Piero Gilardi al MAXXI. L’opera come formAzione sociale

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Negli anni Sessanta-Settanta, tra gli artisti torinesi dalla marcata individualità, appartenenti o meno all’Arte Povera, Piero Gilardi era certamente il più anomalo, sia per la tipologia che per le finalità sociali delle opere. Va ricordato che egli agiva con lo stesso rigore contestativo dei poveristi, ma rispetto a loro dava alla sua produzione una connotazione sociopolitica e ideava perfino la Media Art sperimentando le nuove tecnologie come strumenti primari dell’espressione creativa, sia pure allo scopo di ridefinirne la funzione e di conseguire l’interazione tra arte e azioni umane.

Nel contesto dinamico ed evolutivo di quel periodo i tappeti-natura in poliuretano espanso multicolore, da lui prodotti dal 1965, proponevano frammenti iperrealistici di natura artificiale che esprimevano la bellezza incontaminata d’un mondo nuovo. Inizialmente, quando non c’era ancora la cultura artistica e ambientalista che permetteva di apprezzarne appieno le motivazioni di fondo, essi erano percepiti come quadri tridimensionali inespressivi, riconducibili alla Pop Art o al Nouveau Realisme, e non come lavori dalle forme e dai concetti inediti. Infatti, quegli insoliti artefatti, che scaturivano da una presa di coscienza critica della realtà voluta dal neocapitalismo, tendevano a oggettivare l’interpretazione e a democratizzare l’arte, discostandosi da letture di gusto borghese e da appropriazioni feticistiche.

Da lì Gilardi sviluppava la sua ideologia indirizzandola alla salvaguardia ambientale, in piena indipendenza dal sistema artistico e dai poteri oppressivi. E, nell’indagare in profondità il contrasto tra modernità e natura, attuava una radicale strategia pedagogica e pratica per proporre alla collettività un habitat alternativo più vivibile. Per questa via, con coerenza e determinazione, approdava a realizzazioni sempre più complesse e coinvolgenti: organizzava il teatro di strada, in cui esibiva figure caricaturali di noti personaggi della scena industriale e politica del Paese, estetizzando proteste popolari; teneva dibattiti pubblici che generavano idee e altre iniziative tendenti a mobilitare pacificamente la gente in difesa dell’ecosistema e dei diritti umani fondamentali. Dopo il ’69 procedeva con lavori meno oggettuali a vantaggio di quelli più teorici e critici, per una emancipazione della situazione esistenziale. In seguito fondava l’Associazione PAV (Parco d’Arte Vivente), con progetti di arte partecipativa, più estesi e penetranti, attraverso efficaci metodi educativi. Un attivismo il suo che evidenziava – come ha detto Bartolomeo Pietromarchi –“una costante tensione etica, sociale e politica, un rigore intellettuale, un impegno civile e militante dove la creatività è funzionale a una visione del mondo basata sull’uguaglianza e sull’empowerment”.

In sostanza Gilardi definisce un nuovo statuto dell’arte contemporanea diverso da quello codificato, introduce una nuova estetica e propone insolite operAzioni per coniugare concretamente arte e vita. Grazie alla sua perseverante azione costruttiva, il MAXXI gli ha dedicato l’ampia retrospettiva Nature Forever – attentamente curata da Hou Hanru (direttore del Museo), Pietromarchi (direttore del MAXXI Arte) e dal critico Marco Scotini – con una serie di opere tra le più significative, allestite in modo esemplare con l’appassionata complicità dello stesso autore. L’Istituzione, quindi, ha avuto il merito di ufficializzare la sua arte controcorrente, capace di agevolare i cambiamenti sociali in senso positivo e, in un momento di crisi generale, peraltro in espansione, è riuscita a far comprendere meglio e a far condividere l’azione altruistica e lungimirante di Gilardi che in passato poteva sembrare utopistica. In più l’elegante catalogo (Quodlibet editore), che rivisita mezzo secolo di attività con diversi saggi e illustrazioni, costituisce un utile documento di approfondimento dell’intero percorso dell’artista.

Alla preview stampa la Presidente Giovanna Melandri e i curatori hanno focalizzato il significato della mostra. Gilardi ha puntualizzato che oggi bisogna pensare a un uso alternativo delle tecnologie per riparare i guasti di un secolo e mezzo di industrialismo inquinante e individuare adeguate modalità per gestire un modello produttivo ecosostenibile. Poi ha ribadito che, secondo lui, nell’arte attuale “le forme sono veicolo di formazioni sociali e le nostre soggettività devono trarre profitto dalle differenze, al fine di permettere la realizzazione del sogno dell’arte relazionale, perché solo il dialogo potrà condurci fuori dalla crisi epocale in cui siamo caduti. Non a caso si parla addirittura di antropocene e di sesta estinzione”.

