Sperimentazioni calligrafiche. Silvio Ferragina

estratto

Silvio Ferragina (Milano, 1962), maestro calligrafo italiano di formazione orientale, ha presentato la sua prima mostra personale intitolata Sperimentazioni calligrafiche presso la Galleria Frammenti d’Arte di Roma come tappa fondamentale del suo percorso artistico di sperimentazione a tutto campo sull’arte e sulla calligrafia cinese. Protagonista del movimento di modernizzazione dell’arte calligrafica tout-court, accanto a una produzione artistica d’ispirazione classica, egli si cimenta in opere di gusto e sapore contemporanei, che lo fanno rientrare a pieno nell’alveo della sperimentazione calligrafica odierna. I suoi sono percorsi di ricerca che spaziano nel mondo della scultura calligrafica e indagano la dimensione delle performance calligrafiche multimediali. Nelle sue opere, l’ideogramma cinese si anima in strutture tridimensionali e il segno calligrafico viene trasposto in ritmo, movimento e suono per condurre la millenaria “danza del polso del calligrafo” a tramutarsi in moderna “danza performativa di suggestioni sonore”.

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Come nasce il tuo interesse per la calligrafia?
Nasce direi, come tutte le cose migliori, quasi per caso. Nel 2000, infatti, al Monastero Zen “Il Cerchio” a Milano dove praticavo Shiatsu e Zazen (meditazione), s’inaugura un corso di Calligrafia Han tenuto dall’Associazione FeiMo di Firenze.

Che cosa porta un ingegnere aerospaziale di origini calabresi e trapiantato a Milano a pensare di prendere in mano un pennello da calligrafo? E come il tuo background influenza la tua attività artistica?
Difficile dirlo… apparentemente l’ingegneria e la calligrafia orientale sono due mondi completamente distanti e privi di punti in comune… almeno per il mio sentire odierno.

Nelle tue prime opere (come Li Bai Poem, 2008 e A Nanling – Li Bai Poem, 2009) dei cinque stili che caratterizzano la tecnica calligrafica ne scegli uno in particolare, il cosiddetto “stile sigillare” (zhuanshu), il più pittografico tra gli stili, sebbene da te rielaborato in forme differenti, perché?
Beh, tutte le forme che la calligrafia ha attraversato nel suo processo storico di razionalizzazione hanno sicuramente una propria bellezza. Tra queste però io provo una particolare predilezione per il Zhuanshu perché amo la forte capacità espressiva propria di quei segni arcaici.

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In Fei baoli (Non violenza, 2012), tenti una deframmantazione dei caratteri, al fine di una loro ricomposizione creativa che riecheggi nelle forme ricostruite il significato stesso di cui quei caratteri sono portatori. Ci spieghi nel dettaglio di cosa si tratta e di quale tecnica hai utilizzato per realizzare l’opera.
L’opera in questione, che nel 2012 ha partecipato in USA alla mostra Brushed Voices organizzata dall’Associazione “Art of Ink in America” era nata sempre con il presupposto di cercare di dare consistenza a immagini che nascono dentro. In quel caso, il segno calligrafico è stato realizzato praticamente con uno strumento meno nobile del pennello, un rullino. Il concetto sul quale volevo lavorare (già affrontato da me in precedenza) era quello della “Non violenza”. Il dilemma era come farlo attraverso i caratteri cinesi. Studiando i caratteri (arcaici) avevo notato che i primi due presentavano una simmetria rispetto a un piano medio verticale. Da ciò nacque l’idea di “aprirli” e “mescolarli l’un l’altro”. In questo modo riuscivo a dire due cose importantissime implicite nel concetto di non violenza ovvero che per un approccio sociale di questo tipo è fondamentale un’apertura (verso gli altri) ed è altrettanto importante il “mescolarsi” con gli altri che è molto vicino al concetto di integrare altre realtà… Il terzo carattere, il cui significato è “forza”, a questo punto veniva come ingabbiato tra i precedenti e, girandosi di qua e di là… sublimava in cielo, scomparendo, realizzando così la “non violenza” (perlomeno quella fisica).

千里之行始於足下_2013

Nell’ultimo anno e negli ultimi tuoi lavori ti sei poi dedicato a un progetto molto ambizioso, il cui tentativo è quello di fondere insieme l’arte della calligrafia e la musica e creare quella che a mio avviso può definirsi “musicalligrafia”. Puoi spiegarci in cosa consiste questo lavoro di ricerca, come nasce e quali sono stati finora i suoi esiti?
Da sempre in Oriente c’è stato un profondo legame tra le stesse. Il mio desiderio oggi di “legarle” nasce semplicemente dall’osservazione oggettiva che entrambe hanno la caratteristica fondamentale che la loro espressione è data da una sequenza di atti ben definiti. Nel caso della musica abbiamo una sequenza di note che compongono una melodia, nel caso della calligrafia una sequenza di “tratti” che compongono il carattere e via via l’opera calligrafica. Facendo corrispondere attraverso una certa teoria che lega “tratti fondamentali” a “note musicali” – rispettando ovviamente anche le “lunghezze” – si arriva alla trasformazione di un carattere Han (nella forma Kaishu “stile regolare”) in una melodia musicale corrispondente e, conseguentemente, di un’opera calligrafica in un’opera musicale. Il progetto su cui sto lavorando adesso è sia grafico come i 12 caratteri dello zodiaco cinese realizzati nelle due forme Zhuanshu (“stile sigillare”) e Caoshu (“stile corsivo”) sia in collaborazione con un musicista italiano di grande bravura con cui si vuole arrivare alla messa in scena di uno spettacolo che derivi dall’opera calligrafica di ispirazione buddista “Il Sutra del Cuore”.

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L’elemento performativo è poi un altro tratto caratteristico della tua attività creativa, come ci hai dato prova nelle performance del 21 marzo presso l’Università La Sapienza e durante l’evento inaugurale della mostra, e in questo la calligrafia è sicuramente di grande aiuto, presentandosi già di per sé come un’arte che si risolve in un’azione estemporanea, talvolta anche pubblica. Quanto quest’evidenza influenza e direziona la tua arte, quando e perché ne diviene parte integrante?
La parte performativa è per me un momento fondamentale perché rappresenta il momento in cui ci si mette a nudo e si mostra il proprio vero essere.

La prima personale di Silvio Ferragina “Sperimentazioni calligrafiche” si è svolta dal 22 marzo al 10 aprile presso la Galleria Frammenti d’Arte di Roma (via Paola, 23). Il 21 marzo, presso il Dipartimento di Studi Orientali dell’Università “La Sapienza” di Roma, l’Istituto Confucio ha ospitato l’artista in un’azione performativa (promossa da Itaci art&cult) di improvvisazione calligrafica.

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Adriana Iezzi

sinologa ed esperta di arte orientale, antica e moderna, nonché appassionata di arte contemporanea. Ha lavorato in diversi musei (MACRO, MNAO) e in gallerie d’arte contemporanea e ha partecipato all'organizzazione e alla promozione di mostre d’arte cinese in Italia e all’estero. Sta svolgendo un dottorato di ricerca presso la facoltà di Studi Orientali della “Sapienza” Università di Roma sulla metamorfosi dell’arte della calligrafia nella Cina contemporanea.

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