Selfmanagement

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Negli ultimi anni si è sempre più rafforzata nel mondo dell’arte contemporanea la tendenza a considerare l’attività di curatela in un’accezione autoriale con un proliferare di mostre a tema in cui le opere vengono selezionate per avvalorare la tesi di fondo del progetto spesso mortificando le ragioni più profonde degli artisti che le hanno realizzate. L’accentuazione dell’aspetto creativo a discapito di quello critico ha reso sempre più frequente il coinvolgimento di artisti riconosciuti a livello internazionale nella curatela di grandi mostre e importanti manifestazioni, come Manifesta a Zurigo nel 2016, in cui il risultato finale proposto allo spettatore assomiglia più a una polifonica macro-opera che a un percorso conoscitivo guidato da criteri storici, stilistici o concettuali. In assenza di riferimenti unanimi, il protagonismo degli addetti ai lavori ha ulteriormente irrigidito le modalità di accesso alle istituzioni culturali instaurando un sistema di scambi basati sulle relazioni personali che spesso prescinde da un’accurata e obiettiva ricognizione delle più vitali energie del panorama artistico. Per aggirare questi ostacoli gli artisti emergenti si associano nella gestione di spazi indipendenti dove poter consolidare la loro visibilità e legittimare la loro appartenenza al sistema senza dover passare al vaglio della selezione di curatori esterni implicati in una rete di parzialità e personalismi.

Queste riflessioni sono all’origine della mostra Selfmanagement presentata dalla Galleria Enrico Astuni, un esperimento di autogestione in cui cinque artisti di nazionalità e generazioni differenti che condividono l’affinità per i social media si sono confrontati in un gruppo di conversazione creato sull’applicazione di messaggistica mobile WhatsApp per elaborare una mostra reale negli spazi della galleria. Il presupposto della collaborazione è la condivisione di un’ipotesi di futuro incentrata sull’espansione del tempo e dello spazio come conseguenza di una contemporaneità accelerata e ampliata dall’iperconnettività dei nuovi media e l’implicita opposizione a una concezione auto celebrativa del fare artistico. A questo modo gli artisti rivendicano il proprio diritto alla pluralità espressiva e al libero dialogo contro la strumentalizzazione concettuale a cui sono troppo spesso sottoposti i loro lavori. La collettiva materializza ed esplora un affascinante ambiente urbano che stravolge le abituali coordinate spazio-temporali innescando nuove connessioni semantiche tra gli elementi reali di partenza e le loro visionarie proiezioni.

Can Altay (1975, Ankara) mette in scena la frammentarietà di una visione in costante tensione tra l’aspirazione all’ubiquità e la dispersione nell’aleatorietà. Nella serie Bologna Burning, 2016, l’artista incide su specchi di sorveglianza la mappa di alcuni luoghi chiave della città disponendoli in punti strategici della sala espositiva: le superfici riflettenti scompongono e deformano lo spazio e le opere degli altri artisti includendo il passaggio dei visitatori come se si trovassero contemporaneamente nel luogo reale e in quelli concettualizzati dalle mappe. Alla moltiplicazione e sovrapposizione di punti di vista messi in gioco dall’installazione fa da contrappunto la sottrazione di una prospettiva verificabile in Split Horizon (augmented tunnel visions), dispositivo di visualizzazione in cui un cannocchiale inquadra porzioni oblique di realtà riflesse da un sistema interno di specchi che escludono ogni possibilità di traiettoria lineare.

I materiali solitamente utilizzati nell’ambito dell’architettura funzionale o della sperimentazione tecnologica come alluminio anodizzato, calamite, fili e barre metalliche vengono plasmati e assemblati da Luca Pozzi (1983, Milano) in dispositivi pittorici animati da cariche magnetiche che provocano la sospensione di alcuni elementi apparentemente incongrui alla struttura. Eseguiti in collaborazione con alcuni tra i più famosi centri di ricerca internazionali tra cui il CERN di Ginevra, si ispirano a modelli matematici speculativi per materializzare nuovi possibili diagrammi spazio-temporali come se fossero i naturali interstizi dimensionali della nostra quotidianità che attraverso la pratica artistica diventano rilevabili e intellegibili.

