Regina Josè Galindo e l’apparato somatico quale luogo di giustizia

001_QUIN PUEDE BORRAR LAS HUELLAS, 2003

Trentasei anni di guerra civile e una breve efferata dittatura hanno impregnato il Guatemala col sangue di centinaia di migliaia di morti. Efrain Rios Montt, questo il nome del dittatore, ha usato il pretesto di collaborazionismo con i gruppi d’opposizione per privare i Maya dei territori nel nord est del paese. Un progetto di stermino, paragonato dallo scrittore Sergio Ramirez a quello di Erode, che con massacri e svariate nequizie colpiva i bambini e soprattutto le donne, simboli nella cultura Maya della fertilità della terra. Perpetrare violenze, preferibilmente durante la gravidanza per provocare l’aborto, era la strategia adottata per sfregiare ed oltraggiare una civiltà intera, fino ad ottenerne l’annientamento.

Tutte le lacerazioni di questa società degradata sono assorbite dalla pelle nel corpo e nell’anima di Regina Josè Galindo (Città del Guatemala – 1974) e riproposte nelle sue azioni estreme con un’estetica sacrificale volta all’espiazione delle colpe dell’intera collettività. Exhalatiòn (Estoy Viva), l’ultima performance presentata al PAC di Milano il 24 marzo 2014, vede l’artista, in una stanza allestita per l’occasione, indurre il proprio organismo in uno stato di morte apparente. Invece, la tempra anatomica della Galindo rallenta l’azione dei sedativi, sottoponendo il pubblico a un tempo d’attesa imprevisto e dilatato. Completato il processo di narcotizzazione, si supera la soglia del piccolo asettico sepolcro per giungere al cospetto del corpo che, avvolto in un manto purpureo, è disteso inerme su una specie di pietra tombale e illuminato con una luce bianca che rende il tutto più sacrale che clinico. In questo ambiente sospeso si raccoglie il fiato e con concentrazione lo si vede svanire dal piccolo monile di lontana memoria colonizzatrice, da questo suppellettile di vanità, che con una certa ironia viene restituito a chi secoli fa ne aveva fatto dono in cambio d’oro. La pratica performativa dell’artista guatemalteca, apre, sempre, una perforazione profonda nella linea del tempo, ricavando uno spazio ipotetico di riproposizione storica in cui empatia e percezione dell’azione amalgamano arte-vita-morte in uno strettissimo rituale psicomagico. E con quella sorta d’aura magica di un rito antico, in una stanza anemica fredda d’obitorio, s’annuncia l’alito, il traditore della morte. Il simbolo dai tanti significati è la dichiarazione che la potenza della vita abbisogna d’un corpo per essere.

La performance inaugura Estoy Viva, mostra antologica divisa in cinque sezioni: Politica, Donna, Violenza, Organico e Morte. Esclusa dalla ripartizione, La Verdad (2013) apre il percorso, annunciando il senso di tutta la ricerca. L’artista seduta dietro un banco da scuola legge le testimonianze delle vittime dei soprusi. La toccante lettura viene messa a rischio da un dentista che inietta, di volta in volta, un anestetico nella bocca, limitando sempre più la capacità discorsiva. Ci troviamo di fronte all’applicazione metodologica e scientifica della censura. È doveroso affermare che, nel lavoro della Galindo, il corpo non è limitato alla semplice esibizione, ma è uno strumento d’analisi per un’indagine sull’esercizio della violenza, quella praticata contro il debole, il popolo, le minoranze etniche e le donne. È unità di misura della pressione dispotica e allo stesso tempo corpo unico che avvolge il mondo crudele e quello ingenuo, per ripetere su di sé, in immolazioni e sacrifici, le atrocità subite dal corpo collettivo. Il coinvolgimento diretto nell’emotività dell’artista, infetta, piega, sporca, lacera la coscienza del pubblico con un metodo preciso finalizzato alla salvaguardia della memoria collettiva, onde evitare che il trauma causato dalla rimozione venga sepolto sotto una terra corrotta, già colma d’ossa, che ne fagociterebbe l’essenza sino alla putrefazione. In Guatemala la situazione retrograda in cui vivono le donne è denunciata con la famosa performance Himenoplastia (2004)che illustra un intervento chirurgico per la ricostruzione dell’imene, pratica diffusa illegalmente per via della difficoltà che una donna non più vergine incontra per potersi sposare.

