Shōzō Shimamoto: l’energia multicolore del gesto creativo

3. Shōzō Shimamoto, “Explosion”, 1961.

È morto il 25 gennaio scorso il grande artista giapponese Shōzō Shimamoto, nato a Osaka nel 1928 e conosciuto in tutto il mondo come fondatore e membro del Gruppo Gutai, nonché pioniere della mail art e della body art e inventore della famosissima tecnica del “bottle crash”.

Definito da Achille Bonito Oliva “samurai e acrobata dello sguardo”, lega gli esordi della sua arte all’incontro con il maestro Jirō Yoshihara (1905-1972), insieme al quale nel 1954 fonda il gruppo Gutai, movimento di reinvenzione e liberazione totale dell’arte, che, a partire dalle sperimentazioni calligrafiche del gruppo d’avanguardia Bokuju-kai e dal maestro Zen Nantembo (1839-1925), cerca d’intessere un dialogo e anche una contrapposizione dialettica con la tradizione occidentale. Shimamoto è figura cardine del gruppo, di cui suggerisce il nome, che significa “concretezza”, e per cui mette a disposizione la sua casa come sua sede ufficiale. È poi autore insieme a Yoshihara dell’importantissimo “Manifesto del Gutai” (1956), oltre a essere organizzatore e coordinatore delle prime manifestazioni pubbliche del movimento, che avranno un’influenza fondamentale sul gruppo Fluxus e anticiperanno tratti della successiva Performance Art, degli Happenings e dell’Arte concettuale.

Le prime sperimentazioni artistiche di Shimamoto, denominate “Ana” (“buchi”), risalgono alla fine degli anni quaranta; si tratta di fogli di carta sovrapposti e ricoperti di uno strato bianco di colore su cui l’artista friziona ripetutamente il suo corpo fino a creare delle lacerazioni evidenti. A questi primi esperimenti, seguono opere come “Prego, camminate sopra!” (1956), una passerella di legno montata su un sistema di molle attraverso cui il fruitore sperimenta attivamente la precarietà del suo “camminare” esistenziale; oppure come il suo “Canon Work” (1956), opera realizzata sparando colore sulla tela con un cannoncino rudimentale costruito dall’artista. Quest’ultima opera costituisce per Shimamoto l’inizio di una serie di esperimenti che hanno come comune denominatore il lancio del colore, la liberazione casuale dell’espressività della materia. Di lì a poco nasce, infatti, la tecnica che viene da lui stesso battezzata come bottle crash, e che diviene “la” tecnica di Shimamoto, suo privilegiato strumento espressivo, che consiste nello scagliare e rompere bottiglie piene di colore su di una tela preventivamente posta su superfici dure o pietre. Il risultato è una vera e propria esplosione cromatica, piena di vitalità e gestualità irruenta, che si presenta come sviluppo successivo della sperimentazione cromatica fatta col cannone: dal gesto in sé si passa a concentrarsi sulla sua modalità di esecuzione e la casualità del gesto pittorico diventa una “casualità” agita e pensata dell’artista stesso, che da semplice esecutore diviene attore e interprete di un’azione performativa condivisa con un pubblico astante. Il quadro è testimone di quell’azione che ha trasformato l’atto violento in atto creativo e vitale, e in cui anche i frammenti di vetro intrappolati sulla superficie pittorica registrano la liberazione della materia pittorica, del gesto artistico e dello spirito dell’uomo, uno spirito multicolore che polverizza le sagome coercitive in cui spesso è costretto.

La tecnica del “bottle crash”, che ha rappresentato il trait d’union di tutta l’attività artistica di Shimamoto, si è poi raffinata e arricchita durante l’ultimo decennio, trasformandosi in quello che Lorenzo Mango chiama “teatro del colore”, e per cui l’Italia viene scelta come palcoscenico privilegiato. Nel 2006 si svolge infatti a Piazza Dante a Napoli il grande evento di pittura teatrale “Un’arma per la pace”, dove Shimamoto, appeso a una gru, tiene in mano una sfera piena di colori che con gesto serafico lancia sulla tela sottostante, accompagnato dal pianoforte di Charlemagne Palestine posto al lato della scena. Del 2008 è invece la performance danzante a Punta Campanella, dove ballerine in abiti da sposa divengono il bersaglio dei getti di colore dipartiti dall’artista. Di quello stesso anno sono poi gli eventi al Palazzo Ducale di Genova e alla Certosa di Capri, dove, nell’ultimo in particolare, l’azione è un atto itinerante che l’artista compie “scrivendo” col bottle crash delle vere e proprie vie del colore, che seguono a raggiera l’andamento dei camminamenti del chiostro, e lungo le quali egli incontra dei performer che suonano il violoncello e che vengono coinvolti attivamente nell’azione pittorica. Infine è Reggio Emilia lo scenario di una delle ultime performance di Shimamoto (24 settembre 2011) e della sua ultima mostra retrospettiva, in cui ben si evidenziava l’enorme lascito di questo grande uomo di pace per cui “l’atto di dipingere è proporre un’espressione libera”, e significa costruire “castelli tra le nuvole” che tutti noi possiamo abitare, purché trasformiamo la violenza buia che ci abita nella sublime energia multicolore dell’atto creativo.

Shōzō Shimamoto, “Explosion”, 1961.

Shōzō Shimamoto, “Bottle crash”, 1962, tecnica mista su tela, 162 x 130 cm, collezione privata.

Shōzō Shimamoto, “Buchi”, 1954, olio su carta, Tate Modern

 Shōzō Shimamoto, Performance a Punta Campanella, 7 maggio 2008, fotografia di Fabio Donato.

Shōzō Shimamoto, Performance a Punta Campanella, 7 maggio 2008.

Shōzō Shimamoto, “Capri Certosa 10”, 2008, acrilico, vetri rotti e carta su tela, 211 x 224 cm, collezione privata.

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Adriana Iezzi

sinologa ed esperta di arte orientale, antica e moderna, nonché appassionata di arte contemporanea. Ha lavorato in diversi musei (MACRO, MNAO) e in gallerie d’arte contemporanea e ha partecipato all'organizzazione e alla promozione di mostre d’arte cinese in Italia e all’estero. Sta svolgendo un dottorato di ricerca presso la facoltà di Studi Orientali della “Sapienza” Università di Roma sulla metamorfosi dell’arte della calligrafia nella Cina contemporanea.

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