The sun behind the clouds

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Il Pav – Parco Arte Vivente di Torino ospita fino al 13 gennaio «The sun behind the clouds», la doppia personale di Ettore Favini e del duo anglo-tedesco He-He. Due visioni critiche e antitetiche del mondo in cui viviamo che suggeriscono anche il delinearsi di possibili equilibri, superando secolari dicotomie, tra uomo e ambiente. Ne parliamo con Claudio Cravero, curatore del Pav.

«The Sun Behind The Clouds» fa riferimento a due precisi fenomeni naturali, il sole e le nuvole, intesi come corpi in conflitto. Ugualmente i lavori di Ettore Favini e del duo anglo-tedesco He-He ci offrono due visioni antitetiche del rapporto uomo-natura: anti-umanista l’una, antropocentrica l’altra. Dove il punto d’incontro?
Cominciamo dal sole e le nuvole… È evidente che la presenza dell’uno nega quella dell’altro. In un cielo terso non sono infatti presenti le nuvole e, viceversa, una coltre fumosa nasconde visibilmente il sole. I due fenomeni naturali, indagati rispettivamente da Ettore Favini e il duo He-He, diventano così il pretesto per ragionare su un gioco di tensioni. Le stesse ad esempio che si ritrovano nell’annosa ricerca di punti di contatto tra le diverse posizioni dell’attuale dibattito ecologico. La differenza tra prospettive anti-umaniste (eco-centriche) e antropocentriche consiste essenzialmente nel valore morale attribuito alla natura. Ovvero, la natura è un bene in sé da preservare e conservare per sua definizione? O è un bene da preservare perché funzionale alla sussistenza e sopravvivenza dell’essere umano? In sostanza, per l’uomo, la natura è un fine o è un mezzo? Mi soffermerei però in particolare su quel “per l’uomo”. La natura è infatti sempre vista, analizzata e pensata attraverso la cultura (almeno questo nella cultura occidentale). E l’attribuzione di un valore morale alla natura, intrinseco o utilitaristico, è sempre un valore “culturale”, poiché non c’è valore senza valutatore. Ed è ovvio che il valutatore è l’essere umano con il suo filtro antropocentrico. Il punto d’incontro, però, sta nell’individuazione di una serie di equilibri da rispettare che porterebbero a dei “mutui” accordi. Si tratta di una sorta di contrattazione, in cui per certo la natura non ha voce in capitolo se non per scelte umane. Il peso, dunque, è stabilito nuovamente dall’essere umano e dalla comunità a cui fa riferimento. Tuttavia, in The Sun behind The Clouds vi è un lavoro di Ettore Favini che, meglio di altri, forse chiarisce quest’idea di scambio. Si tratta di Ipotesi di finito_#3, la stessa installazione presentata in anteprima ad Artissima19 nella sezione Musei in mostra. Una serie di quattro tavole in legno sono installate nella corte in modo da ricordare i pannelli fotovoltaici collocati in pianura, precisamente nei campi, e utilizzati per l’assorbimento della luce solare. Le numerose lenti di ingrandimento applicate sulle superfici, e già impiegate in molti degli altri lavori esposti, non solo incidono il legno sottostante, marchiandolo lentamente e registrando così un tempo che è quello del sole, ma trasformano l’energia da solare in termica. Il calore consuma e distrugge la materia trasformandola in un’ipotesi metaforica di un processo senza fine. L’installazione suggerisce così una strada percorribile affinché la scienza, se ben indirizzata, possa dare forma a una relazione contrattuale uomo-natura. E seppur di tipo strumentale, questo tipo di relazione risulta almeno innocua e rispettosa dell’ambiente in cui convivono sia il sole che l’essere umano.

