Sulla percezione dell’immagine. Intervista a Fayçal Baghriche

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Fayçal Baghriche è un artista algerino che lavora sulla percezione e sul nostro rapporto con l’immagine. I suoi lavori parlano di miti antichi e contemporanei, di conflitti politici e ideologici e della nostra comprensione della realtà. L’abbiamo incontrato a Parigi in occasione della sua prima mostra personale alla Galerie Poggi lo scorso Aprile.

Le opere di questa mostra sono state influenzate da ciò che è successo in Iraq e in Siria e in particolar modo dalle immagini degli attacchi jihadisti al museo di Mosul. Quello che è successo, la demagogia di cui hanno dato prova i media e gli istituti archeologici, così come il servirsi degli artefatti per sostenere una causa – tutti questi aspetti hanno sin da subito attirato la mia attenzione. Palmira era stata data per rasa al suolo quando soltanto il 20% delle vestigia era stato effettivamente danneggiato. Il rapporto con l’immagine e il modo in cui siamo influenzati e in un certo qual senso manipolati dai media ha senza dubbio influenzato molto la creazione dei lavori qui esposti. Questo avvicendarsi di pensieri mi ha portato ad analizzare i gesti di riproduzione messi in atto, ad esempio, dall’archeologia preventiva con la modellizzazione in 3D e le riproduzioni digitali. La ricostituzione di vestigia passate, come è successo in Iraq in seguito agli attacchi dei jihadisti, contribuisce in un certo qual modo a trasformare i conflitti fisici in conflitti ideologici. Io ho cercato semplicemente di investire tutto ciò di un significato forse più personale.

La tua mostra si apriva con la scultura di un braccio che tiene un crocefisso. Cosa rappresenta?
Ho immediatamente fatto il collegamento tra ciò che è successo a Mosul e gli anni del terrorismo in Algeria. Le Bras du Cardinal è un’opera che riprende una statua mutilata del 1925 che si trova ad Algeri e di cui un’altra versione, scomparsa negli anni ‘60, era stata installata a Tunisi. La ragione di questo doppio rifiuto fu il crocifisso che la statua teneva in una delle due mani e la sua maniera troppo aggressiva d’imporre il simbolo del cristianesimo in una comunità musulmana. A Tunisi la statua è scomparsa in circostanze ancora oscure. Quella di Algeri pare sia stata mutilata durante gli anni del terrorismo, anche se molto probabilmente quest’informazione non è altro che una fabulazione fatta intorno a un periodo così complesso.

L’unico video presente nella mostra trattava anch’esso questioni legate alla rappresentazione.
Il video La Nuit du Doute, nonostante sia parecchio distante da queste problematiche politiche e ideologiche, riflette anch’esso il nostro rapporto con le immagini e con la percezione visiva. Nel video racconto degli aneddoti su esperienze vissute quando ero bambino. Sono dei ricordi legati alla televisione e alla percezione delle cose. Parlo delle immagini a colori, della paura di diventare cieco, di vedere in rilievo.

Si ha quasi l’impressione che le tue opere ci rinviino ogni volta indietro nel tempo per poi riportarci bruscamente al presente. Prendiamo ad esempio la serie Family Friendly, lesemplare qui esposto mostra la censura di alcune immagini della Venere di Willendorf.
Esattamente. Sono delle immagini che offrono una doppia lettura sulle loro origini e sul loro stato attuale. Questa foto, ad esempio, è stata censurata in Medio Oriente non per il suo ruolo di feticcio ma per il fatto di essere una venere nuda e opulenta.

