Sculpture Park 2016

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Una delle maggiori attrazioni di Frieze Art Fair, che a ogni ottobre fa di Londra una meta ambita, è la mostra Sculpture Park con opere collocate nei suggestivi English Gardens di Regent’s Park che dall’anno scorso restano visibili tre mesi. Per l’edizione 2016 Clare Lilley, direttrice del programma, ne ha selezionate diciannove, una campionatura di esperienze plastiche del contemporaneo, dagli autori scomparsi o storicizzati a quelli delle giovani generazioni, evitando la produzione legata alla tradizionale manualità e monumentalità. L’insieme conferisce alla zona meno ornamentale del parco una speciale identità, grazie alla valenza estetica e comunicativa. I lavori, liberati dalle sedi espositive più o meno austere ed elitarie, creano un percorso museale diffuso open air, democratizzando l’arte. Ovviamente non si tratta di Public Art, in cui le realizzazioni fuori scala, appositamente concepite per l’ambiente urbano, si integrano con l’architettura. Ecco allora il maestro dell’Art Brut Jean Dubuffet con Tour aux récits del 1973 (della serie Hourloupe, sponsor Waddington Custot Galleries), ‘totem’ (in resina epossidica) di forme soggettive dai tipici di-segni rossi e blu; Stranger III di Linn Chadwich (Gallerie Blain / Southern), scultura in materia grigia (commissionata nel 1957 dalla compagnia aerea British Airways, in occasione del primo volo transatlantico non stop) con due figure alate, fisicamente statiche ma virtualmente protese nello spazio; Fagend Study (1975), banale cicca di sigaretta oversize di Claes Oldenburg (Luxembourg & Dayan Gallery), in piombo e acciaio Corten, presentata su basamento, con una parte cilindrica rigida per il filtro e quella restante schiacciata (dall’aspetto ‘molle’); Eduardo Paolozzi (Thishula 1966 e Kalasan 1973-’74, Bowman Sculpture), estrose macchine ottenute combinando forme geometriche in gesso e alluminio saldato; Ed Herring (Zinc-plated wood 1969, Saltoun Gallery), opera concettual-poverista con lastrine zincate apposte su alcuni tronchi di alberi a creare un gioco di parole per mettere in relazione l’intenzione artistica con il significato sfuggente del linguaggio; Barry Flanagan (Drummer 1996, Waddington Custot Galleries), figura surreale di dinamica lepre antropomorfa nell’insolita veste di tamburino.

Tra gli artisti di middle age o giovani: Nairy Baghramian (Treat 2016, Marian Goodman Gallery), forma ambigua (in bronzo patinato) ‘deposta’ sul terreno, simile a un gigantesco involtino per cani, nobilitato alle estremità da eleganti pieghe scultoree; Henry Krokasis (Kabin 2016, Vigo Gallery), capanna girevole, esternamente decorata dalle proprie fibre lignee, che invita a entrare per far scoprire una visuale a 180° della natura attorno; Fernando Casasempere (Second Skin 2016, Parafin Gallery), cubetti di porcellana bianca disseminati sul prato a comporre un misterioso s-oggetto informale che si insinua tra i cespugli e muterà aspetto col crescere dell’erba; Jose Dávila (Join Effort 2016, Travesia Cuatro Gallery), cinque candidi parallelepipedi sovrapposti, dall’equilibrio apparentemente precario, in armonia con una pietra vulcanica grezza color terra sulla sommità; Zeng Fanzhi (Untitled 2016, ShanghArt Gallery), ramo secco nodoso che si staglia verso il cielo come una fulminante saetta; Claude Lalanne (The chou de Milan 2016, Ben Brown Fine Arts), enorme verza dorata sorretta da zampe di pollo, che assume una forma-immagine ironica tra natura vegetale-animale e oggetto artistico; Goshka Macuga (International Institute of Intellectual Co.operation, Configuration 11, Last Man 2016, Galerie Rudigher Schötte), costellazione di teste bronzee di pensatori e politici (Chomsky, Hegel, Marx, Nietzsche, Gorbachev, Fukuyana) collegate da aste metalliche; Eddie Martinez (half stepping hot stepper 2016, Timothy Taylor Gallery), giocosa opera oggettuale alleggerita da componenti grafico-pittoriche; Matthew Monahan (Neptun/Rescue 2016, Massimo De Carlo), dio dell’acqua postmoderno rottamato dal tempo e de-caduto dal piedistallo nella vasca sottostante; Renato Nicolodi (Omnium Memoria I 2016, Vervoordt Gallery), minimale ‘modello’ di architettura archetipa che, visto da un lato, dialettizza con gli incombenti edifici tipicamente londinesi dell’attiguo viale esterno; Mikayel Ohanjanyan (Senza titolo 2016, Tornabuoni Arte), aggregazione di cinque piccoli ‘blocchi’ di marmo nettamente tagliati con attrezzatura elettronica, esposti su un lungo tavolo di ferro; Huang Rui (Women 2006-’12, Boers-Li Gallery), due ideogrammi tridimensionali che, impersonando figure femminili, rendono omaggio a questo genere; Conrad Shawcross (Optic Cloak 2016, Victoria Miro), grande monolite geometrizzante che varia la percezione ottico-dinamica a seconda dell’incidenza e dell’intensità della luce solare.

(Foto di Luciano Marucci)

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Claude Lalanne, “Le chou de Milan” 2016, bronzo (courtesy Frieze Art Fair e Ben Brown Fine Arts, Londra/Hong Kong)

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Barry Flanagan, “Drummer” 1996, bronzo (courtesy Frieze Art Fair e Waddington Custot Galleries, Londra)

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Huang Rui, “Women” 2006-2012, superficie di rame su acciaio inox (courtesy Frieze Art Fair e Boers-Li Gallery, Pechino)

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Anna Maria Novelli

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