The possibilities of living

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In Piemonte un nuovo modello di residenza prende piede.
E’ RESO’, il programma promosso dalla Fondazione  per l’Arte Moderna e Contemporanea CRT  e sviluppato in rete dalle istituzioni culturali della Regione, che esplora inedite geografie del panorama artistico mondiale favorendo la mobilità di artisti IN&OUT.

Frame Works 3

Frame Works, Field Trip at Purifier Po Sangone (Turin), 15th July 2013
 

La grande innovazione di Resò sta nel suo essere un’esperienza prima di tutto formativa, che non implica necessariamente un momento di produzione artistica ma che è innanzitutto occasione di studio, indagine e interazione con i territori e con i contesti dell’arte. RESO’ è una riflessione sul «risiedere»  e sull’«abitare» e, quindi, sull’attraversamento di un luogo con tutte le molteplici possibilità legate a questa esplorazione.
Ogni attività conoscitiva si distingue in base alle capacità di percezione umana del mondo esterno e alle «tecniche» di osservazione e, quando tra  percezione e osservazione non c’è  soluzione di continuità, allora la narrazione sarà inedita e inaspettata.
Siamo andati quindi a scoprire le esperienze degli artisti IN, che arrivano dalle istituzioni partner straniere,  fino a metà luglio residenti tra  Torino, Biella e Poirino: i Frame Works collective, in residenza presso il PAV Parco d’Arte Vivente, Luisa Ungar, presso Cittadellarte – Fondazione Pistoletto e Malk Helmy e Nida Ghouse, presso Fondazione Spinola Banna per  l’Arte.
Provenienti rispettivamente dal Khoj-International Artist Association di New Delhi, da Lugar  a Dudas della città di Calì in Colombia e dalla Townhouse Gallery del Cairo gli artisti della terza edizione di RESO’ in una tripla intervista ci hanno raccontato le suggestioni dell’attraversare e abitare i luoghi del contemporaneo piemontese.

Luisa Ungar, Library of an amateur traveler, 2011. Instalation, diverse materials and dimensions
 

A quali progetti state lavorando per la vostra residenza a RESO’?
Frame Works collective All’interno di un contesto urbano, l’idea di una risorsa sembra risiedere al di fuori di noi stessi, staccata dalla nostra coscienza e dall’esperienza di vita immediata. Ci sembra che le città creino un’altra idea di natura, in cui il nostro rapporto con la natura e le sue risorse è puramente funzionale, di utilizzo e convenienza. La premessa del nostro lavoro al PAV è di riesaminare il rapporto con l’essenza fondamentale dell’acqua, indipendentemente dai suoi attributi funzionali. Stiamo esaminando il concetto di rabdomanzia come evocazione della coscienza del valore primordiale di questa risorsa altamente controversa. La tipica associazione che si fa con rabdomanzia è la ricerca di qualcosa di prezioso. Attraverso un atto di ricerca dell’acqua al PAV (seguendo le reti idriche interrate sotto la superficie), scoprendo il suo valore intrinseco nel favorire la vita (le sculture organiche e i micro ecosistemi che esistono nello spazio), forse potremmo ri-articolare il valore di questa forma di vita primaria ridandole forza.
Luisa Ungar  Lavoro sui concetti seguenti: immaginari dell’animalità in tempi di crisi, mitologie del futuro, linguaggio, inferi.
Malk Helmy e Nida Ghouse Stiamo sviluppando un progetto chiamato Emotional Architecture, che è concepito come un esercizio nell’affrontare i retaggi sociali, intellettuali e psichici nel partecipare e nell’abbandonare le collaborazioni.
Il progetto è nato da una serie di conversazioni durante le quali sono sorte delle domande che ci hanno interessato: cosa succede alla conoscenza che nasce da una collaborazione quando la collaborazione finisce? Questa, ci è sembrata, non tanto una questione di come si reclamino le proprie idee una volta che una collaborazione finisce quanto piuttosto di come possa resistere. Successivamente, è diventata un’interrogazione sul che cos’è che sopravvive alla collaborazione, ciò che vi rimane come residuo e come eccesso. Quali sono le infra / strutture in cui le collaborazioni nascono, e quali invece quelle che si lasciano alle spalle?
Il progetto consiste nel prendere in considerazione una serie di collaborazioni- collettivi artistici minori, istituzioni d’ampia scala, movimenti sociali temporanei. Per la nostra residenza presso Reso’ 3 e Fondazione Spinola Banna per l’Arte, immaginiamo che il progetto possa assumere la forma di una pubblicazione.

