Sonya Clark. Capelli e identità collettiva

Fig. 2 - Tendril

Sonya Clark è un’artista america di origini afro-caraibiche. La sua peculiarità è di usare fibre di diversa origine, soprattutto capelli umani, per riflettere su temi di razza, cultura, classe e storia. L’abbiamo intervistata.

LC: Lo scorso ottobre ho visitato la tua mostra presso il Taubman Museum of Art a Roanoke, in Virginia. Capelli e pettini fanno parte delle tue installazioni. Come è nato il tuo interesse nei confronti dei capelli e come è diventato una caratteristica centrale della tua opera?
SC: Sono cresciuta a Washington, DC. Mia nonna, una sarta, ogni tanto rimaneva con noi. Dall’altra parte della strada rispetto alla casa dei miei genitori c’era la casa dell’Ambasciatore del Benin nell’Africa occidentale. Aveva una famiglia di quattordici figli e molte delle ragazze nella sua famiglia pettinavano i capelli a me ed a mia sorella, per cui abbiamo vissuto con queste fantastiche acconciature scultoree. In tenera età sono stata introdotta al tessile come forma d’arte grazie a mia nonna, e all’arte del parrucchiere dalla famiglia dell’ambasciatore che viveva dall’altra parte della strada. Più avanti nella vita, quando frequentavo l’Istituto di scuola dell’arte di Chicago, avevo un’insegnante chiamata Anne Wilson nel dipartimento del tessile; stava facendo delle cuciture con i capelli, e questo mi ha fatto pensare ai capelli come ad una fibra tessile. Poco dopo, ho cominciato a fare le mie opere utilizzando i capelli.

LC: Il Hair Craft Project (Progetto Acconciatura) presenta una sequenza di foto, ciascuna delle quali rappresenta uno stilista diverso, e sotto ciascuna di esse una tela con del filo disposto dallo stilista. In ogni foto la parrucchiera si presenta frontalmente e accanto a lei abbiamo una buona visione della tua acconciatura. Il tuo volto non è visibile, dal momento che sei ripresa di schiena. Potresti spiegare quest’idea?
SC: Se il mio volto fosse visibile, sarebbe diventato il centro dell’attenzione e il mio corpo non sarebbe servito come tela. Invece avevo bisogno che il volto delle parrucchiere fosse visibile come una firma: permettevo loro di usare il mio corpo come tela al fine di affermare il loro ruolo di artiste, servendosi di forme artistiche molto tradizionali. Questi artisti si rifacevano alla tradizione dell’acconciatura africana, ma nella pratica contemporanea specificamente localizzabile a Richmond, dove vivo. Quindi, ho dato loro una tela vera e del filo di seta. Il mio corpo divenne una tela, e inoltre potevano utilizzare delle tele reali. Il progetto afferma l’opera della parrucchiera come arte tessile. Mi ha permesso di collaborare con altri artisti e di ampliare la mia pratica attraverso il filtro dell’estetica relazionale.

LC: Quale ruolo gioca la tua identità all’interno della tua opera?
SC: Il motivo per cui mi concentro sui capelli in quanto mezzo artistico è il fatto che da un punto di vista culturale tendono a separarci in categorie razziali. I nostri capelli ci separano, ma essi rappresentano anche il vettore del nostro DNA che ci accomuna, dal momento che in quanto esseri umani siamo praticamente uguali. Mi piace usare i capelli perché parlano di un’identità molto specifica e di un’identità collettiva al tempo stesso. Nel progetto Hair Craft c’è qualcosa di molto unico riguardo la visione e il talento di ciascuna delle parrucchiere. Anche se ognuna di esse ha utilizzato gli stessi materiali (la mia testa, la tela e il filo di seta), il loro unico linguaggio artistico si è pienamente rivelato.

