Rachel Lachowicz: il sintetico al femminile

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Rachel Lachowicz è un artista america conosciuta soprattutto per il suo sguardo critico rivolto a una visione maschilista del modernismo e per le sue incursioni radicali nei canoni della storia dell’arte reinterpretando opere famose. Molte sono le correnti alle quali è stata associata: femminismo, approppriazionismo, post-minimalismo e concettualismo. Al di là dall’etichette, il suo lavoro ha contribuito a una ridefinizione innovativa della posizione femminista.

Ti consideri un’artista femminista. In che misura i tuoi interessi sono simili a quelli del femminismo degli anni Settanta, e in che misura sono diversi?
Negli anni Settanta il femminismo aveva adottato una strategia efficace per quel periodo, conseguendo molti obiettivi. Se guardassimo indietro nel tempo, potremmo definire alcune di quelle strategie come essenzialiste. Oggi assistiamo a svariati femminismi, non c’è una singola esperienza al femminile. Spesso, le donne incontrano ampiamente quello che io chiamo il sessismo inconsapevole. Quando metto assieme le immagini per le mie lezioni, devo lavorare molto duramente per livellare il campo da gioco, perché è molto facile scivolare in una storia che è prevalentemente maschile. Ci sono varie storie da riconsiderare e quale narrativa privilegiamo? Ma ci sono anche dei modi meno evidenti in cui le donne vengono emarginate. Io faccio uso di materiali cosmetici nel mio lavoro per farli notare. Il rossetto è un pigmento a base di olio, non è molto diverso dalla pittura ad olio o dall’encausto. E tuttavia, quando si parla di un’opera fatta con il rossetto, immediatamente diventa sessuata e può venire percepita come meno importante, perché i cosmetici sono associati all’artificio. Un modo per rendersi conto che il sessismo esiste nel mondo dell’arte consiste nell’osservare la differenza categorica nei prezzi. Esistono superstars al femminile, il che si deve al progresso che abbiamo compiuto, ma nel complesso c’è anche un’enorme disparità di mostre personali nelle istituzioni principali che parla di ulteriori pregiudizi strutturali. Un gallerista mi ha confidato in privato che non hanno mostrato molte donne artiste, in quanto i conti non tornano. Quindi, il fatto che non sia molto redditizio vendere opere di donne artiste continua a trincerare questa gerarchia al maschile, perché gli uomini ottengono maggiore rappresentazione, continuano a fare più soldi, ed è un circolo vizioso.

Qual è il motivo intrinseco che ha portato alla tua decisione di diventare un’artista appropriazionista?
L’appropriazione non era un percorso stabilito di produzione al tempo in cui frequentavo la scuola d’arte alla fine degli anni Ottanta e il termine era in gran parte relegato a Sherry Levine. A Cal Arts, facevo opere che utilizzavano dei materiali industriali e che trattavano lo spazio – sociale, pubblico e privato. Spesso la gente mi ha detto che le mie opere sembravano fatte da un uomo. Ho trovato la cosa interessante. Come mai? Se una donna passeggia in pubblico e viene fischiata o riceve dei commenti, questo per forza significa che lo spazio pubblico è un luogo che gli uomini dominano e occupano sentendosi a loro agio. Se entrambi l’artigianato e lo spazio pubblico sono storicamente appartenuti alle identità maschili, come si fa a fare un’opera che è al di fuori del dominio maschile? Queste domande mi hanno portato a perseguire i materiali cosmetici quali mezzi per la produzione artistica: essi rappresentano innegabilmente un indice del femminile nella nostra cultura e hanno contribuito a un’idea del femminismo, che ci piaccia o no. Che cosa accade quando si fa un cubo minimalista con il rossetto? Esso immediatamente offre una lettura ideologica, ed è così perché le donne sono essenzialmente marcate, mentre gli uomini sono liberi. Quella forma e quel materiale pongono delle domande in un modo che nessun altro materiale può fare. Piuttosto che appropriazione, mi piace pensare al mio lavoro come ad una traduzione.

