Richard Avedon tra Melbourne e Roma

Alcune tra le più sorprendenti immagini immortalate da Richard Avedon (1923–2004) sono esposte quest’anno tra i due emisferi, alla Gagosian Gallery di Roma e presso The Ian Potter Museum of Art di Melbourne, nel tentativo di esaltare il talento di quello che fu uno dei più grandi fotografi del secolo scorso.Nato a New York, iniziò la sua carriera nella Marina Mercantile Americana durante la seconda guerra mondiale realizzando le foto d’identità dei membri degli equipaggi. Questa prima esperienza marcò in lui una forte impronta che lo distinse in tutta la sua vita di fotografo di moda e ritrattista socialmente e politicamente impegnato contro la violenza e per i diritti civili degli uomini di ogni etnia, sesso e stato mentale. Avedon ritrasse la vita e lo spirito umano nella sua totalità, descrivendo la società del XX secolo attraverso uno sguardo vero e sincero. I suoi soggetti sono uomini comuni, pittori, cantanti, attori, politici, scrittori, artisti che come lui si rifiutarono di nascondersi dietro fittizi status symbols del mondo globalizzato. Questa sua percezione della fotografia e dell’arte è esplicita nel suo rifiuto di distinguere tra fotografia artistica e commerciale, tra reportages culturali e politici mostrando la realtà dell’epoca priva di filtri, nella sua crudezza e tenerezza.

Lui stesso affermava quanto fosse necessario nel suo lavoro entrare a contatto con la parte più fragile del suo animo grazie alla quale si realizzava quella forte identificazione empatica con il soggetto ritratto che poteva essere esaltata dalla sua sensibilità e dal suo particolare senso di osservazione. Traspare da molti dei suoi ritratti un forte bisogno di libertà e spontaneità. Le sue foto evocano la personalità del soggetto messo a nudo nonostante l’alone di notorietà che lo circonda, l’umanità della notorietà si mostra da Tina Turner a Dorian Leigh, da Marguerite Duras a Gisele Bundchen, dai Beatles ad Allen Ginsberg. Affonda nell’anima del soggetto con ironia e vitalità ritraendo la follia dell’arte e dell’uomo nelle sue molteplici forme attraverso la descrizione dei movimenti, dei respiri, delle pupille che osservano lo spettatore nella purezza dei loro sguardi.

Nulla sembra casuale talmente è forte l’espressività delle immagini, eppure sono solo attimi fugaci di grande naturalezza. Proprio questa purezza che si scopre nelle espressioni, nella grazia dei gesti, nei lineamenti, nei muscoli e nelle rughe offre la grande potenza espressiva della sua fotografia. Gli sguardi ipnotici e le pose delle figure sullo sfondo bianco rappresentano la vita e l’arte prive di maschere, immagini sincere di vera espressività emotiva e artistica. Esemplare è la foto Sandra Bennett, Twelve Years Old, Rocky Fort, Colorado scattata nel 1980. Allo stesso modo appaiono le sue modelle nel servizio noir In Memory of the Late Mr. And Mrs. Comfort (1995) pubblicato sul New Yorker o i berlinesi immortalati nella notte di capo d’anno sotto alla Porta di Brandeburgo a due mesi dalla caduta del muro o le immagini di denuncia nel suo reportage presso l’East Louisiana State Mental Hospital nel 1963 dove è fortemente comunicata l’umanità della follia e la follia dell’uomo nel rapportarsi ad essa.

Avedon non era un semplice fotografo di moda era molto di più, era la capacità di rappresentare nero su bianco l’attimo di fugace successo, l’attimo di fuggente intimità di fronte ai più grandi (e agli ultimi) del secolo scorso. “Ogni volta che mi concentro sulla bellezza di un viso, sulla perfezione di ogni singolo dettaglio, mi sembra come se non potessi cogliere cosa ho di fronte, sedotto dallo standard di bellezza dell’altro o dalla sua opinione su quali siano le sue migliori qualità. E di solito questo non è mai auspicabile. Così ogni sessione diventa una sfida.” Ha avuto l’onere e il coraggio di rappresentare i più grandi personaggi della storia più recente, nella consapevolezza della preziosità delle loro opere artistiche, politiche e sociali, nella consapevolezza che dietro a ogni mito di questa società, in eterna ricerca di status symbols, si cela sempre un’umanità forte e sensibile, l’umanità di qualsiasi uomo, noto o comune che sia.

Le sue foto sono espressione di vita, strafottenti ed esilaranti a volte, drammatiche e taglienti altre, comunque cariche di energia e vitalità. Spesso i soggetti ritratti sembrano guardarti come a dirti “Perché proprio io? In fondo non sono altro che un uomo come tanti!”. La notorietà svanisce, resta l’uomo in tutta la sua pienezza e semplicità, in tutta la sua assurdità e ridicolezza. “Tutti noi andiamo in scena. È ciò che facciamo per gli altri, tutto il tempo, deliberatamente o senza intenzione. È un modo per raccontare di noi stessi nella speranza di essere riconosciuti per quello che vorremmo essere”.

Zazi #13, street performer, Piazza Navona, Rome, July 27, 1946

Zazi #13, street performer, Piazza Navona, Rome, July 27, 1946

Simone D_Aillencourt, Frederick Eberstadt, Audrey Hepburn, Art Buchwald, Barbara Mullen. Parigi 1959

Simone D Aillencourt, Frederick Eberstadt, Audrey Hepburn, Art Buchwald, Barbara Mullen. Parigi 1959

Coco Chanel, Parigi, 1958. The Richard Avedon Foundation, Courtesy of Gagosian Gallery

Coco Chanel, Parigi, 1958. The Richard Avedon Foundation, Courtesy of Gagosian Gallery

Marilyn Monroe and Arthur Miller, New York, 1957

Marilyn Monroe and Arthur Miller, New York, 1957

Volpi Ball, Venice, Italy, August 1991, The Richard Avedon Foundation, Courtesy of Gagosian Gallery

Volpi Ball, Venice, Italy, August 1991, The Richard Avedon Foundation, Courtesy of Gagosian Gallery

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Alice Labor

Romana di nascita, Alice Labor è arte, viaggi, letteratura, diritti e politica. Parallelamente agli studi in Giurisprudenza nelle università di Oxford, Aix en Provence e Sapienza di Roma, ha collaborato con la Gagosian Gallery di Londra e con la rivista online Artribune. Si appresta a redigere una tesi sul rapporto tra i privati e i beni culturali ricercando nuovi strumenti per risollevare il patrimonio culturale italiano.

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