Takeshi Murata_Bernie's. CourtesyGalerieThaddaeusRopacParisSalzburg. photo CharlesDuprat - Copia

La galleria del futuro. THADDAEUS ROPAC

Mr Ropac, nel 1982 lei comincia a lavorare come assistente nello studio di Joseph Beuys che, proprio in quel periodo, preparava assieme a Norman Rosenthal la mostra “Zeitgeist” presso il Gropius Bau di Berlino. Beuys è stata una figura determinante per lei. Può raccontarci il suo primo incontro? Ne è stato disilluso o le sue aspettative sono state confermate?
La prima volta che ho visto Beuys è stato a Vienna. Ero molto giovane e lui presentava un seminario all’Accademia di Belle Arti. Ricordo che la sala era completamente piena, tutti erano lì per assistere al suo intervento. Io ero andato a Vienna esclusivamente per vederlo, mi ero messo in piedi su un tavolo in fondo alla sala perché c’erano troppe persone davanti a me. Aveva una personalità imponente e una presenza fisica molto importante. Era un uomo incredibile e un artista straordinario. Aveva un carisma unico. Quell’incontro è stato fatale per me perché qualcosa è cambiato per sempre, è stata la mia entrata nel mondo dell’arte. Certo, la mia vita avrebbe potuto essere più o meno identica anche se non avessi mai incontrato Beuys, ma la sua presenza mi ha arricchito, confermando il mio desiderio di voler vivere d’arte. Mi sarebbe piaciuto essere il suo vero assistente, ma a quel tempo ero molto giovane e lavoravo più che altro come stagista (anche se non esisteva ancora questo ruolo). L’assistente era una figura coinvolta direttamente nel suo lavoro mentre io svolgevo mansioni basilari, il mio impegno nello studio di Beuys è molto distante dall’idea di assistente che abbiamo oggi. Io non lavoravo dove le opere venivano prodotte, ma dove venivano installate. Fu in ogni caso un’esperienza determinante.

Thaddaeus Ropac . Peter Rigaud @ Shotview Photographer's Management.

Thaddaeus Ropac . Peter Rigaud @ Shotview Photographer’s Management.
 

Lei lavora oggi con giovani artisti come per esempio Cory Arcangel o Jules de Balincourt. A questo proposito, cosa ne pensa dell’accessibilità del mondo dell’arte per un giovane, oggi?
Le cose sono completamente cambiate negli ultimi trent’anni. Trent’anni fa, il mondo dell’arte era chiuso in una torre d’avorio ed era riservato a un’élite intellettuale. Oggi invece l’arte è accessibile a tutti e ricopre un ruolo importante nella società. Non si può non aprire un giornale senza trovarvi un articolo che parla di arte. Gli artisti sono apprezzati, quasi come delle popstar. Se da un lato oggi è molto più facile per un artista farsi riconoscere, dall’altro chiunque può averne accesso e fare qualsiasi cosa senza alcun limite. È molto difficile oggi trovare gli artisti giusti, e per un artista distinguersi e spiccare.

Ciò succede anche perché capita spesso che i giovani artisti vengano “usati” da gallerie o curatori per promuovere sé stessi o sponsorizzare un messaggio…
I giovani artisti sono di moda, e non solo i giovanissimi. Questo è punto cruciale. È molto più semplice identificare ciò che è arte senza qualità da ciò che è arte di qualità, perché un cattivo prodotto è facile da riconoscere. Vi sono artisti che si riconoscono più facilmente perché fanno parte di una corrente ben specifica; ma vi sono anche artisti individuali, come per esempio Cory Arcangel, che hai nominato. Cory è un artista solitario che reinventa linguaggi. Questo è ciò che mi fa capire se uno è un grande artista: l’invenzione di una nuova lingua.