Come hai avuto l’idea che ha condotto a Particle Dispersion nel 2012-2013?
L’ombretto è un pigmento sciolto che viene messo in compressione con un legante di olio nello spazio definito di una scatoletta, e da oltre 20 anni presso i miei barattoli di ombretto. Qualche tempo fa, ho notato che il verde non viene pressato nello stesso modo, rimbalza. Ho iniziato a guardare al microscopio elettronico le immagini di queste particelle di pigmento e ho notato che sembravano presentarsi in cinque forme di base. Per Particle Dispersion, ho realizzato delle versioni astratte ingrandite di queste forme di Plexiglas e poi le ho riempite con un pigmento di ombretto non pressato. E tuttavia non è una relazione uno-a-uno tra colore e forma: il fatto che la forma a stuzzicadenti si presenti in giallo non significa che tutte le particelle di pigmento giallo abbiano questa forma. Cell Interlocking Construction è un grande pezzo di Plexiglas blu. L’esoscheletro è stato costituito con forme chiare in Plexiglas ed è stato liberamente tratto da Bontecou, da ​​Nevelson e in una certa misura da Schwitters. Ma il semplice esoscheletro appeso sulla parete, senza contenere il pigmento al suo interno, non ha alcun potere visivo; i cosmetici o il materiale all’interno delle scatole di Plexiglas conferiscono la sua forma ed indicano di cosa si tratta. Mi piace che una gran parte del mio lavoro gioca su questo dualismo: rendere potente il femminile, allo stesso tempo mettendo in discussione i nostri costrutti di genere.

In quanto docente di arte e Capo del Dipartimento dell’Arte presso la Claremont Graduate University, ti devi destreggiare tra l’insegnamento e le responsabilità amministrative unitamente al mantenimento di un alto profilo nel mondo dell’arte. Come riesci a conciliare questi due mondi?
Sto ancora imparando. L’equilibrio delle responsabilità amministrative è un nuovo gruppo di competenze per me. Desidero fare in modo che come professore io possa porre e rispondere a quante più domande possibili. Come fai a sapere qual’è la tua filosofia? Tutti abbiamo i nostri meccanismi interni che ci rendono ciò che siamo: dobbiamo solo tirarli fuori, osservarli e parlare di essi affinché l’opera abbia più senso per noi. Credo che fare molte opere aiuti l’artista a conseguire questo obiettivo, per cui conto sull’alta produttività dei miei studenti. Come capo del dipartimento, mi assumo ulteriori responsabilità verso l’istituzione e verso il sistema educativo in generale. Se le scuole d’arte sono frequentatissime dalle donne e tuttavia la maggior parte di quelli che sfondano nel mondo dell’arte sono uomini, stiamo facendo qualcosa di sbagliato. Ma se continuiamo a mettere le donne in ruoli di responsabilità, contribuendo al mantenimento del giusto equilibrio, allora credo che possiamo lavorare per un mondo migliore. Percepisco il mio ruolo di professore e capo del dipartimento come parallelo agli obiettivi della mia arte.

La pagina web di Rachel Lachowicz: http://www.lachowicz.com/

Un ringraziamento speciale alla Shoshana Wayne Gallery.

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Particle Dispersion: Hex Triplet Pink, 2013 Plexiglass case with eyeshadow. Courtesy of Shoshana Wayne Gallery Photo Credit: Gene Ogami

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Untitled, 1998, Metal. Courtesy of Shoshana Wayne Gallery Photo Credit: Gene Ogami

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2010 Installation View. Courtesy of Shoshana Wayne Gallery Photo Credit: Gene Ogami

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Particle Dispersion: Orange Vega, 2013 Plexiglass case with eyeshadow. Courtesy of Shoshana Wayne Gallery Photo Credit: Gene Ogami

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Particle Dispersion: Chrome Green, 2013 Plexiglass case with eyeshadow. Courtesy of Shoshana Wayne Gallery Photo Credit: Gene Ogami

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2013 Installation View. Courtesy of Shoshana Wayne Gallery Photo Credit: Gene Ogami

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Leda Cempellin

Docente Associato Confermato presso la South Dakota State University.

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