roBOt Fesitval 2014. Parliamo d’arte nell’era digitale – parte uno

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roBOt Festival, oggi alla sua settima edizione, è una manifestazione dedicata alla musica elettronica e all’arte contemporanea e si svolgerà a Bologna dall’1 al 5 ottobre 2014. Abbiamo incontrato le curatrici, Elisa Trento per la sezione screenings e Federica Patti per la sezione arti visive, che ci hanno raccontato com’è nato e cresciuto il festival e che cosa vuol dire parlare d’arte nell’era del digitale.

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Quiet Ensemble, selfportrait
 

Federica ed Elisa, cominciamo con l’introdurre il progetto di roBOt festival; entrambe infatti siete coinvolte nell’organizzazione e curatela del festival da qualche anno. Qual è l’esigenza che porta a nascere e svilupparsi un progetto ibrido come quello di roBOt che indaga uno stesso fenomeno – il mezzo tecnologico/digitale – sotto diversi aspetti o da diverse prospettive – arti visive, cinema, musica ecc.?
Federica: La quotidianità contemporanea è immersa e intrisa di strumenti, hardware e software, che veicolano nuove estetiche, nuovi supporti e soprattutto nuove abitudini. Questi stessi strumenti infatti permettono la diffusione espansa e capillare di contenuti multimediali, di altissima valenza estetica e artistica. È stata perciò un’esigenza di natura sociale, di espressione personale e comunitaria quella che ha ispirato e incoraggiato l’associazione Shape nella seconda metà dei 2000 a far nascere anche a Bologna – sulla scia degli esempi italiani (Dissonanze, Club to Club, Elita, Dancity) e internazionali (Sonar, Transmediale, Atonal, Unsound, LPM, Mutek) – un evento come roBOt: una manifestazione di ricognizione locale e globale delle arti digitali, un’occasione di riflessione e d’incontro, ma anche e soprattutto di esibizione e divertimento, per grandi artisti e giovani promesse.

After Crash - AFTER CRASH_HD

After Crash
 

Elisa: roBOt veicola proposte innovative, forme sperimentali e interdisciplinari di approccio alla contemporaneità, considerando la cultura digitale contemporanea come linguaggio privilegiato di forme artistiche multilivello. La missione, intesa come esigenza, del festival è quella di promuovere e investigare la musica elettronica e le arti visive digitali secondo due importanti linee: la prima segue il monitoraggio dell’inarrestabile nascita e sperimentazione di discipline nuove, multiformi, favorite dalla diffusione capillare degli strumenti compositivi e dalle occasioni di confronto e formazione anche al di fuori dei canali istituzionali: artisti autodidatti in grado di creare nuovi immaginari digitali e sonori, ma anche nuove etichette e nuovi canali di distribuzione, nuove forme d’interazione tra pubblico e artista, nuove narrazioni, reinterpretazione e ricerca di spazi e atmosfere sempre più stimolanti. L’altra, invece, vuole proporre ed evidenziare quei fenomeni, le personalità e le correnti artistiche assunte alla ribalta internazionale, per ospitarle nel capoluogo felsineo e metterle a contatto con la tradizione e la ricca realtà culturale emiliano – romagnola. Il filo conduttore delle scelte di contenuto è l’interdisciplinarietà e l’ibridazione fra tecniche tradizionali e avanguardia sperimentale. Questo spirito di contaminazione ha già permesso alla manifestazione di ospitare lavori di musica, danza, cinema, video arte, arte performativa e mediale, fotografia e arte multimediale, tutte in unico contenitore e sotto l’unico tema della riflessione sulla nostra società digitale.

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Antonello Ghezzi, Shooting Stars, 2013. Ph. Fabio Mantovani.
 

