Sophie Ko. Terra.

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Per la mitologia greca Mnemosyne (la Memoria) è una divinità olimpica figlia di Urano (il Cielo) e di Gea (la Terra): dalla sua unione con Zeus nacquero le Muse, dee del canto e della danza che celebravano in versi l’origine del mondo e le imprese degli dei e degli uomini. Riallacciandosi alla suggestione classica Aby Warburg nel 1929 intitolò Mnemosyne l’ultima sua grande impresa: un atlante figurativo che illustrava i meccanismi di tradizione di temi e figure dall’antichità all’attualità attraverso il montaggio di fotografie di opere rinascimentali, classiche e del XX secolo. Le riproduzioni, tratte dallo sterminato archivio a cui lo storico attingeva per corredare i suoi scritti e le sue lezioni, erano assemblate in palinsesti tematici che, azzerata ogni forma di gerarchia temporale e geografica, riattivavano l’eloquenza e l’energia espressiva delle opere originali. Le immagini, demoni di pura potenzialità comunicativa e principali veicoli e supporti della memoria culturale e sociale, sopravvivono al loro tempo per esserne testimonianza e continuano a sprigionare il loro primitivo potere di evocazione quando vengono lasciate libere di provocare un processo interpretativo aperto. Le immagini del passato quindi, come scriveva Georges Didi-Huberman, sono sempre pronte a insorgere nel presente, a bruciare e a soffrire nel punto in cui si fa più lacerante lo scarto tra il distacco e l’appartenenza alla realtà che le ha generate.

A queste riflessioni si riallacciano le Geografie Temporali di Sophie Ko Chkhejdze, giovane artista georgiana che incentra la sua più recente e intensa serie di lavori sull’indagine ontologica e poetica del concetto di immagine inteso come resistenza di un’insopprimibile volontà di figurazione mediante la quale l’umanità conserva e tramanda il proprio ancestrale patrimonio ereditario. Nell’epoca dell’istantaneità e della pervasiva quanto effimera ubiquità dei surrogati visivi del reale veicolati dalla rete e dagli altri mezzi di comunicazione di massa, il progetto si interroga sulla permanenza del valore espressivo delle immagini addentrandosi nell’indicibile intrico istintuale che lega lo spirito umano alle stratificazioni materiche che costituiscono l’opera. Restituendo all’azione artistica le antiche implicazioni rituali e interpretando in modo radicale le intuizioni di Warburg e Didi-Huberman, Ko realizza i suoi quadri imprigionando tra pannelli di vetro le ceneri derivate dalla combustione di immagini di celebri opere della storia dell’arte assieme a polveri di pigmento puro. A livello simbolico questo spazio sottovuoto riesce a condensare forme e contenuti di civiltà presenti e passate in una superiore unità esistenziale che travalica il succedersi delle avventure stilistiche per darsi come essenza di un mistero ancora da compiersi. Intimamente consapevole della propria responsabilità nei confronti dei grandi maestri, l’artista anziché cercare il proprio autonomo linguaggio all’interno di un archivio di forme depositate in una memoria storica per sua natura parziale e disomogenea, sceglie l’indifferenziazione primordiale per risvegliare le più profonde ragioni del creare.

Silenziosamente l’invisibile corporeità delle polveri si addensa in crateri, emergenze e altopiani che evocano gli ineluttabili processi geologici di un continente ancora inesplorato o l’espansione di sconosciute galassie prossime al collasso. Il grigio della cenere quando la forza di gravità o un cambiamento di umidità fanno franare le polveri verso il basso lascia trapelare le preziose venature e i bagliori pulviscolari dei volatili pigmenti che ne rigenerano l’anima. Bisogna soffiare dolcemente sulla cenere affinché la fine si trasformi in un nuovo inizio e la brace ricominci a sprigionare il suo calore mentre il tempo in assenza di forzature esterne ritrova la propria autentica misura nell’armonia dell’ozio e della meditazione. Ancora una volta la Terra e il Cielo si uniscono per dare forma allo scorrere del tempo trasformando la sua durata nel peso di una materia sottile e mutevole destinata ad un eterno ciclo di rinascite e distruzioni. Se le immagini che appaiono dietro al vetro sono destinate a consumarsi in una lenta erosione e precipitazione, i loro resti daranno vita ad altre visioni che tramanderanno nella loro memoria materica il ricordo e l’impressione delle precedenti aggregazioni. Nei suoi congegni a polvere l’artista ribalta la metafora della clessidra che nelle Vanitas allude alla brevità del tempo concesso a ciascuno dimostrando come l’irreversibile consunzione di ciascuna immagine sia il necessario presupposto di una nuova epifania e di un’ulteriore acquisizione di senso. Memento vivere! Sembrano quindi ammonire i quadri di Sophie Ko in una potente dichiarazione d’intenti che ribadisce l’importanza e la vitalità del processo artistico come inesauribile fonte di stupore e consapevolezza. Se i resti incombusti delle immagini bruciate ne rigenerano il potenziale figurativo conservandone intatta l’aura e riconducono le manifestazioni artistiche del passato alla loro indifferenziata matrice originaria, anche le strutture di vetro che contengono le polveri sono tutt’altro che inerti. Le sagome delle teche infatti variano da semplici rettangoli e quadrati che richiamano l’irruzione del minimalismo e dell’astrazione nella storia delle forme a più complessi poligoni irregolari che in qualche modo ne incarnano lo stemperarsi del rigore verso un ritorno della figurazione. Così le gradazioni cromatiche in campo rettangolare del polittico intitolato Geografie Temporali riprendono le sofisticate indagini sul colore puro di certa pittura concettuale, il quadrato di L’uomo accende a se stesso una luce nella notte dialoga con un’austera cornice novecentesca, mentre i candidi Atlanti si slanciano verso l’alto come acuminate scogliere siderali di stampo romantico o espressionistico. Anche qui i rimandi affiorano spontaneamente senza voler essere citazione o dissertazione e l’inedita duttilità della loro presenza discreta si amalgama con i depositi artistici che riposano nell’apparente quiete delle ceneri.

Multipli e unici allo stesso tempo, i quadri di Sophie Ko si rivelano come mitologici luoghi di gestazione e conciliazione di ataviche tensioni e differenze: friabile/rigido, trasparente/opaco, pittura/scultura, antico/contemporaneo, astrazione/figurazione, intero/frammentato, modulare/corpuscolare e altre categorie oppositive cessano di contrastarsi per convergere in un campo d’azione unitario.

Sophie Ko. Terra.
a cura di Federico Ferrari
Galleria de’ Foscherari
Via Castiglione 2 Bologna

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Sophie Ko, Atlanti, courtesy Galleria de’ Foscherari

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Sophie KoGeografie Temporali, courtesy Galleria de’ Foscherari

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Sophie KoGeografie Temporali, courtesy Galleria de’ Foscherari

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Sophie Ko, Kaspar Hauser, courtesy Galleria de’ Foscherari

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Sophie Ko, L’uomo accende a se stesso una luce nella notte, courtesy Galleria de’ Foscherari

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Laureata in storia dell’arte al DAMS di Bologna, città dove ha continuato a vivere e lavorare, si specializza a Siena con Enrico Crispolti. Curiosa e attenta al divenire della contemporaneità, crede nel potere dell’arte di rendere più interessante la vita e ama esplorarne le ultime tendenze attraverso il dialogo con artisti, curatori e galleristi. Considera la scrittura una forma di ragionamento e analisi che ricostruisce il collegamento tra il percorso creativo dell’artista e il contesto che lo circonda.

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