Statues Also Die

Dmitri Obergfell, classe 1986 nasce e cresce a Denver in Colorado, dove studia al Rocky Mountain College of Art and Design, diplomandosi nel 2010. Obergfell lavora sulla riproduzione dei simboli della tradizione classica, attraverso la pratica della “copia della copia”. Usando creta e grafite copia modelli di busti ripetendoli fino a farne perdere le caratteristiche riconoscibili, per approdare a nuovi e inaspettati significati.

Dmitri Obergfell, Statue also Die (2012). Ph. Giacomo Streliotto
 

In occasione della mostra RE‐BIRTH tenutasi a PARCO Foundation (Casier) il 25 maggio 2013 Obergfell ha esposto “Entropy And Ornamentation”, una scultura composta da due vasi di terracotta sovrapposti, un ornamento di erba finta e il busto di una statua classica. I vasi sono stati posti l’uno sopra l’altro a voler ricordare la scultura di Constatin Brancusi “Colonna Inifinita”. Il busto di donna che si erge in cima all’erba finta è depredato dalla sua identità attraverso lo sfregio che le nasconde parte del volto; emergono solo alcuni tratti caratteristici ma non sufficienti per la piena riconoscibilità della sua identità. Al di sotto del bianco gesso, proprio nel punto in cui lo sfregio prende forma, il colore bianco lascia spazio a un breve accenno di rosa, a voler esprimere che lì l’artista a messo mano al processo creativo, ha mutato, ha reso personale e riconoscibile quella che altrimenti sarebbe rimasta una copia di una statua dell’antichità. Il processo creativo che sta alla base delle opere di Dmitri Obergfell è un turbinio sempre aperto e in evoluzione di stimoli e suggestioni che nascono dal contatto con la realtà circostante sprezzante, frizzante e a volte anche violenta. Una costante relazione di stimoli visivi, materici e psichici, prendono vita quando l’artista entra in contatto con l’opera e la fa diventare parte del suo lavoro di personalizzazione.

Le relazioni tra le persone e gli oggetti sono il punto di partenza del tuo lavoro, raccontaci come si sviluppa il tuo processo creativo.
Il mio processo creativo è piuttosto aperto, mi piace non pormi limiti così da poter correlare e far reagire tra loro le cose che mi stanno intorno. Una volta deciso il concetto, comincio col sperimentare la composizione e i materiali. Per me, la composizione di una scultura è gestuale come una sorta di linguaggio del corpo, ed è dunque parte integrante della presenza dell’opera. La mia pratica di ricerca avviene spesso “sul campo”. Questo processo di sperimentazione mi permette d’interpretare le associazioni del pubblico e la relazione fisica all’opera. Devo però ammettere che questo processo cambia al cambiare dei materiali e delle tecniche, spesso uso anche readymades o qualsiasi cosa possa servire all’espressione del concetto.

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Dmitri Obergfell, Entropy and Ornamentation (2013). Ph. Giacomo Streliotto
 

La performance è una parte essenziale del tuo lavoro, in che modo da maggior valore e forza al tuo lavoro?
La performance non è un medium al quale mi sento molto legato, ma sono contento sia diventato parte della serie Statues Also Die. L’aspetto performance di queste serie è diventato parte del processo perché dava senso e valore al concetto. Non ho mai inteso l’installazione come parte di un lavoro “finito”, ma è diventato talmente bello e coinvolgente questo momento da essere una sorta di performance in sé. Dal mio punto di vista, questa è un’evoluzione interessante, preferisco che il risultato finale si faccia da sé. Credo che in generale la performance fornisca una narrazione negoziabile a un pubblico gratificante.

Dopo il tuo viaggio in Italia, c’è stato qualcosa che ti ha ispirato per un eventuale lavoro futuro?
Molte cose porto con me dal viaggio in Italia. È stata un’esperienza molto produttiva e spero che influisca sul mio lavoro in futuro. È stato interessante vedere un paesaggio disabitato in confronto a quello dell’America dell’ovest. Mi ha fatto apprezzare le dimensioni estese dei posti dove vivo, stanco dei simulacri della cultura americana. Credo ci sia una relazione con alcuni miei lavori realizzati precedentemente e spero che questa esperienza trovi una sua dimensione più esplicita nel mio lavoro.

Il 25 aprile hai partecipato al progetto “re-birth” presso Parco Foundation, che lavoro hai presentato? In che modo questo si lega al concetto di rinascita?
Ho esposto una scultura intitolata Garden Piece. Un scultura che si compone di vasi di terracotta, erba artificiale e un busto. I vasi sono accatastati come nella Colonna Infinita di Brancusi e l’erba finta raggiunge la sommità della colonna dov’è posto un busto. Il busto è quello di una donna dall’identità oscurata da un danno al viso. Questo lavoro prende in esame le possibili interpretazioni di rinascita e infinito in relazione allo stato entropico del mondo.

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Parco Foundation
 
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