Come nasce l’idea della mostra e in che direzione ci porta?
Emergono posizioni conflittuali dell’etica ambientalista ma anche un invito all’”azione”, a un gesto simbolico di riappacificazione tra uomo e natura. La mostra nasce dalle ricerche di alcuni artisti rispetto all’indagine puntuale e critica di alcuni fenomeni naturali. Dove spesso, però, le stesse manifestazioni (come il sole e le nuvole in questo caso) diventano anche i mezzi con cui gli artisti si misurano e si confrontano. Letteralmente,  il titolo The Sun Behind The Clouds riprende il titolo di un film omonimo (2009) per la regia di Tenzing Sonam. Nel film, il popolo tibetano, guidato dal Dalai Lama, lotta per il diritto di espressione culturale e religiosa, in questo senso oppresse e ostacolate dalla dipendenza politica imposta dalla Repubblica Cinese. Ecco dunque la tensione di due posizioni in conflitto. La doppia personale, che vede fisicamente allestiti corpi fumosi fluttuanti, raggi luminosi che disegnano lo spazio del PAV, sia in forma grafica che installativa, è portatrice di metafore e immagini, a volte intense come narrazioni della natura, altre, invece, come osservazioni critiche rispetto alle derive ambientali generate dalla forte e distruttiva antropizzazione (tra queste il riscaldamento globale, lo scioglimento dei ghiacci e i disastri causati dalle centrali nucleari). Il gesto simbolico di riappacificazione di cui parli, o di una sorta d’invito all’azione, consiste anzitutto, fra le numerose possibilità, in una precisa presa di coscienza rispetto a tutto quello ci circonda. In sostanza alla biosfera che ci contiene, che è in fondo il mondo, sempre più instabile, nel quale ci muoviamo, pensiamo, sentiamo e ci emozioniamo.

«L’Ethos del Vivente», l’art program 2012 del Pav, si conclude con la mostra in corso. Anticipazione sulla programmazione 2013?
Tutte le narrazioni sviluppate nel corso di un anno di mostre, workshop e attraverso il concorso Premio PAV 2012, hanno disegnato una serie di cosmologie, raccolte e ri-narrate nella pubblicazione L’Ethos del vivente, appunto. Si è trattato di “visioni del mondo” capaci di avvicinarci a problematiche della contemporaneità e del futuro, spingendoci a immaginare cosa significhi viverle e sentirle in prima persona (dall’inquinamento atmosferico alla perdita della biodiversità); narrazioni che hanno cercato, come accade nella letteratura e nel cinema, di superare la sola idealizzazione e speculazione razionale. Ma gli scenari proposti sono ancora una piccola minoranza di fronte alla moltitudine d’interpretazioni, tutte culturali, che suggeriscono una natura ancora vista dall’esterno attraverso quel sentimento di superiorità antropocentrico. Tale sguardo, tipico dell’Occidente, è radicato in noi come forma mentis attraverso la quale siamo soliti classificare e organizzare le specie (vale a dire tutte le entità naturali, umane, non umane e oggetti inanimati). Noi vediamo infatti le montagne, le valli, i fiumi, le pietre e i mari, ma non riusciamo a vedere che ciascun elemento appartiene a un tutto. E questo perché conosciamo il mondo attraverso le sue parti e i suoi frammenti, “non riconoscendolo come una totalità” – suggerisce l’antropologo francese Philippe Descola. Attraverso l’Ethos del vivente si è intrapreso dunque un percorso lungo, un primo insieme di cosmologie che hanno invitato il pubblico (e tutti coloro che a diverso titolo collaborano con il PAV) ad approfondire e “complessificare” la discussione, continuando cioè a porre domande e sollevare curiosità. La strada intrapresa è così ormai ricca di suggestioni. E non resta che aprire il dibattito sull’Internaturalità, tema appunto del 2013.

He-He, Prise en charge, 2011. Ph. Marco Carpinelli

He-He, Nuage Vert, Ivry-sur-Seine,  2010, video

Ettore Favini, Io che prendo il sole a Torino il 19 gennaio 1969, 2012, video.

Ettore Favini, Ipotesi di finito_#3, dettaglio. Ph. Marco Carpinelli

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Stefania Crobe

Si specializza in educational management per l’arte e collabora con diversi musei e istituzioni culturali, all’estero e in Italia, da ultimo la Gam e il Pav di Torino. Con un interesse per le funzioni e i processi condivisi delle pratiche artistiche nella società, approfondisce le dinamiche del management culturale e dell’economia della conoscenza come membro di SusaCulture, curando progetti inerenti l’arte e la sfera pubblica. Ha svolto attività di ricerca presso Cittadellarte-Fondazione Pistoletto.

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