Synapses. Intervista con Stefanos Tsivopoulos

Stefanos Tsivopoulos  Synapses, 2014  Curated by Matteo Lucchetti  Installation view  prometeogallery di Ida Pisani, Milan  Photo credit Bruno Bani’

Stefanos Tsivopoulos, il quale ha rappresentato la Grecia alla 55° Biennale di Venezia nel 2013 con un progetto complesso sul valore del denaro, la crisi e indagando su possibili metodi alternativi di scambio, è stato recentemente protagonista della mostra Synapses a cura di Matteo Lucchetti presso la Prometeogallery di Ida Pisani a Milano. La ricerca artistica di Tsivopoulos, spesso caratterizzata da una produzione filmica rivolta verso temi quali la memoria, la realtà e la finzione, presenta per la prima volta un intervento completamente non videografico, diretto verso nuove prospettive e forme d’indagine.

La Prometeogallery di Milano ha recentemente ospitato la tua ultima mostra, una nuova sperimentazione che per la prima volta propone una produzione interamente non filmica. Il titolo scelto è Synapses e nel testo curatoriale scritto da Matteo Lucchetti capiamo l’importanza dell’abilità nel creare e stabilire sempre nuove connessioni, nel caso specifico storiche, economiche e culturali. Synapses letteralmente significa “connettere” nel senso di comunicare (tra neuroni e cellule) ma in questo caso tu non scegli di offrire connessioni lineari stabilite a priori, ma di presentare piuttosto una serie di elementi allo spettatore il quale, individualmente, è invitato ad attivare le sue sinapsi e a stabilire connessioni. Sembra un esercizio di astrazione a partire da una realtà data, che ne pensi ?
Il titolo della mostra Synapses è nato dalla mia ricerca sulla Sincronicità, una nozione di tempo ed eventi acausali coniato da Carl G. Jung, che nega le nozioni predeterminate di eventi causali in ciò che noi chiamiamo realtà. Synapses in origine era il titolo del progetto con le sette performance negli spazi pubblici di Milano, ma alla fine abbiamo deciso di usarlo per l’intera mostra. Vorrei iniziare dicendo un paio di cose su queste sette performance. Il mio obiettivo era quello di (ri)creare un campo cognitivo nello spazio pubblico, una sorta di rappresentazione del reale, forse una simulazione di ciò che chiamiamo realtà. La realtà contiene tutte le tipologie del sapere, cose che conosciamo, cose che non conosciamo a che troviamo difficili da recepire mentalmente in una sola volta. Tuttavia, facciamo collegamenti, creiamo rapporti attraverso narrazioni personali, immagini, paesaggi, edifici, volti, storie, e queste connessioni o sinapsi non sono lineari, al contrario seguono particolari schemi cerebrali in cui sia il conscio che l’inconscio sono parte integrante. La mia posizione è stata quella di ricostruire quel modello che tu chiami astrazione, e che io chiamo il reale. Nel caso di Synapses – Milano questo “modello del reale” fa riferimento a elementi socio-politici, storici ed economici di sette luoghi pubblici diversi attraverso una serie di performance che in qualche modo sbloccano la sub-narrazione del reale. Questa sub-narrazione utilizza parti di realtà assieme a istanze poetiche del reale grazie a sette azioni improvvisate. C’è un dialogo tra le azioni nello spazio pubblico e le opere nella galleria in particolare una serie di foto – sintesi della mia ricerca su Milano, che unisce le immagini d’archivio della città alle mie foto.

Uno degli elementi che compongono la mostra è dato da quattro riproduzioni di cabine elettorali le quali hai intitolato con luoghi e anni specifici, ad esempio (Ucraina 2014) e (USA 2008). Nuovamente, non stai offrendo un legame lineare tra i manufatti e i loro titoli, ma allegoricamente suggerisci possibili cause e relazioni. Si tratta di un’indagine politica più ampia e una questione sulla scrittura (o la non scrittura) della storia, tema che hai già affrontato con ad esempio Amnesialand (2010) o Senza titolo (The Remake) (2007). Stai cercando di stimolare la produzione di una nuova memoria collettiva ?
M’interessa l’appropriazione delle soluzioni storiche e un impegno verso narrazioni più speculative e immaginarie sulla storia e la politica. La serie Voting Booths (Ukraine 2014), (USA 2008), (Greece 2012), (Switzerland 2011) offre una lettura più ampia, più personale o alternativa, se si desidera, su posizioni politiche attuali circa la libertà di espressione, la diversità e le disuguaglianze, sia di destra che di sinistra, locali o globali. Il lavoro prende come punto di partenza un oggetto molto riconoscibile, la cabina elettorale,

