medium per la costruzione di messaggi, d’identità. Il percorso espositivo, sviluppato per contrappunti, si conclude lasciando il visitatore in una sorta di limbo, di “non luogo”, perso – per l’appunto – in uno spazio in cui le differenti visioni si condensano perfettamente nella frase che Calvino mette in bocca a Marco Polo nelle Città Invisibili, e che il curatore pone come incipit della mostra “Il viaggiatore riconosce il poco che è suo, scoprendo il molto che non ha avuto e non avrà”.

Chiara Mastelli

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