Thailand Eye: la rappresentazione della storia thailandese a Londra

Manit Sriwanichpoom,  Pink Man in Paradise #2, Garuda Wisnu Kencana Cultural Park, 2003.  Lambda print on aluminium sheet, 100 x 124 cm.

Una moltitudine di opere occupano lo spazio di due grandi sale: questo lo scenario che accoglie lo spettatore al terzo piano della Saatchi Gallery di Londra dove, fino al 3 gennaio 2016, è visitabile la mostra Thailand Eye, prima grande analisi della produzione thailandese contemporanea in Regno Unito. Molteplici sono i nomi che si susseguono in un allestimento eterogeneo e decisamente non banale, gli artisti in totale sono più di venti, emergenti e affermati, tra i quali ricordiamo Manit Sriwanichpoom e Rirkrit Tiravanija. Non manca una certa varietà anche per quanto riguarda le tecniche utilizzate nella realizzazione delle opere, si spazia infatti dalla fotografia al video, dal disegno alla scultura, fino all’installazione.

Uno dei lavori più originali per materiali utilizzati e resa finale, e che catalizza immediatamente l’attenzione, è la serie di figure in pelle intagliata che compongono Kanlapapruk di Chusak Srikwan. A metà tra disegno e scultura, la grande opera sospesa al soffitto lascia volutamente una certa distanza dalla parete retrostante così da proiettare su di essa l’ombra ben definita di un grande ramo in fiore. Si tratta di un arguto riferimento alla tradizione del teatro d’ombre thailandese (i cui burattini erano realizzati proprio in pelle), visto però in una chiave del tutto ironica: l’oggetto creatore di tale ombra, infatti, è l’esatto opposto di ciò che ci si aspetterebbe da un’immagine naturalistica, essendo composto da una serie di disegni di beni di consumo artificiali, come un bancomat, un PC, un’automobile. La riflessione sul consumismo dilagante degli ultimi decenni è un tratto comune anche di altre opere presenti in mostra, seppur con esiti e intenti molto diversi tra loro. Un esempio importante di tale tema si ritrova nelle fotografie di uno dei più celebri artisti thailandesi a livello internazionale, Manit Sriwanichpoom, che con Pink Man propone la propria visione del consumismo. Il suo personaggio, vestito con un completo rosa sgargiante con tanto di carrello della spesa della stessa tonalità, è stato il protagonista assoluto delle sue opere per circa un decennio; in esse, quasi brutale risulta l’accostamento tra il soggetto e i luoghi dove le fotografie sono ambientate. L’aspetto frivolo del Pink Man, circondato da istituzioni e monumenti storici come il tempio Pura Ulun Danu Beratan risalente al diciassettesimo secolo, s’identifica con l’idea stessa di straniamento, dell’uomo perennemente fuori luogo che non riesce più a integrarsi con il contesto culturale e con le proprie radici.

Accompagnata dall’indagine di altre problematiche sociali, un’aspra critica al consumismo è rispecchiata anche nei colori vivaci dei video realizzati dalla giovane performance artist Kawita Vatanajyankur, i quali utilizzano immagini all’apparenza accattivanti ma che in realtà non fanno che seguire le regole estetiche del linguaggio pubblicitario. Contestualmente, l’artista sembra domandarsi che nuovi ruoli deve assumere il femminismo in una società sempre più digitalizzata come quella attuale. In effetti la donna è al centro di ogni lavoro: trita un blocco di ghiaccio spingendolo solo con il mento in The Ice Shaver, beve forzatamente e senza sosta da un imbuto in Poured, è trasformata in uno spremiagrumi umano nel dittico The Squeezers. I sei video in mostra sono un susseguirsi ininterrotto di azioni meccaniche, ripetitive e fisicamente provanti, mentre le pose che comunicano scomodità e dolore all’osservatore, forniscono un’analisi molto efficace del lavoro manuale e logorante compiuto quotidianamente dalle donne thailandesi. Nei video è presente anche un certo grado di violenza a simboleggiare l’assenza di una tutela verso la sfera femminile, come in The Scale, nel quale si vede l’artista che, in posizione di precario equilibrio, viene colpita da una serie di pezzi di anguria che le vengono lanciati con forza e imbrattano il suo corpo privo di difese.

Thailand Eye ha come obiettivo la rappresentazione della storia e della società thailandese attraverso i molteplici punti di vista espressi dagli artisti e dalle loro opere, tenendo però sempre presente un’attenzione particolare verso la varietà e l’innovazione dei progetti in mostra. Come in molti allestimenti che affrontano analoghe tematiche culturali e nazionali, il fattore identitario è centrale. Allo stesso tempo, però, diversità, multiculturalismo e disomogeneità sono termini da non trascurare nel discorso sul Sudest Asiatico; la regione è infatti per lo più composta da stati la cui suddivisione geografica non rispecchia le importanti differenze etniche, linguistiche, religiose e storiche che convivono all’interno dei singoli confini nazionali e che si sono formate nel corso dei secoli. Si tratta di una frammentarietà alla quale la Thailandia non fa eccezione, e che inevitabilmente si rispecchia anche nell’arte, sempre più presente sul mercato mondiale negli ultimi decenni. Per tutti questi fattori, e contro una globalizzazione sempre crescente, mantenere un’identità specifica non è un compito facile. In un saggio di diversi anni fa, il curatore Apinan Poshyananda, originario proprio della Thailandia, auspicava la realizzazione di mostre che permettessero una riflessione ancora maggiore sull’identità delle diverse realtà asiatiche e che, oltre a essere presentate a un pubblico internazionale in Europa e Stati Uniti, circolassero anche all’interno delle stesse regioni in esame. È fondamentale perciò, a questo proposito, il fatto che Thailand Eye sarà ri-allestita a Bangkok nel 2016, promuovendo anche a livello nazionale una maggiore consapevolezza del panorama artistico contemporaneo.

Federica Cavazzuti

THAILAND EYE
25 novembre 2015 – 3 gennaio 2016
Saatchi Gallery, Londra

[1] Boundaries: Rethinking Contemporary Art Exhibitions, in Art Journal, Vol. 59, No. 1 (Spring, 2000).

Kawita Vatanajyankur, The Squeezers, 2015. HD colour video, 2’35’’.

Kawita Vatanajyankur,  The Squeezers, 2015.  HD colour video, 2’35’’.

Sakarin Krue-On, Monkeys in the House, 2014. 3 imitative monkeys, desk, cabinet, books, dimensions variable.

Sakarin Krue-On, Monkeys in the House, 2014. 3 imitative monkeys, desk, cabinet, books, dimensions variable.

Kamolpan Chotivichai, Internal Monologue, 2015. C-type print and hand cut canvas, 110 x 80 x 10 cm.

Kamolpan Chotivichai, Internal Monologue, 2015. C-type print and hand cut canvas, 110 x 80 x 10 cm.

1412725

Krit Ngamsom, A Gift of Prosperity, 1009. Acrylic box, LED lighting, transparent polyester resin, 30 x 30 x 40 cm.

Rirkrit Tiravanija's Untitled 2015 (curry for the soul of the forgotten)Rirkrit Tiravanija, Untitled 2015 (curry for the soul of the forgotten)

'Blue Tank' Natee UtaritNatee Utarit, Blue Tank, 2015

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