roBOt Fesitval 2014. Parliamo d’arte nell’era digitale – parte due

Haack

Continua l’intervista alle curatrici di roBOt Festival, leggi la prima parte qui

Elisa puoi illustrarci più nel dettaglio com’è avvenuta la selezione per la sezione screenings e quale il taglio curatoriale che hai voluto seguire? Puoi darci una panoramica sui vari progetti?
Elisa: La ricerca delle opere da proporre per la sezione Screenings è un lungo processo di analisi e aggiornamento tramite fonti nazionali e internazionali (riviste specializzate, programmazione dei festival, mercati del settore, percorsi di determinati registi e case di produzione e distribuzione). Per l’edizione 07, il cui tema è #lostmemories, ho cercato dei titoli che sapessero recuperare il senso ampio della storia, sia in riferimento ai contesti sociali, sia rispetto ai contributi artistici. L’approccio ambizioso della selezione Screenings di quest’anno è quello di recuperare memorie importanti e rielaborazioni curiose di stili e immagini passate e contemporanee. Memore ritrovate – trame che disegnano e rielaborano la narrazione collettiva: 12 proiezioni attraversate dal fil rouge “storia e società”, dove a fare la differenza sono i contesti geografici e sociali che influenzano modalità musicali, culturali e creative: dalla Russia al Canada, da Tokyo a New York, passando per la Thailandia e la Siberia. In ognuno dei lavori selezionati, seppure in maniera diversa, a colpire è il legame con la storia, la rielaborazione cosciente di una e più memorie collettive.

Haack

Haack. The king of techno, Philip Anagnos, 2014, 70′
 

Raccontaci anche della tua attività a supporto e promozione internazionale del documentario italiano?
Elisa: Da 8 anni seguo per Doc/it – Associazione nazionale dei documentaristi italiani, le attività di progettazione e coordinamento volte alla promozione del documentario italiano all’estero, e in particolare l’organizzazione di delegazioni di professionisti alle più importanti iniziative internazionali del settore: il Sunny Side of The Doc a La Rochelle, l’IDFA ad Amsterdam, Sheffield Doc Fest, Hot Docs a Toronto, il World Congress of Science and Factual Producers ecc. Da quest’anno per la prima volta ci siamo aperti al mercato asiatico, con l’organizzazione di una delegazione al GZDOC – Guangzhou International Documentary Festival in Cina. Queste iniziative d’internazionalizzazione del cinema del reale italiano cercano di compensare la triste situazione del nostro Paese, dove il prodotto documentario continua, seppur con piccoli miglioramenti, a essere difficilmente riconosciuto: non c’è sufficiente salvaguardia e attenzione verso il genere da parte delle istituzioni e delle televisioni pubbliche e riuscire a realizzare un documentario in Italia è spesso impresa assai ardua. Al contempo all’estero i nostri documentari sono molto apprezzati ed è più facile trovare finanziamenti da parte di antenne televisive e co-produzioni con società di altre nazionalità. Tra le principali iniziative che Doc/it realizza vi sono gli Italian Doc Screenings: il più importante appuntamento internazionale dedicato al mercato del documentario italiano, che quest’anno per la seconda volta torna a Palermo per festeggiare la sua decima edizione. Dal 9 al 12 ottobre, subito dopo roBOt Festival, tutti i filmakers, autori, produttori e distributori di documentari si daranno appuntamento agli IDS per incontrare i più importanti broadcasters, istituzioni e responsabili di fondi del panorama italiano e internazionale.

Videographe_Aspect of fake lifeAspects Of Fake Life, Videographe, 2011
 

Federica, per quanto riguarda le arti visive, come hai proceduto alla scelta degli artisti? Ti sei mai trovata di fronte alla domanda di genere : qual è la natura di quest’opera? Ti chiedo questo perché c’è sempre più una tendenza verso il multidisciplinare, ed è difficile identificare una linea di confine, anche per gli artisti stessi.
Federica: Mi piace raccontare come l’elemento più entusiasmante nel curare e nel vivere una manifestazione come roBOt Festival sia la sua natura squisitamente esperienziale. Il festival è il momento focale di un percorso, un’occasione d’incontro – come dicevo – di ricognizione, riflessione e scambio fra curatori, organizzatori, artisti e pubblico. Sa essere contemporaneamente una mostra, un meeting, un concerto, un hackaton; non si esaurisce né si realizza totalmente nelle giornate specifiche della manifestazione, anche se, nella maggior parte dei casi, le opere proposte vengono pensate e declinate in maniera “site and audience specific”. La tecnica compositiva contemporanea per antonomasia è il remixaggio. Tutti i contenuti presenti a roBOt, soprattutto i progetti curatoriali così come quelli del call4roBOt, vengono scelti in prima istanza attraverso l’incontro e il dialogo: partecipando alle manifestazioni internazionali più interessanti, seguendo da vicino il percorso completo degli artisti, invitandoli a reinterpretare le tematiche di roBOt. Anche quest’anno presentiamo un altissimo numero di prime assolute, di produzioni esclusive per il festival, progetti inediti per Bologna e per l’Italia. L’indagine e l’esperienza delle frontiere dell’arte contemporanea che dialoga con i supporti digitali e sonori è affidata a due sezioni parallele: il grande laboratorio sperimentale offerto dal bando call4roBOt – rivolto a ricercare realtà emergenti e progetti artistici attinenti ogni anno al tema portante della manifestazione, in questo caso i 26 progetti selezionati si confrontano con il titolo  #lostmemories – e i progetti curatoriali, con cui il festival si fa committente per offrire lavori inediti e site specific, coinvolgendo artisti nazionali e internazionali. Sinceramente, tendo a valutare l’artisticità e l’effetto d’insieme della selezione e della proposta che compongo, insieme a tutta la direzione artistica del festival: roBOt è un’esperienza variegata e complessa, fatta di suoni, immagini, azioni, spazi, contributi puntuali di singoli artisti giustapposti e amalgamati in un percorso di fruizione aperto e coinvolgente, declinabile in maniera personale. I confini sono labili, praticamente inesistenti, cosa che crea cortocircuiti di senso e grandissima creatività e divertimento. Ciò che più interessa a tutti noi è il bottino di ricordi che ogni singolo elemento tratterrà – e trasmetterà a sua volta – dopo aver vissuto quattro giorni di immersione nelle suggestioni che abbiamo cercato di suscitare. In maniera corale e collettiva.

