Ribellarsi Insieme: Storia e attivismo visivo in Sud Africa

Zanele Muholi, VUKANI-RISE, Open Eye Gallery, 2015 © Ted Oonk - 02

 “Vukani”, il titolo della mostra di Zanele Muholi che sarà all’Open Eye Gallery di Liverpool fino al 29 novembre, significa rise, crescere, alzarsi insieme, ma anche ribellarsi. L’attivismo visuale dell’artista parte proprio da una ribellione, ma anche dalla condivisione e dalla partecipazione attiva contro ingiustizie, uccisioni, soprusi subiti dalla comunità LGBT in Sud Africa.

Con “Zanele Muholi: Vukani/Rise”, la prima grande mostra in UK dell’artista, gli spazi della galleria si riempiono di fotografie e video, “armi” che Zanele usa per far conoscere le storie di questa comunità. Il titolo è significativo anche perché richiama l’emergere di vissuti altrimenti sconosciuti al grande pubblico, restituendo dignità a una comunità che non ha voce. Senso di appartenenza-difesa di una comunità e attivismo socio-politico guidano l’operato artistico di Zanele Muholi (Umlazi, Durban, 1972). Attualmente professore onorario all’università di Bremen, l’artista ha studiato Advanced Photography at the Market Photo Workshop a Newtown, Johannesburg, e nel 2009 ha conseguito un  MFA: Documentary Media alla Ryerson University di Toronto. Muholi, inoltre, ha partecipato a diverse Biennali (alla 55 di Venezia e alla 29 di San Paolo) e a documenta 13, e ha vinto numerosi premi, come il Deutsche Borse Photography Prize 2015 o l’Index on Censorship – Freedom of Expression art award 2013. I suoi lavori indagano i diritti universali delle persone in quanto “esseri umani”, (come lei stessa definisce i suoi soggetti), a partire dal diritto di esistere. Volti e voci testimoniano la violenza subita in Sud Africa soprattutto dalle donne lesbiche: oggi sono tantissimi i casi di omicidio e gli stupri “curativi”, così come diffusissime sono le discriminazioni in qualsiasi settore della società. L’urgenza del problema si legge chiaramente dalle parole dell’artista: “A lot of women have lost their lives. I am not talking about issues of 10 years ago… I’m talking about last year when we buried a lesbian who was brutally murdered, Gift Disebo Makau; she was only 23 years old.” E dalle sue dichiarazioni emerge anche la volontà di usare l’arte come forma di attivismo: “Fine artists deal with finery, but I deal with painful material. I’m an artist who uses visuals for activism to deal with the many political issues that affect human beings.”

Il suo approccio fotografico è legato a una conoscenza profonda delle vite dei soggetti e all’obiettivo del suo operato: diffondere il più possibile la storia di persone, mai prese in considerazione neppure dai media, come storia attuale del Sud Africa. La Storia non dei grandi nomi ma di persone che lottano ogni giorno per affermare i loro diritti. Muholi vuole far conoscere la realtà del Sud Africa di oggi: sebbene nel 2006 il paese ha varato una delle costituzioni più innovative del continente (fu uno dei primi a consentire il matrimonio tra persone dello stesso sesso), la legge si scontra con una realtà difficile, in cui il rispetto dell’essere umano non è considerato un principio inviolabile, come ad esempio nei Principi di Yogyakarta [1]. Un interessante video, posto come collante tra due sale di ritratti, si focalizza su alcune norme approvate in diversi paesi del mondo rispetto ai diritti universali dell’uomo, dall’India alla Russia. Ma quanto le leggi sposano la realtà della vita di tutti i giorni? Il confronto pubblico – privato è un’altra tematica affrontata da Muholi. L’artista ritrae il dolore, le violenze ma anche le emozioni, l’intimità dei suoi personaggi, conferendo loro un’aura al tempo stesso profondamente umana e classicamente regale. Una classicità che acquisiscono anche grazie al bianco e nero delle fotografie, che vela il loro orgoglio e la loro presenza di un tocco di solennità. Sono esseri umani con una forte dignità, che lottano e guardano lo spettatore direttamente negli occhi.

Gli spazi mancanti tra le fotografie sono riservati a coloro che non ci sono più ma che sono presenti nella memoria storica condivisa. I ritratti, con la loro dignità di sguardo e posa, rimandano a un’età “classica” dell’Africa, in cui l’artista ricerca una comune ed eroica ‘Africanness’: “We live in a time when we don’t know what is African anymore – who is African and who decides what is African? We, as black communities, have not had our histories documented properly.” Le foto mostrano figure “statuarie” non appartenenti a un passato glorioso ma a un presente che emerge per la prima volta. L’intimità del dolore, l’intimità del loro amore o della loro lotta da privata diviene pubblica. Zanele ha chiara la funzione pubblica della sua arte: diffondere a più persone possibili, e soprattutto al pubblico delle gallerie, la mancanza di diritti e le condizioni di ingiustizia e violenza delle comunità gay, lesbiche e trans in Sud Africa: “Showing [my work here] is political. Especially in this space. The very same kind of posh people who come here are the unconverted who should see this