Takeshi Murata_Bernie's. CourtesyGalerieThaddaeusRopacParisSalzburg. photo CharlesDuprat - Copia

Takeshi Murata, Bernie’s. Courtesy Galerie Thaddaeus Ropac Paris Salzburg. photo Charles Duprat 
 

Chi sono gli artisti che la interessano di più attualmente? Gli artisti coi quali lavora sono quelli che preferisce?
Certo, vi sono molti artisti coi quali vorrei lavorare o dei quali stimo il lavoro ma per ovvie ragioni non mi è possibile farlo. Già lavoro con molti più artisti di quanti normalmente una galleria d’arte farebbe. Sono estremamente curioso nei confronti degli artisti. Prendiamo per esempio la mostra che fino al 15 febbraio 2014 presentavamo alla galleria di Pantin “Empire State. New York Art Now”, comprendeva venticinque artisti provenienti da New York. Sono stato contentissimo di conoscergli tutti e di parlare con loro, e sarò felice di acquistare alcune delle loro opere, o seguire i loro percorsi in futuro, anche se non sarò capace di lavorare con tutti. Normalmente in galleria cerchiamo d’introdurre un nuovo artista ogni dodici / diciotto mesi, l’ultimo che ha appena firmato e del quale vado molto fiero è Oliver Beer (che ha partecipato sia alla FIAC sia alla Biennale di Lione e che in settembre inaugurerà la sua prima personale qui a Parigi).

Dagli anni ‘80, com’è cambiato il ruolo del gallerista per lei?
È cambiato molto. Anni addietro le gallerie erano piuttosto piccole. Oggi invece lavoro con un team di sessantacinque persone. Cerco sempre di migliorare la nostra struttura organizzativa perché voglio riaffermare nel tempo l’eccellenza del nostro impegno.  Oggi il lavoro della galleria è quello di gestire carriere, negli anni ‘80 invece il gallerista seguiva l’artista nel suo atelier, collocava le singole opere una a una. Oggi gli artisti vogliono fare un percorso importante, sono molto più attenti rispetto a una volta, non vogliono solo vendere ma essere i migliori. Alcune volte si tratta anche di gestire i loro atelier, produrre o finanziare la produzione delle opere. Siamo coinvolti in molti aspetti del loro lavoro, incluse le mostre nei musei che seguono oggi una struttura completamente diversa.

Nel 1983 lei ha aperto la sua prima galleria a Salisburgo, dopo sette anni a Parigi e nel 2012 una nuova sede vicino a Parigi, a Pantin. Ci racconti della specificità della scena artistica parigina, nella quale lei ha sempre creduto.
Quando ho deciso si aprire un’altra galleria, oltre a quella di Salisburgo, ho pensato che venire a Parigi mi avrebbe permesso di raggiungere il pubblico che volevo. Quando ho dovuto scegliere dove aprire un nuovo spazio non avevo dubbi che sarebbe stato a Parigi. Tra l’altro, è in previsione quest’anno l’apertura di un’altra galleria, ma non posso ancora ufficializzare dove. Credo che Parigi sia da sempre stato il miglior ritrovo per gli artisti del XX secolo, poi ha perso un po’ di supremazia a vantaggio di New York, Londra e Berlino, ma tutt’ora è uno dei posti migliori per godere d’arte, grazie ai suoi musei e alla sua storia incredibile. Sono contento di lavorare qui, sono sempre stato accolto molto bene e con molta curiosità da parte del pubblico. In conclusione, non posso veramente spiegare perché sono qui piuttosto che altrove perché ormai Parigi è parte della mia identità.

CourtesyGalerieThaddaeusRopacParisSalzburg. photo CharlesDuprat2

Courtesy Galerie Thaddaeus Ropac Paris Salzburg. photo Charles Duprat
 

Per quanto riguarda lo spazio a Pantin, la galleria è enorme con circa 2000 mq di spazio espositivo. Nel 2012 ha organizzato un’incredibile mostra dedicata ad Anselm Kiefer e quest’anno il progetto “Disaster, the end of the days”. Quest’immenso spazio le ha dato l’opportunità di realizzare progetti su scala quasi museale, inoltre spesso si avvale di veri e propri progetti curatoriali. Che importanza ha per la galleria la specificità di questo spazio espositivo? Sembra che la missione del gallerista sia cambiata …
Sì, è vero. Vent’anni fa non avrei mai potuto immaginare ciò che siamo in grado di fare oggi. Nessuno avrebbe potuto. Sto parlando dell’intensità delle gallerie e della loro dimensione, di gallerie che lavorano oggi come musei perché hanno disponibilità economica e finanziano gli artisti. La galleria di Pantin è una delle più grandi a Parigi. Dopo la mostra di Anselm Kiefer (dove c’erano solo tre grandi dipinti) e quella di Anthony Gormley (dove era molto complesso spostare le sculture perché troppo alte), ho pensato che fosse sbagliato limitare gli artisti e che avremmo dovuto ripensare il nostro ruolo anche in termini di spazio. Abbiamo voluto uno spazio molto ampio e l’esperienza ci ha dato ragione.