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Mattia Casalegno, The Open, 2013
 

Nel complesso, come definireste questa nuova edizione del festival? Che tipo di panorama artistico ne emerge?
Federica: Il 7 è un numero potente, nelle tradizioni mistiche antiche aveva un forte significato simbolico. Le meraviglie del Mondo antico e moderno sono sette; sette è il numero buddhista della completezza, e sette sono i chakra, così come le virtù, i vizi capitali, i doni dello spirito e i sacramenti, i metalli alchemici, le arti liberali. La settima edizione avrebbe dovuto rappresentare l’anno sabbatico, ma cadendo nel 2014 non abbiamo potuto fare a meno di cogliere l’enorme potere esoterico di questa coincidenza! Scherzi a parte, dal punto di vista estetico roBOt sarà caratterizzato dalla focalizzazione estrema verso il dato sensibile e materiale, l’hic et nunc del momento vissuto nell’attimo irripetibile. Alcuni elementi preponderanti: la luce come energia, il corpo, lo spazio, la narrazione di storie, percorsi e strutture. Riprese live iperrealistiche, esecuzioni dal vivo inedite ed estemporanee, improvvisazione, interazione personale. Ma anche tanto glitch. Nella sua struttura, la manifestazione si terrà a Palazzo Re Enzo dal 1 al 4 ottobre, con preview d’eccellenza al Teatro Comunale il 20 di settembre e appendice “kids” al MAMbo il 5 ottobre. La novità è il distacco dagli ambienti del clubbing bolognese e la grande sfida di “colonizzazione” degli spazi della Fiera, negli stessi padiglioni di Arte Fiera.

Tanne van Bree - ARTIFICIAL IGNORANCE_HD

Artificial Ignorance, Tanne Van Bree
 

Cosa ancora manca invece, soprattutto in Italia, al riconoscimento, supporto e promozione dell’arte contemporanea e delle associazioni o attività che la sostengono?
Federica: a mio avviso in Italia mancano coraggio e senso di responsabilità collettiva e sociale. roBOt Festival è frutto di un sistema aziendale che tratta contenuti e servizi ad altissimo gradiente artistico; l’associazione Shape si è strutturata in modo tale da poter produrre in autonomia e con consapevolezza economica le proprie iniziative. Lo sforzo è stato riconosciuto e premiato da sostenitori pubblici e privati – anche se molto resta ancora da fare.
Elisa: DELEGA e FIDUCIA: l’amministrazione pubblica italiana dovrebbe riporre maggiore fiducia, delegando e cercando di sostenere le realtà preposte su tutto il territorio nazionale per le quali operano veri professionisti del settore. Qualche passo in avanti è stato fatto, soprattutto grazie a privati, fondazioni, e alcune amministrazioni locali, ma manca una vera e propria policy di sistema che premi progetti volti alla promozione di nuove forme d’arte senza volersi sostituire a essi: i bandi ministeriali sono obsoleti, è necessario un nuovo approccio più attento e sensibile ai mutamenti. Su questo punto mi piace citare alcuni quesiti calzanti ai quali una nuova iniziativa interessante – ALTRE PRATICHE FEST, vuole tentare di dare risposta: quali sono gli orizzonti possibili per l’impresa e il lavoro culturale, le forme di promozione e sostegno fuori dalle nicchie di sussistenza, i modelli sostenibili liberi da chiusure speculative? È un nuovo modello di business che ci serve, la prossima tecnologia d’avanguardia, o un’altra idea di società? Li ritengo un’importante invito alla riflessione, e sono la prima a credere che la cittadinanza, in tutta la questione, abbia sempre un ruolo cruciale.

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Giulia Bortoluzzi

graduated in contemporary philosophy/aesthetics, has been working in collaboration with various contemporary art galleries, theaters, private foundations, art centers in Italy and France. Is a regular art contributor for L’Officiel, editor assistant for TAR magazine, founder and editor for recto/verso and editor in chief for julietartmagazine.com

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