Siete quindi in grado di definire cos’è un opera d’arte “digitale”? La sua natura è definita esclusivamente dai media coi quali è prodotta o vi sono prossimità diverse che contribuiscono a definirla?
Federica: Arte è la quintessenza dell’espressione creativa umana: pittura, scultura, cinema, musica, fotografia, architettura, teatro, letteratura. A mio avviso la capacità narrativa, la valenza estetica, poetica finanche sublime, insomma: l’artisticità universale di un’opera – artefatto, azione, composizione – prescindono la materia di costituzione, il mezzo e il supporto tecnico di realizzazione. Quest’ultimo, semmai, produce e consolida stilemi e caratteristiche proprie, fino a costituire un linguaggio specifico di riferimento, in continua evoluzione. Lo sharing e la partecipazione, per esempio, l’interattività e la contaminazione crossover, il mapping e lo sviluppo spaziale 3 e 4D sono elementi storicamente presenti nella ricerca artistica contemporanea, che grazie alle tecnologie digitali hanno trovato enorme sviluppo, applicazione, diffusione e comprensione. Un’opera d’arte digitale è perciò un prodotto – sviluppato attraverso l’utilizzo di tecnologie digitali, che ne caratterizzano gli elementi compositivi e costituenti – i cui contenuti estetici e poetici colpiscono talmente tanto da restare impressi nelle memorie personali e collettive.
Elisa: Un’opera d’arte digitale presuppone un’elaborazione originale di dati, ed è quindi una forma d’arte strettamente connessa al linguaggio informatico. Ma al di là del medium digitale con la quale viene prodotta, appartenendo a un sistema di simboli e di combinazioni messi a disposizione dalla tecnologia, è importante comprendere come questi simboli vengano manipolati e rielaborati attraverso un processo cosciente, vero e proprio atto creativo, che è in realtà il risultato ultimo della conoscenza, della sensibilità e dell’imprinting culturale e sociale dell’artista. L’arte digitale non può dunque prescindere dall’arte cosiddetta tradizionale; si sviluppa a partire da essa ponendola in stretta relazione, in cerca di risposte creative, alle enormi possibilità messe in campo dalla tecnologia. In un contesto di riproducibilità tecnica e di ‘democratizzazione’ dell’arte, la conoscenza del mezzo è dunque strumento potente di comunicazione e di creazione di nuovi mondi, nuovi paesaggi mediatici e percettivi dove sempre più spesso essere umano, spazio e società ritornano al centro dell’attenzione e finanche agenti attivi del processo estetico.

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Icaro Zorbar, Sympathy for the devil, 2012, installation view.
 

Dal vostro punto di vista quali sono gli aspetti più interessanti e meno discussi dell’arte digitale? com’è recepita in Italia e all’estero?
Federica: Le tecnologie digitali hanno rivoluzionato il sistema di produzione artistica e il concetto di autorialità, portando alle estreme conseguenze le profezie delle avanguardie storiche primo Novecentesce e del Cyberpunk anni ’90. L’arte parla il linguaggio della contemporaneità: è diffusa, estemporanea, ludica, democratica, bassa, meccanica, facile; permea una quotidianità ultraconnessa e ipertecnologica, priva di confini netti fra reale, artificiale, virtuale. Il mercato dell’arte tende a osteggiare questi elementi, poiché si basa sull’unicità dell’artefatto, l’incremento del suo valore nel tempo, nonché sulle mode, le tendenze e gli equilibri di un microcosmo chiuso. Per le arti digitali servirebbero fiducia e lungimiranza, investimenti economici e di sostegno da parte di galleristi e collezionisti, nonché delle istituzioni. Questo in Europa, in Asia e negli UK avviene; in Italia, un sistema sociale tendenzialmente gerontologico impedisce non solo la coltura delle culture digitali, ma in generale boicotta gli incentivi alla ricerca e alle giovani imprese.
Elisa: Mi piacerebbe imbattermi più spesso in occasioni di analisi e discussione delle connessioni tra opere d’arte digitali e società. In Italia c’è una vivace produzione di opere e alcuni artisti italiani sono molto stimati a livello internazionale, ma i contesti di analisi e discussione sono pochi. Non c’è sufficiente valorizzazione e promozione: le realtà che intendono farlo fanno molta fatica e a volte rinunciano, in quanto mancano condizioni culturali e politiche di sviluppo idonee. Ma l’arte digitale è sempre un forte atto comunicativo, che ha la potenza di arrivare a chiunque nel momento in cui i contesti lo permettono. Ed è proprio questo aspetto che secondo me sarebbe interessante analizzare: che cosa comunicano gli artisti digitali oggi, qual è il rapporto tra le loro forme creative e i processi di percezione della società, e come questi ultimi hanno influenzato la creazione di determinate estetiche, l’elaborazione originale di nuovi mondi ? E soprattutto: che tipo di società si delinea negli spazi immaginari ? Come sono concepite le connessioni individuali, qual è il ruolo del pubblico / ‘civis’ ? E che cosa rimane delle creazioni frutto delle elaborazioni collettive ? Queste e altre questioni all’estero trovano più attenzione, in veri e propri centri museali e laboratori di sperimentazione digitale.