Stefanos Tsivopoulos Synapses, 2014 Curated by Matteo Lucchetti Installation view prometeogallery di Ida Pisani, Milan Photo credit Bruno Bani’

Stefanos Tsivopoulos, Synapses, 2014. Curated by Matteo Lucchetti. Installation view prometeogallery di Ida Pisani, Milan. Photo credit Bruno Banì

Stefanos Tsivopoulos Synapses, 2014 Curated by Matteo Lucchetti Installation view prometeogallery di Ida Pisani, Milan Photo credit Bruno Bani’

Stefanos Tsivopoulos, Synapses, 2014. Curated by Matteo Lucchetti. Installation view prometeogallery di Ida Pisani, Milan. Photo credit Bruno Banì

Stefanos Tsivopoulos, Synapses, 2014. Curated by Matteo Lucchetti. Installation view prometeogallery di Ida Pisani, Milan. Photo credit Bruno Banì

Stefanos Tsivopoulos, Synapses, 2014. Curated by Matteo Lucchetti. Installation view prometeogallery di Ida Pisani, Milan. Photo credit Bruno Banì

Stefanos Tsivopoulos, Synapses, 2014. Curated by Matteo Lucchetti. Installation view prometeogallery di Ida Pisani, Milan. Photo credit Bruno Banì

Stefanos Tsivopoulos, Synapses, 2014. Curated by Matteo Lucchetti. Installation view prometeogallery di Ida Pisani, Milan. Photo credit Bruno Banì

rendendo evidente una connessione tra la politica e il personale. Da un lato vi è una micro-architettura, una costruzione che definisce uno spazio piccolo, personale, privato dove si esercita il nostro diritto fondamentale al voto, l’atto per eccellenza della libertà nelle società democratiche. D’altra parte sottolinea le implicazioni che tale potere può generare a livello nazionale e globale. Naturalmente la memoria collettiva viene qui messa sotto inchiesta, assieme alle implicazioni di questo processo partecipativo. Mentre lavoravo alle cabine, che sono ricostruzioni reali di quelle originali utilizzate nei rispettivi paesi, mi sono reso conto di come ogni disegno potesse essere indicativo del carattere politico e sociale di ciascun paese.

A proposito di questioni quali la scrittura della storia o la creazione di un archivio, e in relazione alla tua pratica filmica, l’importanza del found-footage o del montaggio è evidente. Secondo Benjamin prima e Didi-Humberman più di recente, sembra che questa postura verso il visivo, il montaggio che non aderisce a un atteggiamento cronologico, costituisce una possibile modalità dell’essere politico conservando la materia del passato per il futuro. Quasi come un atteggiamento utopico, qual è la tua opinione in tal proposito?
È l’equivalente dell’archeologa. Naturalmente si scopre qualcosa che è stato fatto 2000 anni fa, ma le implicazioni politico sociali economiche che comportano sono enormi. Io le chiamo archeologie contemporanee e forse tali archeologie sono più importanti che mai, a causa della nostra capacità sia sociale che tecnologica di leggerle e usarle come proiezioni per la comprensione del nostro futuro. Sono d’accordo che tali risultati vadano al di là delle modalità del tempo, toccano passato, presente e futuro in quanto riguardano casi studio di cronache umane.

Torniamo a Milano. Una delle parti più interessanti e importanti della mostra è stata l’azione. Hai organizzato, con il supporto di Careof DOCVA e con la collaborazione dell’Assessorato alla Cultura e l’Assessorato al Benessere e Tempo Libero del Comune di Milano, sette azioni minime e immateriali in diversi luoghi della città. Hai lavorato molto con l’ambiente urbano e la storia di Milano ricercando anche nell’archivio fotografico della città; come e perché hai selezionato questi luoghi specifici? Qual è il rapporto con le istanze politiche delle quali abbiamo parlato fino a ora?
Credo che ogni angolo, strada, piazza ed edificio di una città sia importante perché parte di un sistema interconnesso, di un organismo vivente. Per me l’elemento essenziale di Synapses era quello di attivare una consapevolezza pubblica della città come mezzo di questo complesso ecosistema del quale facciamo parte come cittadini. La città è in qualche modo un generatore e conservatore di azioni e storie, tra loro interconnesse. Guardando più attentamente nelle registrazioni storiche e socio-politiche attraverso le tracce sulle superfici della città, speravo di trovare storie che stessero in un dialogo quasi poetico con le performance, ma anche con la totalità di Synapses. Le località selezionate riflettono diversi aspetti di Milano, dalla famosa Piazza Duomo, a un quartiere economicamente più costretto come Piazza Gramsci e dall’importanza storica del Teatro Verdi al centro economico di Piazza Gae Aulenti. Ogni luogo è stato attivato con una performance e viceversa, per formare una narrazione non lineare, né predeterminata. Anzi, al contrario il mio lavoro qui è quello di aprire possibili letture infinite, attraverso un processo rizomatico che non costituisce una prospettiva chiara di un unico racconto, ma una moltitudine di prospettive e narrazioni infinite. Questo è anche in linea con le mie intenzioni circa la rinegoziazione della storicità e la politicizzazione del dominio pubblico.

