Sindone, Contemporary Shroud di Erjon Nazeraj

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Erjon Nazeraj attraversa il continente europeo per compiere a Londra, nella Gallery On The Corner, la performance Sindone (07/12/15), a cura di Andrea Tinterri. Per conferire una tangibilità cruda al travaglio primario della nostra epoca ricorre ad un linguaggio secco ed evocativo col quale mette al centro il proprio corpo tralasciando in parte la vasta produzione di carte e sculture. L’aspetto rappresentativo, per così dire tradizionale, permane con la parte progettuale dei disegni, attenta e dettagliata, che accompagna, valorizzandola, l’azione.

Le migliaia di vite disperse nel mare nostrum, lungo i deserti di sangue e già seppelliti sotto una memoria ipocrita e labile, vengono a galla. Nazeraj spezza il suono sordo dell’indifferenza con la sosta immobile sotto un sudario moderno. Metaforicamente accanto alle vittime, ai migranti e fisicamente vicino alla gente, assume su di se il peso della tragedia che nei corpi in fila sulle banchine siciliane sono entrati nel nostro immaginario quotidiano per ritornare, ora, dal corpo dell’artista oltre la Manica e ad un fiato dalla nostra coscienza.

Al fiato l’onere di connettere paure e vuoti di memoria al concetto di consapevolezza, dando all’utente uno strumento d’analisi diverso da quello che i canoni attuali predispongono. Le coperte termiche, che avvolgono vite moribonde di derelitti dell’umanità, hanno il fascino ulteriore della lucentezza a cui l’artista come una gazza ladra non può resistere. Il titolo richiama la morte del Cristo che si ripete infinitamente ogni giorno, ogni attimo, sotto i nostri occhi. Per fare questo l’artista s’inchina alla storia dell’arte per attingere alle origini stesse della rappresentazione dell’uomo e del suo dolore. L’oro è materiale che ha avuto uso massiccio durante periodi di massima decadenza di culture e imperi rigogliosi, quello Bizantino o l’Austro Ungarico. Pensiamo la magnificenza degli ori di Klimt, rappresentando l’apice di una corrente artistica, riportano al medesimo tempo i segni della decadenza dell’Impero.

Erjon Nazeraj solitamente ne usa a piccole dosi senza mirare alla fattura di un gioiello, ma stendendolo come una macchia luccicante a dire forse che la decadenza è già iniziata o peggio l’altezza cui mirava la nostra cultura non è stata mai effettivamente raggiunta. La cromatura dorata non nasconde il corpo alla vista, esalta il palpitare della carne di fronte agli occhi dell’osservatore; una realtà ancora leggermente trasversale alle nostre coscienze prende una collocazione centrale, così sotto la coperta vediamo nel volto dell’artista il volto di chi non ce la fa e il nostro stesso viso, sapendo che forse ancora c’è rimedio. Dice, l’opera è un susseguirsi d’eventi ed esperienze umane, faccio riferimento ai profughi che scappano dalle guerre, che si sono spinti verso l’Europa. Un’ Europa che non ha capito subito il problema e che non sa ancora affrontare questa catastrofe. Ho visto il mio corpo come quello d’un immigrato e come il corpo di Cristo che si prepara per una risurrezione. Una nuova vita, una possibile salvezza.

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Erjon Nazeraj, performance Sindone, 2015. Foto di Valentina Scaletti

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Erjon Nazeraj, progetti per la performance Sindone, 2015

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Erjon Nazeraj, performance Sindone, 2015. Foto di Valentina Scaletti

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Erjon Nazeraj, performance Sindone, 2015. Foto di Valentina Scaletti

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