L’emersione dell’interfaccia poetica sottesa alla composizione di semplici elementi modulari è invece il cuore delle installazioni scultoree di Nevio Mengacci (1945, Urbino): Inerte bianco, 2016 è un regolare intreccio di strisce di tela su pannelli di scarto che riecheggiano la più discontinua composizione di fazzoletti di carta bruciacchiati e disposti a terra in NA-SCI-TA-E-SPA-ZIO, 2016, mentre l’incontro ortogonale di superfici specchianti in Un punto intermedio non allineato non allineabile, 2016  dialoga con un dischetto nero di vetro dipinto in un  tautologico tentativo di visualizzare l’idea espressa dal titolo. Strutture aperte ma in qualche modo respingenti, le opere di Mengacci sono inscindibili dalle parole che le circuiscono senza definirle trasformandole in forme sensibili da contemplare in uno spazio mentale vuoto e silenzioso.

La reversibilità di uno slittamento di significato che diventa azione quantificabile ed esperibile è il cardine dei video di Shaun Gladwell (1972, Sidney): in Reversed Readymade una copia fedele della celebre Ruota di Bicicletta di Duchamp viene usata come veicolo da evoluzione dal campione di BMX Matti Hemmings invertendone la programmatica disfunzionalità, mentre in Skateboarders vs Minimalism tre skaters utilizzano copie di sculture di Donald Judd e Carl Andre esposte al Torrance Art Museum di Los Angeles come se fossero ostacoli urbani da saltare. L’energia sprigionata dal corpo all’apice delle sue potenzialità atletiche innesca un cortocircuito semantico tra categorie di pensiero convenzionali per rinegoziare confini ideologici e barriere intellettuali in un libero ampliamento di prospettive.

I video e le performance di Jaysha Obisbo (Anversa) analizzano gli spazi effimeri della realtà virtuale e mediatica scomponendo gli oggetti dell’indagine in una serie potenzialmente infinita di intervalli temporali la cui ricomposizione non potrà mai restituire intero il referente di partenza. In Absorption, 2016 un filmato sull’aviazione americana durante la guerra di Corea viene interrotto e modificato dall’applicazione di filtri grafici che sottolineano come anche la storiografia più accurata sia soggetta a significativi fraintendimenti e omissioni per l’inevitabile compromissione delle fonti teoriche e documentarie con un preciso contesto culturale e socio-politico.

Selfmanagement
Can Altay, Shaun Gladwell, Nevio Mengacci, Jaysha Obispo, Luca Pozzi.
22 ottobre-10 dicembre 2016
Galleria Enrico Astuni, Via Iacopo Barozzi 3, Bologna

7

Jaysha Obispo, Absorption, 2016, video still, courtesy Galleria Enrico Astuni, Bologna

5

Shaun Gladwell, Skateboarders vs. Minimalism, 2015, video still, courtesy Galleria Enrico Astuni, Bologna

4

Luca Pozzi, Detector, 2016, courtesy Galleria Enrico Astuni, Bologna

3

Nevio Mengacci, Na-sci-ta-e-spa-zio (detail), 2016, courtesy Galleria Enrico Astuni, Bologna

2

Can Altay, Bologna Burning, 2016, courtesy Galleria Enrico Astuni, Bologna

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Laureata in storia dell’arte al DAMS di Bologna, città dove ha continuato a vivere e lavorare, si specializza a Siena con Enrico Crispolti. Curiosa e attenta al divenire della contemporaneità, crede nel potere dell’arte di rendere più interessante la vita e ama esplorarne le ultime tendenze attraverso il dialogo con artisti, curatori e galleristi. Considera la scrittura una forma di ragionamento e analisi che ricostruisce il collegamento tra il percorso creativo dell’artista e il contesto che lo circonda.

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