Rashid Rana, Lisson Gallery

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Rashid Rana (nato nel 1968) è uno degli artisti pakistani più importanti della sua generazione. Rana comincia a dedicarsi ai media digitali e alla fotografia a metà degli anni ’90, anche se esordisce come pittore tradizionale. Negli ultimi dieci anni e mezzo ha lavorato con un’ampia varietà di media, dalla pittura astratta, a foto e video performance, collage e mosaici di foto – il mezzo espressivo più conosciuto della sua pratica artistica. Proprio questi fotomontaggi, opere visivamente distorte e digitalmente manipolate, sono i protagonisti della mostra alla Lisson Gallery di Milano.

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Rashid Rana,  Notions of Narration II, 2013. Courtesy of Lisson Gallery 
 

Alla Lisson l’artista ha messo in scena diversi famosi dipinti barocchi e neoclassici, scomposti e poi ri-assemblati, come Il Ratto delle figlie di Leucippo (1618) di Peter Paul Rubens e il Giuramento degli Orazi (1786) di Jacques Louis-David. Inoltre, per la sua prima personale in Italia, Rana ha deciso di riflettere su diversi aspetti della storia artistica milanese, scegliendo quadri di alcuni artisti autoctoni, come Andrea Solari e Cesare da Sesto. Il modo in cui l’artista affronta i dipinti degli antichi maestri è una sorta di puzzle pixelato, dove la tela viene digitalmente tagliata in una griglia e i pezzi vengono scambiati uno con l’altro. Con la sua decostruzione del dipinto Rana propone una nuova lettura dell’opera già esistente. Proprio per questo, i capolavori storici ritagliati fanno scoprire delle peculiarità sulla superficie a cui non presteremmo molta attenzione se oservassimo il dipinto al suo stato originale.

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Rashid Rana, To find is to Search, 2013. Courtesy of Lisson Gallery 
 

Ogni piccolo quadrato può essere allo stesso tempo percepito in relazione ad altri pezzi oppure come un dettaglio isolato. Comunque, se osservato da una certa distanza, il quadro rielaborato va lentamente a fondersi in una gigante macchia astratta, e solo dopo essersi avvicinato o aver consultato il personale della galleria, lo spettatore si rende conto che sta infatti guardando un dipinto di Rubens o di qualche altro maestro. Questo processo di “astrazione ingannevole”, vedere le cose in un modo diverso se osservate da lontano o se viste da vicino, fa aumentare la necessità di espandere il nostro sistema visivo convenzionale.

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Rashid Rana,  Notions of Narration II, 2013. Courtesy of Lisson Gallery 
 

Con il costruire e il relativizzare della verità attraverso il processo di manipolazione digitale, Rana crea una tensione tra il tutto e le sue parti, mentre reinterpreta gli elementi dell’opera d’arte e la storia dell’arte stessa. Vengono in mente i pensieri sul collage del critico d’arte Clement Greenberg, da lui visto come l’espressione della tensione tra l’enfasi modernista sulla superficie del dipinto (astrazione) e la tradizione ereditata dalla rappresentazione tridimensionale (risalente al Rinascimento). Questo è il motivo per cui lo spettatore oscilla tra vedere gli oggetti incollati come in se stessi e come parte integrante della scena dipinta. Rana sottolinea che “in questa epoca d’incertezza abbiamo perso il privilegio di avere una visione del mondo univoca. Ora ogni immagine, idea e verità comprendono il loro opposto dentro di sé.” L’artista mette in dubbio con successo la nostra abitudine di applicare una sola idea o opinione all’opera con la quale interagiamo, rendendo il soggetto dipendente dal contesto in cui si trova. È l’unico modo che ci permette di trarre delle conclusioni su come percepiamo un’opera d’arte.

Sebastjan Brank

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