Tra le varie opere, Infiltrado (2008) ci fa capire come la Galindo sia attenta, oltre che alla riuscita della denuncia, anche allo sviluppo di un linguaggio mai prevedibile: ingaggia un esperto di spionaggio per raccogliere informazioni sui presenti a un vernissage e poi farne rapporto. Sono una serie di fascicoli con indicazioni personali, come quelli di un archivio segreto di stato. Ormai emblematica è ¿Quien puede borrar las huellas? (2003), durante la quale percorse a piedi nudi, intinti nel sangue umano, il tragitto che va dalla Corte Costituzionale fino al Palazzo Nazionale del Guatemala. Ogni impronta è un segno in memoria delle vittime del conflitto armato e contro la candidatura dell’ex dittatore Montt, poi condannato a ottanta anni di carcere per genocidio. Condanna successivamente annullata dall’attuale governo. Presto dovrebbe riaprirsi il processo. La Galindo attraverso l’uso “disturbazionale” (per usare un termine coniato da Arthur C. Danto) della sua corporeità, non restituisce l’evento storico preciso, ma lo rende ancora possibile. Il corpo, che è “corpo d’arte”, sublima in una condivisione parossistica il passato rimosso, mettendolo in scena in un museo o per strada o precisamente nel luogo in cui è avvenuto, creando di fatto uno spazio “altro” in cui sovrappone la propria morale a quella preesistente, in un atto di giustizia diretta fuori dall’autorità statale.

Riflettere sui soprusi in Guatemala vuol dire partecipare a un discorso politico che riguarda tutta la condizione umana, un avvertire la precarietà su cui sostiamo vuol dire sapere che la perdita di libertà è sempre possibile. L’artista utilizza consapevolmente un linguaggio in grado d’imprimere visibilità con un reticolo di significati che dal corpo si proiettano all’esterno, espandendo l’esigenza di denunciare chi al di sopra di tutti dovrebbe tutelarci, invece ci ammazza. Essere trascinati nel suo meccanismo comunicativo provoca un andamento storto, non una semplice partecipazione voyeristica, ma un camminare lento e molesto che s’impossessa di chi affronta il percorso nella sua ricerca, mentre compressioni limitano i movimenti, mentre il sangue infetto sul volto chiude lo sguardo e le fosse comuni si allargano ampliando un vuoto clamoroso. Inciampando ripetutamente su un groviglio di cadaveri d’una guerra senza senso, ci si rialza sempre, con l’energia ardente e sbigottita della carne accarezzata da un marchio infuocato.

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Regina Josè Galindo, ¿QUIÉN PUEDE BORRAR LAS HUELLAS?, 2003. Foto: Victor Pérez. Vie di Ciudad de Guatemala

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Regina Josè Galindo, CAMINOS, 2013. Foto: Jorge Linares, David Pérez. Concepción 41, Antigua Guatemala. Courtesy dell’Artista e PrometeoGallery

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Regina Josè Galindo, FALSO LEÓN, 2011. Bronzo in bagno d’oro guatemalteco. Foto: Giulia Talini. Padiglione dell’America Latina 54a Biennale Internazionale d’Arte, Venezia. Courtesy dell’Artista e PrometeoGallery

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Regina Josè Galindo, LA VERDAD, 2013. Foto: David Pérez, Jorge Linares. Centro de Cultura de España, Ciudad de Guatemala. Courtesy dell’Artista e PrometeoGallery

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