In questo caso l’opera esiste anche grazie a un intervento inconsapevole, quello dei censori. Allo stesso modo degli artigiani corniciai che hanno dato luogo nel 2010 alla serie Les Imperfections. Il ruolo dell’artista sembra quasi messo da parte. Quale è dunque la sua funzione?
In questi lavori dipingo il ritratto di un artista che ha dei gesti estremamente ridotti e un margine di manovra anch’esso ristretto. All’inizio, con le mie prime performance, queste opere esistevano per necessità, non avevo né uno studio né i mezzi di sostentamento necessari per produrle. Tutto ciò che avevo era il mio corpo e degli amici con una videocamera per filmare le mie azioni. Rappresentavo un artista interstiziale che finisce negli ingranaggi già oliati della vita quotidiana e del mercato dell’arte. A un certo punto mi sono anche interrogato sulla produzione di oggetti e sull’effettiva necessità produttiva. La creazione d’immagini deve essere il più possibile riflettuta e non va fatta con profusione; del resto questa mostra annovera poche opere. La maggior parte dei lavori realizzati tra il 2002 et il 2008 parla del ruolo dell’artista nel mondo contemporaneo. A volte ho anche fatto ricorso a dei tranelli pur di spingerci a riconsiderare ciò che ci circonda. Tutto ciò faceva parte di una riflessione sull’arte e su ciò che essa rappresenta al giorno d’oggi, un invito a rimettere in questione le immagini che ci vengono proposte. Tutta questa mostra rimette del resto in questione la legittimità delle immagini. The False è una scultura distrutta, ed è la copia di un’opera che è effettivamente presa di mira dai jihadisti nel video degli attacchi al museo di Mosul. Quella scultura era un falso e gli originali erano già stati nascosti dal museo in dei depositi segreti. Nonostante ciò ci hanno fatto credere il contrario. Qui l’ho riprodotta in mousse di poliuretano, un materiale utilizzato nel cinema per la creazione di scenografie destinate ad essere distrutte.

Una finta riproduzione di un finto patrimonio, il concetto di fittizio è molto presente nel tuo lavoro.
Il fittizio, dici bene, ma anche l’illusorio, lo strato superficiale, l’epidermide.

E l’ironia anche…
Certamente, l’ironia. C’è molto humour in quello che faccio.

Da dove viene l’immagine di Sans Titre stampata sul vetro?
L’immagine proviene dal satellite Planck utilizzato in una missione spaziale che aveva come obiettivo di creare una cartografia dell’universo nei suoi primi istanti di vita. Questa immagine risale a 350000 anni dopo il Big Bang, un periodo molto lontano da noi, ed è in quel momento che la luce si è potuta sprigionare. Le ci sono voluti qualcosa come 15 miliardi d’anni prima di poter arrivare fino a noi. Anche lei rappresenta per me un’icona, una rappresentazione che partecipa al mito della creazione, solo che si tratta di un mito scientifico e non più religioso.

Un’ultima domanda: cerchi in qualche modo di dare degli strumenti alle persone per decodificare il tuo lavoro?
Domanda interessante. Credo che i miei lavori possano essere interpretati in molti modi e che non sia poi in fondo così importante avere tutte le chiavi di lettura. Per certe opere si tratta di un’interpretazione immediata per la quale non si ha bisogno di nessuno strumento di lettura specifico, e questo è dovuto al fatto che la mia simbologia di riferimento proviene più dalla cultura popolare che dall’arte contemporanea. Per altre opere si tratta di una lettura più parziale. Prendi ad esempio Before Present, se hai gli strumenti per decodificarla vedi immediatamente la colonnata di Palmira, altrimenti sono solo delle stadie. Sono molto affascinato dal rapporto che si può avere con la stessa immagine a seconda che si abbiano i giusti codici di lettura o meno. Spesso, se c’è una spiegazione nel mio lavoro, la questione si risolve ne giro di pochissime parole.

Giada Bucciarelli

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Family Friendly (La Venus de Willendorf), 2015. Courtesy Galerie Jérôme Poggi. Photo © Aurélien Mole

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Before present, 2016. Courtesy Galerie Jérôme Poggi Photo © Aurélien Mole

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La nuit du doute, 2016. Courtesy Galerie Jérôme Poggi. Photo © Aurélien Mole

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The False, 2016. Courtesy Galerie Jérôme Poggi. Photo © Aurélien Mole

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Fayçal Baghriche, “La nuit du doute”, Vue d’exposition, Galerie Jérôme Poggi, Paris, 2016. Photo © Aurélien Mole

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Le bras du Cardinal, 2016. Courtesy Galerie Jérôme Poggi. Photo © Aurélien Mole

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