Solaris Chronicles

John Baldessari, Affiche – Laughing Man / Architecture / Angry Man, 1984, foto Michael Alberry

Commissionata nell’ambito del progetto di costruzione del nuovo campus della Fondazione Luma ad Arles (Francia), la mostra Solaris Chronicles è un balletto meccanico intorno al lavoro dell’architetto Frank Gehry, al quale è affidato il progetto per l’edificio “Arts Resource Center”, il cuore pulsante del Campus la cui inaugurazione è prevista per il 2018.

John Baldessari, Affiche – Laughing Man / Architecture / Angry Man, 1984, foto Michael Alberry

John Baldessari, Affiche – Laughing Man / Architecture / Angry Man, 1984, foto Michael Alberry
 

I curatori della mostra Liam Gillick, Philippe Parreno, Hans-Ulrich Obrist – che vantano collaborazioni ormai ventennali – hanno creato una macchina scenografica, dove i modellini di Gehry sono ora protagonisti, ora comparse, cedendo di volta in volta il ruolo principale a interventi di artisti di discipline diverse che si alternano e si sovrappongono sulla scena. Introdotta da un ironico poster di John Baldessari appeso sulla facciata esterna all’edificio, la mostra si sviluppa in un magazzino nella penombra, dove otto maquettes di edifici di Gehry – alcuni già realizzati, altri ancora in costruzione o nella fase progettuale –, posizionati su supporti mobili, si animano a intervalli irregolari seguendo una coreografia ideata dall’artista Tino Sehgal e accompagnata da una composizione per orchestra divisa in otto movimenti di Pierre Boulez.

Solaris Chronicles, foto Michael Alberry

Solaris Chronicles, photo Michael Alberry
 

Appesi al soffitto, sette Marquees – tettoie illuminate di colori accesi e pop, che ricordano l’entrata di un vecchio cinema o di un evento mondano – di Philippe Parreno si accendono e si spengono, producendo una sonorità sinistra che risulta dall’amplificazione del suono prodotto dal loro stesso funzionamento, processo supervisionato dagli artisti Nicolas Becker e Djengo Hartlap. Lo spazio è illuminato da un’unica altra fonte di luce in movimento, che proietta le sagome dei modelli di Gehry, insieme alle Marquees di Parreno e alle colonne in ferro dell’atelier, sulla parete retrostante, creando un teatro d’ombre danzanti e passeggere, che ricorda le opere di Paul Chan e Christian Botlanski, un eterno ritorno dell’uguale. Queste coreografie di suoni e luci dialogano con gli edifici di Gehry, elefanti qui ridotti a maquettes, modelli privi della loro funzionalità, sottolineando la qualità scultorea delle coperture curvilinee, delle forme scomposte e a spirale, delle superfici porose. Ma, allo stesso tempo, i continui cambiamenti d’illuminazione, riflettendo la luce naturale che muta a seconda dei diversi momenti del giorno, ri-contestualizzano questi modelli nel loro spazio reale, esterno all’atelier, e sottolineano la loro intrinseca potenzialità architettonica. La luce è quindi lo strumento che descrive la labilità del confine tra scultura e architettura negli edifici di Gehry e che rende possibile il dialogo e l’interazione dei diversi elementi in mostra.

Solaris Chronicles, foto Michael Alberry

Solaris Chronicles, foto Michael Alberry
 

Se in quest’orchestrazione perfetta tra diverse discipline, artisti, materiali e media che si alternano e contaminano continuamente sulla scena, occorre trovare un protagonista, si potrà dire che esso è il tempo, cadenzato e ripetuto ma mai uguale a se stesso. L’intera mostra, infatti, (se ancora di mostra si può parlare, dato che a proposito di Solaris Chronicles è stato, a ragione, utilizzato il termine Gesamtkunstwerk) è stata concepita come un’enorme macchina che, una volta attivata, continuamente evolve seguendo un progetto sapientemente pianificato. E ciò non è limitato all’arco di tempo di una visita, durante la quale lo spettatore, se dotato della dovuta pazienza, viene coinvolto in un continuo cambiamento di ambientazione, dove la quiete della penombra di un artificiale crepuscolo si alterna all’intermittenza di luci e suoni grandiosi da balletto meccanico o da città frenetica, mai uguali a se stessi e proposti sempre a intervalli discontinui di diversa durata, cosicché il tempo della fruizione viene sfidato, o del tutto polverizzato, dall’impossibilità di assistere allo spettacolo/evento nella sua interezza. Ma la continua evoluzione del progetto si articola, ed è questo ancora più significativo, lungo tutto il periodo di sei mesi in cui esso viene proposto. Il trio Gillick, Parreno e Obrist ha infatti concepito, in maniera congruente alla propria ricerca artistica e curatoriale dagli anni ’90 a oggi, uno scenario che è progettato per includere continui interventi e modificazioni. A luglio, infatti, la mostra si è ampliata, con l’aggiunta di due nuovi modelli di Frank Gehry – il  Facebook West Campus Building (Menlo Park, USA) e il Quanzhou Museum of Contemporary Art (QMOCA), (China ) –, le fotografie di David Lynch ispirate dall’opera dell’architetto e la performance dell’artista cinese Cai Guo-Qiuang che la sera del 6 luglio ha animato con fuochi d’artificio il modello del QMOCA.

Solaris Chronicles, Cai Guo Qiang, foto Michael Alberry

Solaris Chronicles, Cai Guo Qiang, foto Michael Alberry
 

E proprio l’effimerità di questi fuochi d’artificio, che illuminano per qualche minuto il buio dell’atelier prima di consumarsi definitivamente, ma che noi possiamo vedere e ri-vedere infinite volte nel video-documentario all’ingresso della mostra, potrebbe essere l’emblema di Solaris Chronicles, esso stesso un film in loop, dove il tempo esplode e implode in una continua ripetizione variabile, che non celebra gli edifici di Gehry come capolavori senza tempo ma li consegna, inevitabilmente, allo scorrere e al succedersi degli eventi.

Solaris Chronicles Cai Guo Qiang, foto Hervé Hôte
Solaris Chronicles Cai Guo Qiang, foto Hervé Hôte 
 

Solaris Chronicles
con Frank Gehry, John Baldessari, Nicolas Becker e Djengo Hartlap, Pierre Boulez, Liam Gillick, Cai Guo-Qiang, David Lynch, Greg Lynn, Philippe Parreno, Asad Raza, Tino Sehgal.
A cura di Liam Gillick, Hans Ulrich Obrist e Philippe Parreno, in collaborazione con  LUMA Arles Core Team.
Prodotto da Asad Raza con Marc Baettig.
Commissionato e prodotto da Maja Hoffmann / LUMA Foundation.
5 Aprile – 28 Settembre 2014
Atelier de la Mécanique, Parc des Ateliers. Arles, Francia

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Paola Bonino

Paola Bonino ha studiato Lettere Moderne e Arti Visive e si è specializzata in pratica curatoriale presso l' École du Magasin (Grenoble), dove ha co-curato la mostra ‘From 199C to 199D’ Liam Gillick. Attualmente, fa parte della direzione artistica di Placentia Arte (Piacenza).

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