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Jonathan Monaghan, Spore Baroque, 2014, excerpt rendering.
 

Quale il rapporto con la città di Bologna? Quali legami coi suoi spazi o la sua storia? Come recepisce il festival?
Federica: Bologna è un’eccellenza italiana nell’ambito della cultura contemporanea. L’enorme flusso di giovani studenti verso l’università più antica d’Europa, la dimensione urbana “a misura d’uomo” e la posizione logisticamente strategica hanno storicamente attirato e incentivato la nascita e l’insediamento di collettivi e gruppi, politici e artistici. Da bolognese, riconosco la ricchezza di aver vissuto la sperimentazione che qui si è espressa negli anni ’90, erede a sua volta dei movimenti sociali dei decenni precedenti. roBOt si muove perciò sulla scia di esempi illustri, solcando la strada aperta e disegnata in precedenza da questi riferimenti; lavora inoltre per incrementare il confronto fra la scena culturale bolognese e quella internazionale. E la Città lo percepisce, apprezzando e sostenendo da sempre la manifestazione sia come risposta di pubblico sia come azione istituzionale. Come gruppo sentiamo, con orgoglio, una certa responsabilità culturale nei confronti della nostra città – così come l’innegabile peso dell’eredità che aspiriamo a raccogliere.

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Elektro Moskva, Elena Tikhonova e Dominik Spritzendorfer, 2013, ’89
 

Elisa: L’associazione Shape, attraverso roBOt festival, vuole fornire al territorio un contenitore aperto, uno strumento per dar spazio alle proposte artistiche meritorie. La città di Bologna ha la scena universitaria più grande d’Italia con più di 80.000 studenti e si dimostra di volta in volta il giusto contesto in cui promuovere contenuti sperimentali, correnti artistiche e performative innovative e all’avanguardia legate ai nuovi media e alle arti digitali. La direzione artistica della manifestazione si contraddistingue per un approccio volto a valorizzare le esperienze locali e le eccellenze della nostra tradizione all’interno di un circuito locale e internazionale. Il legame con gli spazi di Bologna è particolarmente prezioso per un festival come roBOt, la cui programmazione si sviluppa su differenti location ricercate e selezionate seguendo l’idea, dimostratasi vincente, della commistione fra le radici culturali del territorio e il futuro rappresentato, in anticipazione, dalla sperimentazione artistica. Il cuore del Festival si svolge durante il giorno nella splendida cornice di Palazzo Re Enzo in Piazza Maggiore, grazie alla collaborazione e al patrocinio del Comune di Bologna. Questa prestigiosa location ospita live, dj set, performance, workshop, proiezioni di documentari, corti sperimentali e video installazioni interattive. Vi è poi il programma serale con live, dj set e installazioni visive precedentemente distribuite all’interno del network dei club del festival, e da quest’anno offerte, ambiziosamente, negli ampi spazi della Fiera di Bologna. La preview del festival è come di consueto in uno dei luoghi simbolo della città: il Teatro Comunale di Bologna, dove negli anni roBOt ha portato esibizioni di artisti internazionali che hanno presentato progetti di musica elettronica sperimentale site specific. Infine da sempre Shape collabora con le più interessanti realtà pubbliche e private del panorama culturale cittadino coinvolgendole in maniera attiva e propositiva nella costituzione di un programma ‘off’ ampio e aperto alla città.

L’intervista continua qui

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Giulia Bortoluzzi

graduated in contemporary philosophy/aesthetics, has been working in collaboration with various contemporary art galleries, theaters, private foundations, art centers in Italy and France. Is a regular art contributor for L’Officiel, editor assistant for TAR magazine, founder and editor for recto/verso and editor in chief for julietartmagazine.com

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