In un’intervista recente a “Der Spiegel” ha detto che “oggi ci si aspetta di più dai galleristi” e che le istituzioni pubbliche cercano e hanno bisogno di queste collaborazioni perché c’è carenza di denaro. Crede che questo significhi più responsabilità da parte vostra nel definire l’identità di ciò che oggi è arte contemporanea?
Le gallerie sono sempre state il luogo dove i collezionisti trovavano l’arte e il pubblico era esiguo. Oggi ai vernissage ci sono moltissime persone, quindi possiamo dire che il nostro lavoro nel dare forma alla carriera di un artista è determinante in quanto siamo in grado d’influenzare l’opinione pubblica. Il ruolo della galleria è molto cambiato. Non possiamo permetterci di fare quello che vogliamo anche se siamo in un ambiente privato, perché oramai visto il numero di persone siamo diventati un luogo semi-pubblico. Oggi è importante pensare a come concepire o curare una mostra, come produrla professionalmente. Una volta bastava “appendere”, io appendevo sempre dipinti, ma oggi non si può più, tutti si aspettano professionalità: il pubblico, l’artista, il curatore, il critico …

Nella stessa intervista lei ha anche detto: “Non vendiamo semplicemente arte, la piazziamo”. Secondo quali criteri seleziona possibili compratori?
Abbiamo una grossa responsabilità. Oggi abbiamo o collezionisti e amanti dell’arte oppure investitori che approfittano del valore sempre crescente delle opere. Dobbiamo assicurarci di non vendere troppo agli investitori perché sono solo interessati a ri-vendere e il nostro lavoro non è quello di aiutarli a investire denaro, bensì quello di costruire collezioni. Io e i miei dipendenti siamo molto cauti, cerchiamo di non produrre investimenti al di fuori del mondo dell’arte, vogliamo vendere alle persone giuste e fortunatamente oggi possiamo anche permetterci, in molti casi, di scegliere a chi vendere, e ovviamente scegliamo i collezionisti del nostro tempo, persone che amano veramente l’arte.

COA-2009-300dpi

Cory Arcangel, Photoshop CS: 110 by 72 inches, 300 DPI, RGB, square pixels, default gradient “Spectrum”, mousedown y=6500 x=17800, mouseup y=13950 x=21450, 2010. Unique C-print 287 x 190.5 cm (113 x 75 in). Courtesy Galerie Thaddaeus Ropac, Paris/Salzburg
 

In tutti questi anni ha dimostrato un grande senso d’intuizione e anticipazione. Che consiglio darebbe a un aspirante giovane gallerista?
Prima di tutto, penso sia importante non credere a tutto ciò che si sente in giro. Per esempio oggi ci sono molte classifiche, sia in Francia sia in Germania, liste degli artisti più importanti (succede anche che le persone arrivino in galleria con la fotocopia dell’articolo). Una volta mi è capitato in Belgio che qualcuno mi abbia detto: “Ho i soldi, ho studiato arte, ho un’idea, ho una lista, credo che comincerò a vendere artisti”. Ero esterrefatto. Prima di lanciarsi in un’attività bisogna sviluppare il proprio occhio e testarlo. Non conosco molte gallerie di successo dove qualcuno di esterno seleziona gli artisti. Oggi ci sono persone giovani, ambiziose, anche professionali, ma che non hanno sviluppato sufficientemente il proprio gusto. Oggi si pensa di poter fare tutto velocemente. Invece è un lavoro duro. Non si può copiare il successo. Ogni galleria rappresenta un impegno individuale nel lavoro, nel talento, nell’essere al posto giusto al momento giusto. Non si può farla facile.

Verso quali scenari si orienta il futuro?
Le gallerie di media dimensione stanno pian piano sparendo, oggi ci sono quasi esclusivamente grandi gallerie con almeno due o tre spazi espositivi e che lavorano con numerosi dipartimenti. Non credo che nel futuro cambierà. Ma penso che ci saranno sempre giovani gallerie che troveranno nuovi artisti underground. Perché il pericolo è anche quello di disconnettersi dalla realtà: se c’è bisogno di qualcuno che trovi nuovi artisti ci sarà sempre una distanza, un intermediario. Difendo l’idea della galleria col suo spazio e le sue nuove idee, chiunque abbia talento ce la farà, perché tutto è questione di talento, passione e duro lavoro.

Giulia Bortoluzzi