LC: Oltre ad essere un’artista, sei anche il Capo del Dipartimento degli Studi dell’Artigianato e dei Materiali presso la Scuola delle Arti della Virginia Commonwealth University a Richmond e precedentemente una Endowed Professor dell’Università di Wisconsin-Madison. La tua attività di docente ha contribuito a modellare il tuo pensiero sull’arte?
SC: Nel mio studio, lavoro sempre con almeno una laureata del mio dipartimento, la quale è manager del mio studio, e almeno uno studente corrente. Nello studio condividiamo, sfidiamo e critichiamo le idee allo scopo di migliorare l’opera d’arte. Questo è precisamente il motivo per cui mi piace lavorare all’interno di un ambiente educativo: è come un laboratorio, dove i nostri contributi collettivi testano e affinano le idee.

LC: Al Taubman ho letto che ti riferisci alla “capacità di mappare una testa con un pettine” da parte della parrucchiera. Poi vedo un tappeto fatto di pettini, e i pettini che formano un disegno sul muro. Di quale territorio stiamo parlando?
SC: Intendi dire metaforicamente?

Fig. 6 - Writer Type

Sonya Clark, Writer Type, 1930’s typewriter and artist’s hair. Photo credit: Taylor Dabney, courtesy of the artist.

Fig. 5 - Hair Craft Projct canvas

Sonya Clark, Hair Craft Project canvas with Jamilah Williams, 2014. Cotton canvas with silk thread. Photo credit: Taylor Dabney, courtesy of the artist.

Fig. 1 - Sonya Clark headshot

Sonya Clark, Headshot, 2015. Photo credit: Diego Valdez, courtesy of the artist.

Copia di Fig. 2 - Tendril

Sonya Clark, Tendril, 2007. Plastic pocket combs. Photo credit: Taylor Dabney, courtesy of the artist.

LC: Sì.
SC: Con Tendril (Viticcio) sto utilizzando dei pettini che sono connessi tra loro per formare una linea lunga. Sono pettini dai denti fini, appositamente fatti per le persone dai capelli lisci. Ma ciò che realmente disegno con quei pettini è il riccio dei miei capelli, come se avessi strappato un capello dalla mia testa. Uso la linea dei pettini per illustrare una ciocca dei miei capelli. In un certo senso è un tipo di costrutto hegeliano, prendere due cose che possono trovarsi in opposizione tra di loro, i capelli lisci da un lato, i capelli ricci da un altro, e farne una sintesi. La nozione sottostante è che anche se siamo separati in molte razze, alla fine tutti noi veniamo dal continente africano. Spendiamo tanto di quel tempo a separarci, formando alcuni gruppi e deumanizzando degli altri, mentre in realtà tutti insieme formiamo un gruppo di persone. Abbiamo molto lavoro da fare per ritornare a questa nozione originale. Storicamente sono stati fatti già molti danni e la discriminazione storica è molto presente nel nostro tempo.

LC: Mi piace molto Toothless (Senza Denti). Sembra quasi la metafora di una bocca invecchiata che perde i denti … C’è qualche altro significato in quest’opera che non ho percepito?
SC: Questo è uno dei pezzi della mostra realizzati per primi: se un pettine dai denti fini dovesse passare attraverso i miei capelli e perdere i suoi denti, sarebbe come dire che i miei capelli hanno vinto la battaglia, non il pettine. Il pettine simbolizza le strutture egemoniche negli Stati Uniti ed è connesso alle questioni di giustizia razziale. In un certo senso, è correlato ad opere quali Writer Type (Macchina da Scrivere) che si domanda quale voce viene ascoltata in una situazione. Nel Writer Type, le ciocche dei capelli che ho messo al posto delle chiavi riguardano una voce che non viene ascoltata. Oppure si può comprendere quest’opera in un altro modo: la macchina da scrivere viene trasformata in una macchina che può parlare per sé. E’ entrambe queste cose simultaneamente, una voce smorzata o una voce asserita. Si trova proprio in quel luogo di mezzo che può essere letto in uno di questi modi oppure in molti altri modi.

La pagina Web dell’artista: http://sonyaclark.com/

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Leda Cempellin

Docente Associato Confermato presso la South Dakota State University.

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