Nathi-Dlamini-at-the-After-Tears-of-Muntu-Masombuka's-funeral,-2013-©-Zanele-Muholi

Nathi Dlamini at the After Tears of Muntu Masombuka’s funeral, 2013 © Zanele Muholi

Zanele Muholi, VUKANI-RISE, Open Eye Gallery, 2015 © Paul Karalius - 10

Zanele Muholi, Vukani/Rise, Open Eye Gallery, 2015 © Ted Oonk 

Zanele Muholi, VUKANI-RISE, Open Eye Gallery, 2015 © Paul Karalius - 2

Zanele Muholi, Vukani/Rise, Open Eye Gallery, 2015 © Ted Oonk 

Zanele Muholi, VUKANI-RISE © Open Eye Gallery, 2015 - 06

Zanele Muholi, Vukani/Rise, Open Eye Gallery, 2015 © Ted Oonk

 work. Black people, people of colour were excluded from these kinds of spaces for years. So now we’re here and we’re showing the way for other artists. And it’s not about me, it’s a whole community that’s being shown and being present through my work. I’m not displaying self portraits.”

È dal 2006 che Zanele crea un archivio storico di ritratti come memoria storica del presente, dal titolo Faces and Phases 2006-2014, mentre dal 2009 ha avviato Inkanyiso, un archivio online di immagini e storie su lesbiche, gay, bisessuali, transgender e intersex (LGBTI), concepito come forum condiviso di attivismo on line dove poter condividere le esperienze in maniera attiva (il motto è “Produrre, Educare, Disseminare informazione a pubblici molteplici, specialmente quelli che sono marginalizzati dai media”). Sono le testimonianze dirette di queste persone a interessare Zanele, la loro vita e le loro esperienze condivise. Non sono suoi soggetti, ma sono i partecipanti a un progetto. Sono gli stessi partecipanti i protagonisti dei video diffusi in un’altra sala della galleria: in uno spazio ricreato con legno riciclato fornito da Project UP, una società di riciclo, i diversi racconti svelano tramite differenti monitor le storie dei protagonisti (come nel film “Difficult Love”). “Whether we show it or not, that violence is still happening. So what do you do? You show it. The work in itself is RESISTANCE. We are doing this in order to be counted. We’re speaking on the edge and challenging all forms of silence. It’s a painful situation, of course, but it helps many others. Slowly, by reading other people’s stories, people are coming out, talking about rape, being a survivor.” I segni di violenza espressi nei loro volti o dalle loro parole possono scioccare, ma più volte Moholi ripete “You are forced to document”. Documentare il più possibile la verità dei fatti costituisce una forma di resistenza, serve a costruire un’altra Storia. Muholi sprona le stesse persone della comunità a documentare ed esprimersi tramite l’arte, e diventa la loro guida per imparare a fotografare o il loro punto di riferimento nelle difficoltà. Unendo le forze, Muholi pensa di poter trovare diverse modalità di esprimersi e ribellarsi, in modo da lottare contro disuguaglianze di genere, violenze e discriminazioni e favorire quei cambiamenti culturali e sociali necessari per far comprendere meglio la diversità sessuale. Lo spazio fisico della galleria dove sono proiettati i video diventa anche un luogo dove discutere gli argomenti e condividere opinioni (vicino ai monitor è posto un tavolo dove poter lasciare i propri commenti), così come il dibattito si attiva on line con la parola simbolica #Vukani: ognuno è chiamato a partecipare, documentare o discutere perché la condivisione è il primo passo per crescere e ribellarsi assieme. Muholi docet.

[1] I Principi di Yogyakarta, formalmente “i Principi di Yogyakarta per l’applicazione delle leggi internazionali sui diritti umani in relazione all’orientamento sessuale e identità di genere”, sono una serie di principi stabiliti nel 2006 per la protezione dei diritti umani in materia di LGBT ossia lesbiche, gay, bisessuali e transgender,e dell’ intersessualità contro la violenza e delitto d’onore (UNHCR Guidance Note on Refugee Claims Relating to Sexual Orientation and Gender Identity II, B, 14). Questi principi sono stati considerati dal Consiglio d’Europa nel documento “Diritti Umani e Identità di Genere”, scritto il 29 luglio 2009.

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Elvira Lamanna

She graduated in Art History at "La Sapienza" University of Rome, with a dissertation about art and institutional critique from the '60s to 2000s. She obtained a Master's degree in Educational Management for contemporary art in Turin. Art critic, she deals with contemporary art, in particular in relation to interdisciplinary practices, political activism and alternative pedagogy. She is undertaking a Master of Research among the Department of Visual Cultures at Goldsmiths College in London.

1 Comment

  1. Giuseppe lamanna says: Rispondi

    Complimenti per l’articolo ha messo in evidenza lo scrupolo lavoro che l’artista ha compiuto l’attenta denuncia di ciò che oggi caratterizza questo mondo ma anche la speranza che proprio facendo conoscere i dolori dell’umanità si può concorrere a vincerlo. Quindi testimoniare con la frase:YES WE CAN

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