Rubbles in the Jungle. Stefano Serretta

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Era il lontano 1974 e la Repubblica Democratica del Congo aveva da poco assunto il nome di Zaire, per volere del suo nuovo dittatore Mobutu Sese Seko. Mobutu, il cui nome completo già lasciava presagire il culto della personalità al quale il suo governo andava incontro, passò alla storia per la sua corruzione e soprattutto per aver instaurato quella che fu definita, successivamente, una vera e propria cleptocrazia. La sua, una politica tradizionalista di estrema chiusura, prevedeva persino il carcere per chi battezzava i propri figli con nomi europei. Una politica di “decolonizzazione culturale” che fu appoggiata internazionalmente da grandi potenze, come USA e Belgio, che sostennero costantemente l’impegno anticomunista del dittatore africano.

Proprio in quel 1974, Mobutu decise di celebrare la nuova costituzione del suo paese organizzando due grandi eventi destinati a riscuotere un’incredibile risonanza internazionale: lo Zaire’74, un grande concerto al quale presero parte artisti di tutto il mondo e il celebre incontro di pugilato tra Muhammad Ali e George Foreman, che passò alla storia come Rumble in the Jungle.

La mostra Rubbles in the Jungle di Stefano Serretta, ospitata da Placentia Arte, parte proprio da qui e con un semplice, ma complesso gioco di parole, non solo riesce a farci riflettere su tutto questo, ma apre la sua indagine a una vasta gamma di scenari e di realtà sociopolitiche tra le più varie e differenti, senza mai perdere di vista l’omogeneità e la pulizia formale che contraddistinguono la ricerca di Serretta. Come il celebre incontro tra Alì e Foreman, che non segnò solo la storia del pugilato, ma permise a un dittatore di accrescere la propria fama e il proprio prestigio internazionale, la storia che ci racconta Stefano Serretta nella sua prima mostra personale, è una storia molto più complessa di quello che sembra; una storia fatta di accordi, di patti, di firme e di progetti: complessi, a volte oscuri, altre semplicemente destinati al fallimento. (Shanti town, 2016)

A colpire maggiormente è The head and the hand (2016). Sette tra le firme dei più importanti tesorieri internazionali, vengono riprodotte e associate a sette tag o meglio a sette etichette New Era che, attraverso una ricerca precisa e artigianale, cercano di riportare la misura del capo di ognuno di loro. Difficile non pensare all’ultima mostra di Taryn Simon nella sede romana di Gagosian, nonostante l’abisso concettuale che separa le due ricerche; una semplice e delicata pulizia formale accostata a un ironico spirito d’osservazione sembra essere la chiave per trasmettere in maniera efficace la complessa sovrapposizione mediatica che circonda, oggi, il nostro quotidiano.

Ed è così che in questo “paciugo” di sovrapposizioni e di realtà politiche differenti la rissa (rumble) nella giungla africana, si trasforma nel cumulo di macerie (rubbles) che popola il panorama politico e sociale internazionale, che riesce, ancora una volta, a nascondere la propria complessità contenutistica grazie alla sua semplice impeccabilità formale.

FRIENDS [det._1] - different kinds of bills, Ø cm. 145, 2016 - photo credit Marco fava

FRIENDS [det._1] – different kinds of bills, Ø cm. 145, 2016 – photo credit Marco fava

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FRIENDS [det._1] – different kinds of bills, Ø cm. 145, 2016 – photo credit Marco fava

THE HEAD & THE HAND [det.] - stickers + pencil on paper, 2016 - photo credit Marco Fava

THE HEAD & THE HAND [det.] – stickers + pencil on paper, 2016 – photo credit Marco Fava

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Alberta Romano

Alberta Romano (Pescara, 1991) è laureata in Storia dell'Arte all'Università di Roma la Sapienza e in Pratiche Curatoriali presso l'Accademia di Belle Arti di Brera. Vive a Milano dove lavora come curatrice stabile per t-space, social-media manager di Artshell e contributor per Juliet Art Magazine. E' tra gli studenti di CAMPO16, il master curatoriale della Fondazione Sandretto Re Rebaudengo e ha precedentemente collaborato come assistente per la Galleria Chert di Berlino, per Claudio Guenzani e per Viafarini DOCVA a Milano.

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