Peter Buggenhout. The Blind Leading the Blind.

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Tra i più importanti scultori europei della sua generazione ma ancora non adeguatamente conosciuto nel nostro Paese, Peter Buggenhout (Dendermonde, 1963) arriva a Bologna con The Blind Leading the Blind, sua prima personale italiana promossa da Banca di Bologna e curata da Simone Menegoi. Dopo un esordio legato alla pittura, da vent’anni l’artista belga ha trovato la propria cifra espressiva in elaborati assemblaggi in cui i più disparati materiali (scarti industriali, calcinacci, lamiere, tubi di ferro ma anche interiora di animali, crini e sangue rappreso) compongono strutture apparentemente babeliche derivate in realtà dall’attentissima calibratura di ogni dettaglio. Questi sistemi paradossali, particolarmente suggestivi quando vengono realizzati in scala ambientale, sono organismi dalla natura ambigua tra il relitto e il cantiere ricoperti da uno spesso strato di polvere che suggerisce il loro ritrovamento dopo decenni di abbandono.

La mostra riunisce due opere della serie “La parabola dei ciechi”, ispirata all’ammonizione evangelica contro la fallacia delle convinzioni umane nella lapidaria interpretazione di Pieter Brueghel il Vecchio che la dipinse come lugubre processione di non vedenti destinata a finire nel fosso perché condotta da una guida altrettanto cieca. Se il celebre pittore fiammingo stigmatizzava i vizi e le debolezze umane in quadri brulicanti di una vita entomologica e irragionevole che sembrava ritrovare la perduta ragion d’essere proprio nell’appartenenza a quelle affollate coreografie collettive, anche l’opera di Buggenhout vuole riflettere la complessità dell’esistenza e le sue inafferrabili logiche interne, di fronte alle quali l’uomo non può essere altro che un irrilevante e parziale testimone. Per questo, nonostante i suoi lavori suscitino la tentazione di riconoscervi animali apocalittici o macabri vascelli alla deriva, l’artista rifiuta e smentisce ogni esito simbolico e rappresentativo per instaurare un rapporto analogico con la realtà considerata, nella sua interezza, come un inestricabile intreccio di possibilità e implicazioni. La scultura per lui è quindi un oggetto autoreferenziale che assomiglia soltanto a se stesso, è il risultato di un processo che asseconda il flusso della vita senza irreggimentarlo, è la maestosa provvisorietà della forma consegnata all’eternità nel suo aspetto visibile. A queste ragioni è riconducibile anche la scelta di non enfatizzare l’autorialità del proprio gesto creativo e di affidare lo sviluppo di ciascuna struttura alle imprevedibili conseguenze della situazione da lui predisposta inizialmente come se l’istinto compositivo che lo guida nel far proliferare l’intelaiatura di partenza fosse una spontanea emanazione dell’opera. Minimalista e astratto per vocazione, compensa la programmatica impersonalità del suo approccio con un’intensa fascinazione organica veicolata, in questo caso, dalla polvere: nelle minuscole particelle incoerenti che nascono dal suolo per depositarsi sul mondo, si frammischiano infatti anche corpuscolari residui umani, soprattutto cellule e capelli, che racchiudono la traccia genetica del transitorio passaggio sulla Terra di anonime e irripetibili individualità.

Misteriose, attrattive, repulsive, disorientanti e nonostante tutto esteticamente raffinatissime, le sculture di Buggenhout smantellano le gerarchie di valore e i criteri di senso con cui ci orientiamo nella vita quotidiana per ripristinare la meraviglia e lo smarrimento che originariamente colsero l’uomo agli albori della sua coscienza. Sovrastati dalla magnificenza dell’insieme come Caspar David Friedrich di fronte al Mare di Ghiaccio, non riusciamo a vedere nessun orizzonte definito oltre l’installazione e lo sguardo è irresistibilmente imprigionato in un intricato labirinto di anfratti, superfici e depositi che eccitano la nostra più voyeuristica immedesimazione. Questi enigmatici complessi scultorei sembrano infatti acquisire piena leggibilità solo se esperiti con un’attitudine introspettiva e meditativa, l’unica via che permette di riconoscere nelle loro forme scabre e irregolari l’indefinibile impasto di  progettualità e caos, crescita e consunzione che assimila l’esistenza individuale al respiro del cosmo. In una recente intervista Buggenhout ha dichiarato che la distruzione conduce alla fine alla costruzione, nello stesso modo in cui le foglie morte nutrono gli alberi, lasciando intuire che le sue opere non sono malinconiche vanitas o catastrofiche prefigurazioni del futuro come potrebbe far supporre il loro apparente abbandono, ma fedeli trasposizioni materiche dei processi generativi del mondo. In stringente affinità con la vita reale, le sculture individuano tortuosi sentieri in cui l’inizio è sepolto nell’oblio e la fine non si riesce indovinare, mentre nei silenziosi paesaggi mentali che si snodano lungo il percorso si alternano desolate plaghe di solitudine e attimi di incantata bellezza.

Peter Buggenhout. The Blind Leading the Blind.
a cura di Simone Menegoi
28 gennaio – 19 febbraio 2017
Salone Banca di Bologna di Palazzo De’ Toschi
Piazza Minghetti 4/D, Bologna

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Peter Buggenhout, The Blind Leading The Blind # 25, 2008. Plastic, polyurethane, polyester, aluminium, iron, wood, plexiglass, household dust over a core of debris. Photo Credits: Dario Lasagni

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Peter Buggenhout, The Blind Leading The Blind # 25, 2008. Plastic, polyurethane, polyester, aluminium, iron, wood, plexiglass, household dust over a core of debris. Photo Credits: Dario Lasagni

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Peter Buggenhout, The Blind Leading The Blind # 25, 2008. Plastic, polyurethane, polyester, aluminium, iron, wood, plexiglass, household dust over a core of debris. Photo Credits: Dario Lasagni

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Peter Buggenhout, The Blind Leading The Blind # 65, 2014. Ferro, legno, alluminio, cartongesso, intonaco, plexiglas, gomma, poliuretano, polistirolo, stoffa, polvere domestica, Photo Credits: Dario Lasagni

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Laureata in storia dell’arte al DAMS di Bologna, città dove ha continuato a vivere e lavorare, si specializza a Siena con Enrico Crispolti. Curiosa e attenta al divenire della contemporaneità, crede nel potere dell’arte di rendere più interessante la vita e ama esplorarne le ultime tendenze attraverso il dialogo con artisti, curatori e galleristi. Considera la scrittura una forma di ragionamento e analisi che ricostruisce il collegamento tra il percorso creativo dell’artista e il contesto che lo circonda.

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