Al termine invitava una visitatrice ad attivare, con un semplice soffio, il dispositivo elettronico che metteva in movimento la straordinaria installazione Inverosimile (una vigna in poliuretano espanso) e dava avvio alla proiezione su grande schermo di immagini mutevoli, che riproducevano il ciclo della giornata (dall’alba alla notte). La scena, resa più suggestiva dalla sovrapposizione di colori luminosi e da suoni, evocava tensioni e conflitti bellici causati dalle irrazionalità dell’uomo. Il pubblico, immerso nell’ambiente plurisensoriale, diveniva parte attiva dell’armonioso processo performativo. Il giorno dopo, in un talk, Roberto Lambarelli (direttore della rivista “Arte e Critica”) e l’artista analizzavano altri aspetti del repertorio gilardiano. Da parte mia ho rivolto a Piero tre domande chiarificatrici:

Luciano Marucci: Nella tua produzione, che deriva da una presa di coscienza critica della realtà in cui viviamo, forma linguistica e contenuto si fondono in funzione dell’interazione visiva e mentale con il fruitore?
Piero Gilardi: Nel mio lavoro artistico il rapporto tra contenuto – ideale, poetico, cognitivo – e forma linguistica è molto libero. Con la fine delle avanguardie e della modernità stessa, e in particolare dagli anni ’80 del secolo scorso, credo che noi artisti abbiamo conquistato una illimitata libertà nell’uso delle forme linguistiche. Ad esempio nel mio lavoro di artista e di performer politico utilizzo varie fonti: dalla grafica satirica tradizionale del movimento operaio socialista e comunista al muralismo messicano, all’inventiva grafica delle espressioni creative sul web. Nelle mie recenti installazioni come Ipogea, Phosphor e Tiktaallik ho impiegato disinvoltamente le forme dei miei tappeti-natura scolpiti in poliuretano, senza preoccuparmi del loro aspetto dejà vu.

Dopo tanti anni di arte partecipativa, radicale e strategica in senso formale e teorico, che significato assume la complessa, articolata e intenzionale retrospettiva del MAXXI anche rispetto alle altre esposizioni del tuo curriculum? Cosa hai voluto evidenziare in particolare?
Per la mostra del MAXXI in origine avevo pensato al titolo BIOPOLITICA. Trent’anni di ecologismo militante. Poi i curatori hanno voluto estendere nel tempo questo “filo rosso” e, tutto sommato, è stata una scelta sensata. Tuttavia per me l’aspetto importante è soprattutto quello dei miei lavori nell’ambito della BioArte, a partire dal 2000, e quindi dalla costruzione del Parco d’Arte Vivente, con le opere di senso ecologico come Apiaria (2016), Tempesta Perfetta (2017) e le animazioni politiche come O.G.M. Free (2014).

In questa Istituzione dalla struttura architettonica moderna, capace di attrarre il grande pubblico, suppongo che l’installazione Inverosimile del 1989, che vi ha trovato idonea ambientazione, sia il tuo lavoro più rappresentativo dal punto di vista relazionale.
Inverosimile, realizzata nel 1989, è l’installazione tecnologico-relazionale più complessa e “avvincente” che sono riuscito a elaborare nella fase pionieristica dell’arte digitale. In essa c’è una “summa” delle esperienze precedenti, dai tappeti-natura alle animazioni politiche degli anni Settanta e Ottanta, e anche della mia esperienza del psicodramma psicanalitico. Però vorrei farti notare che negli anni ’80, con il mio collettivo, ho prodotto degli eventi creativi che hanno coinvolto centinaia e talvolta un migliaio di persone come nella catena umana del 1986 per la denuclearizzazione del Quartiere Le Vallette di Torino.

21 aprile 2017

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Piero Gilardi, MACCHINA PER DISCORRERE, 1963, esposta nella mostra “Collaborative Effects”, a cura di D. Fransssen Van Abbemuseum, Eindhoven 2012, ph Peter Cox

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Sciopero CGIL”, Torino, 2011
(courtesy Fondazione Gilardi, Torino)

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“Vestito-Natura Anguria”, 1967, poliuretano espanso, cm 70×180 ca
(courtesy Fondazione Gilardi, Torino; Fondazione MAXXI; ph Andy Keate)

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“Mare”, 1967, poliuretano espanso, 191x176x30 cm
(courtesy Fondazione Gilardi, Torino; ph Leo Gilardi)

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“Rotolo di Tappeto-Natura Terreno di montagna”, 1966, poliuretano espanso, 100x400x15 cm
(courtesy Fondazione Gilardi, Torino; Fondazione MAXXI; ph Luciano Marucci)

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