Fondazione Spinola Banna per l’Arte, residenza Resò a Poirino

Fondazione Spinola Banna per l’Arte, residenza Resò a Poirino
 

Che tipo di rapporto o di differenza c’è tra il sistema dell’arte contemporanea qui in Piemonte e quello del posto da dove venite?
Frame Works collective Questa è una domanda difficile, soprattutto se si tiene conto delle diverse culture, storie e modi e forme di pratica e produzione artistica di due contesti differenti. Nella nostra percezione, gran parte dell’arte contemporanea in India è una risposta a un particolare momento storico che il Paese sta vivendo – il picco del capitalismo e lo stress che sta portando nel tessuto sociale. Al contrario, gran parte del lavoro che abbiamo visto qui sembra aver interiorizzato questi conflitti e stia ora pensando a nuove forme attraverso le quali rispondere a questo sentimento. Un’altra caratteristica interessante del sistema dell’arte qui in Piemonte è l’enfasi per la pedagogia all’arte – in tutte le nostre visite ai musei, è stata un’esperienza bellissima vedere i bambini a contatto con l’arte contemporanea in così tenera età. In India sembra che ci sia una distanza tra l'”arte” e il “pubblico”,  e riteniamo che lo spirito pedagogico che esiste qui possa contribuire in modo significativo a costruire un ponte in questo divario.
Luisa Ungar  C’è un interesse comune verso nozioni quali cittadinanza, spazio pubblico, attivismo, mercati alternativi, sono questioni che sono state interrogate da vari scenari (centri culturali di quartiere, organizzazioni locali, gruppi teatrali). Il modo in cui queste tematiche permeano il campo delle arti variano da luogo a luogo, a Bogotà, per esempio, la differenza tra  discorsi ufficiali e non ufficiali è più forte, come lo è la mancanza di denaro messo a disposizione in questo tipo di pratiche. Qui ho trovato spazi interessanti come a.titolo, che si occupa di pratiche curatoriali da una prospettiva critica circa questioni di spazio pubblico da un punto di vista della dimensione politica e sociale. Sintomatica di questa tendenza è anche la mostra Archive Disobedience (The Republic), a cura di Marco Scotini, attualmente al Castello di Rivolli, per il modo in cui propone relazioni tra forme di disobbedienza sociale in luoghi e tempi differenti.
Malk Helmy e Nida Ghouse Il panorama artistico è molto accogliente. Stiamo iniziando a conoscerlo. Tra gli spazi d’arte contemporanea interessanti che abbiamo visitato, c’è quello dove abbiamo assistito allo spettacolo di Crypta747, che abbiamo apprezzato molto. E’ stato molto interessante parteciparvi e avere un’esperienza di tali spazi d’arte “alternativi” della regione.
Da quel momento, abbiamo avuto solo brevi incontri con il contesto artistico qui, mi sembra presto per fare delle osservazioni comparative per quanto riguarda la scena del Cairo.

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Work in progress per le residenti Malak Helmy e Nida Ghouse che si confrontano con il concetto di Architettura Emozianale nel corso della residenza Resò presso la FSB per l’Arte
 

Cosa significa per un artista essere ‘residente’ in un posto e vivere in un luogo?
Frame Works collective Possiamo forse parlare di questo attraverso il lavoro che abbiamo fatto a Torino nelle ultime cinque settimane – cercando di creare delle lenti diverse attraverso le quali guardare l’acqua. La gran parte del nostro lavoro ruota intorno all’idea di risorse naturali come l’acqua. Essere in uno spazio a noi “sconosciuto” ci ha permesso di fare un’introspezione sul nostro rapporto con l’acqua nel nostro precedente lavoro, e creare un nuovo spazio di riflessione sulla vera essenza della acqua. In questo senso, uno spazio di residenza permette di sperimentare i propri pensieri, allargare i confini, mentre allo stesso tempo sfrutta l’evidente svantaggio di “non familiarità” per pensare a nuovi modi di guardare il mondo. Essere in un posto in cui non hai la comodità di avere un linguaggio comune può essere un’esperienza molto stimolante e allo stesso tempo, illuminante. Abitando in uno spazio simile, ci si rende conto che le percezioni e impressioni potrebbero anche essere un modo d’interrogare i pensieri di significato universale.
Luisa Ungar Significa abitare il proprio lavoro in modo diverso, avendo conversazioni inaspettate con persone inaspettate, essendo in grado di concentrarsi sul proprio lavoro in un luogo confortevole, guardare al proprio contesto con distanza, guarda alle diverse forme di lavoro che nascono da domande simili, vedere opere d’arte incredibili.
Malk Helmy e Nida Ghouse Abitare alla Fondazione Spinola Banna per l’Arte e avere lo spazio per pensare e lavorare è stato molto importante per noi e per la nostra scrittura. Alcune volte avere un posto dove poter lavorare al di fuori del contesto usuale in cui si opera può rivelarsi fondamentale per lo sviluppo della propria pratica. In questo senso, siamo grati di aver avuto questo tempo e sostegno.

Fondazione Spinola Banna per l’Arte, residenza Resò a Poirino

Parco Arte Vivente, presentazione dei progetti Resò da parte degli artisti in residenza
 

Leggi qui la seconda parte di The possibilities of living.

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Stefania Crobe

Si specializza in educational management per l’arte e collabora con diversi musei e istituzioni culturali, all’estero e in Italia, da ultimo la Gam e il Pav di Torino. Con un interesse per le funzioni e i processi condivisi delle pratiche artistiche nella società, approfondisce le dinamiche del management culturale e dell’economia della conoscenza come membro di SusaCulture, curando progetti inerenti l’arte e la sfera pubblica. Ha svolto attività di ricerca presso Cittadellarte-Fondazione Pistoletto.

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