A proposito di queste performance che hanno avuto luogo sia in spazi privati ​​che pubblici a Milano, non possiamo evitare di menzionare le dérives ‘situazioniste’; hai operato una sorta di détournement in cui lo spettatore è invitato a perdere le sue precedenti relazioni di potere con l’ambiente circostante per ricostruirle a nuovo. Si tratta di un’azione performativa che stabilisce nuove connessioni, nuovi ricordi, nuove storie ecc. Qual è la tua idea del paesaggio urbano di Milano in relazione ai suoi abitanti? In che modo il pubblico ha reagito alle situazioni proposte?
Il progetto potrebbe anche essere sviluppato in un formato filmico utilizzando i sette luoghi come sette sequenze di un film. Tuttavia questa volta non l’ho fatto perché ho voluto esplorare una nuova posizione artistica indagando il rapporto tra l’opera d’arte contemporanea e il pubblico attraverso un processo meno programmatico e materiale. Il pubblico ha reagito in molti modi diversi, a volte imprevedibili, a volte con apprensione e curiosità, ma i sentimenti di fondo erano quelli di sorpresa, pensiero critico e in alcuni casi sopraffazione emotiva. La diversità economica e socio-politica nei diversi quartieri di Milano è molto visibile. La città è in qualche modo molto imponente e ho trovato un po’ difficile lavorare su un progetto a grande scala, ma ancora una volta, questa è la prima volta che presento Synapses quindi do’ il beneficio del dubbio a Milano.

Con riferimento al tuo lavoro precedente History Zero (2013), che hai presentato alla 55° Biennale di Venezia nel padiglione greco, tratti un tema drammatico come la crisi economica in modo molto delicato, intrecciando tre storie diverse di ‘valore’. C’è speranza e una necessità di rivalutare il contemporaneo. Qual è la tua posizione e prospettiva verso il futuro? Come “cambiare la valuta” (parakrattein to nomismata) secondo la famosa lezione dei Cinici?
Penso che siamo stati molto cinici e non abbastanza creativi con i nostri sistemi economici. Alcuni dicono che la deregolamentazione, la speculazione, e l’alto rischio delle strategie economiche sono pratiche altamente creative per fare soldi. Il problema è che tali strategie mirano solo al profitto. Quando dico creativo voglio dire che il denaro non è necessariamente un mezzo di profitto, ma che potrebbe essere anche un mezzo per lo sviluppo, la lotta contro la povertà, l’uguaglianza sociale, ecc. Il crollo dei mercati del 2008 si rivelerà decisiva per il modo in cui le società e la nostra dipendenza dal denaro cambieranno. È quasi impossibile formare una società senza una moneta. Tuttavia, devo dire che trovo le mega-valute come il dollaro, l’euro, sterlina, e in generale l’intero sistema economico come un’impresa guasta. Dopo History Zero ho arricchito le mie conoscenze sull’economia globale e in particolare sui modelli economici alternativi che vengono generati dalle comunità locali e che servono meglio per le loro esigenze. Un’economia sia sostenibile che autonoma.

Progetti futuri …
Sto terminando la pubblicazione di un saggio fotografico con le immagini inedite provenienti da archivi greci pubblici e privati​. Il titolo del libro è Archive Crisis e il design è in collaborazione con Metahaven. Sto già lavorando a una seconda Synapses per una nuova città e, naturalmente, il prossimo progetto sarà un po’ più ambizioso in quanto sarà un film che tratta l’attuale crisi economica.

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Giulia Bortoluzzi

graduated in contemporary philosophy/aesthetics, has been working in collaboration with various contemporary art galleries, theaters, private foundations, art centers in Italy and France. Is a regular art contributor for L’Officiel, editor assistant for TAR magazine, founder and editor for recto/verso and editor in chief for julietartmagazine.com

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