The Hour is thin. Brian Eno in mostra a Londra

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“Ma a che cosa serve la fisica quantistica? Che cosa significa che spazio e tempo sono esattamente la stessa cosa? Che se chiedi a un tizio che ore sono, quello ti risponde sei chilometri?” Questa era, più o meno parafrasata, una battuta di Woody Allen, che nel film Anything else (2003) s’interrogava sull’idea della curvatura spazio temporale ipotizzata da Einstein. Nonostante le ironiche perplessità del personaggio interpretato da Woody Allen in quel film, quella teoria, come è noto, ha recentemente trovato un concreto riscontro scientifico. Tuttavia la domanda resta aperta. A cosa mi serve sapere che spazio e tempo sono la stessa cosa?

La stessa domanda, ma con esiti completamente diversi, sembra essersela posta Brian Eno. Il tema del rapporto tra spazio, colore e visione, e tempo, è infatti al centro di alcuni suoi recentissimi progetti. Lo scorso 29 aprile 2016, mentre in tutto il mondo usciva l’ultimo album The Ship (dove, tra le altre cose, siamo avvisati del fatto che, forse non ce ne siamo accorti, ma il web è morto ieri), Brian Eno inaugurava a Londra, presso la Paul Stolper Gallery, una mostra di opere d’arte visiva dall’eloquente titolo Light Music. Il progetto della mostra non s’identifica con quello del disco, eppure lo spirito che anima i due lavori è lo stesso. Ciò che muove quello musicale tanto quanto quello visivo è una ricerca artistica sofisticata e finissima, come sempre accade per Eno, la cui poetica ha molto a che fare, ironia a parte, con il tema della relatività di spazio e tempo e il loro sovrapporsi. Come molti sanno, Brian Eno non è nuovo a esperimenti e produzioni nel settore delle arti visive. In tempi recenti la ricerca di Eno in ambito visivo si è rivolta ad esempio, tra le altre cose, a progetti da destinarsi ai pazienti e allo staff degli ospedali di Londra. Le opere in questo caso sono studiate appositamente per indurre uno stato di concentrazione e rilassamento mentale. Colori e musiche sono pensate per avere un effetto sullo stato psicofisico delle persone. Ma, più in generale, per quanto riguarda le visual arts, la carriera espositiva di Eno prende le mosse già negli anni settanta, per proseguire con sperimentazioni nell’ambito della pittura generativa in voga negli anni ottanta e approdare fino a oggi a nuove ricerche ed esperienze sempre rivolte a indagare l’esistenza di un punto d’incontro tra musica e pittura.

Fin dal principio, è la luce per Brian Eno il filo conduttore che dà vita al lavoro visivo. Tra le opere recenti, un esempio da ricordare fra tutti in questa direzione, è lo spettacolare progetto di Light Art per l’Opera House di Sidney nel 2009. Tuttavia il lavoro di Brian Eno non può essere semplicemente archiviato nella seppur nobilissima categoria delle light art. Nel suo caso varrebbe certo la pena di citare le ricerche in ambito neuroscientifico per quanto riguarda la percezione di suoni e colori e i loro effetti sul cervello. Tuttavia la visione di Eno, va ancora oltre anche questo tipo di lettura. Il suo lavoro, come artista visivo e musicista, sembra piuttosto riconducibile a un’altra tradizione, molto più legata a una dimensione marcatamente umanistica, che before and after science, affonda le proprie radici nelle avanguardie artistiche novecentesche. Esempio di questo tipo di ricerca sono le opere esposte presso la Paul Stolper Gallery di Londra. La mostra si compone di sei light boxes creati con una particolare tecnica che unisce lenticolari, pittura digitale e musica. I light boxes si configurano come un insieme di colori che scivolano l’uno nell’altro, wave after wave after wave [i], dando vita sempre di nuovo a unità compositive differenti. Ogni volta, al movimento lento e quasi impercettibile del colore, si unisce una composizione musicale diversa, creata ad hoc. Qui si sente forte il sapore della tradizione avanguardista russa, dagli studi su colore e musica di Kandinskji fino, soprattutto, alla poesia di Rotchko, ma anche alla purezza ed essenzialità compositive di Mondrian (al quale, tra l’altro, Brian Eno ha dichiarato più volte di essere particolarmente affezionato fin dall’infanzia).

Ma oltre i rimandi alla storia dell’arte, appare subito evidente come musica e arte visiva, lungi dal generare un’unione meramente didascalica, dal punto di vista di Eno si collocano sullo stesso piano. E il mezzo di comunicazione, per dire così, tra di esse è, appunto, la luce. Non si tratta quindi di alienare musica e pittura in un dialogo costruito a priori, ma di lasciare che si generino a vicenda, in un continuo rimandare l’una all’altra, fino a dare vita a qualcosa di nuovo, che sta al di là tanto dell’una, quanto dell’altra. Così procedendo, Brian Eno individua nel tempo il minimo comune denominatore a cui l’arte visiva e la musica possono essere ricondotte. Se il tempo, come voleva Aristotele, è il numero del movimento, allora la musica si distingue dalla pittura per due elementi: il primo è il suo svolgersi temporale, il secondo, a questo connesso, è la dimensione narrativa o drammatica, che la musica condivide con il video (che sia cinema o video arte). In una prospettiva aristotelica (ed euclidea) la pittura invece ha come sua peculiare caratteristica l’immobilità. La teoria estetica che sottende il lavoro di Brian Eno è da trovarsi qui. Nei suoi lavori la musica viene rallentata fino a quasi raggiungere l’immobilità della pittura, mentre questa è mossa assieme, quasi magicamente, all’elemento temporale. Così, nel punto intermedio tra musica e pittura, in quel centro che sfugge sempre allo strutturarsi delle composizione, ecco che avviene la magia. In modo incantevole, certo inatteso, musica e pittura s’incontrano. O meglio, tra loro avviene una fusione, qualcosa di più di una copula, un letterale, ritmico scivolare dell’una nell’altra. Essendo così create, le opere visive di Eno, proprio come la sua musica, sembrano costruite apposta per generare un comportamento meditativo da parte di chi si pone in ascolto, verrebbe da dire, dei suoi quadri, o alternativamente, permetta alla propria immaginazione di seguire visivamente la sua musica.

In questa dialettica tra stasi e movimento, l’altalena tra la dimensione temporale e quella visiva è al contempo esaltata e risolta in un continuum spazio-temporale. Dalla sala di uno spazio espositivo eccoci proiettati in ben altro tipo di spazio. L’arte allarga i suoi confini, chiama la luce, si sposa con la musica, l’opera diventa la loro compagine, il luogo di un incontro in cui siamo trascinati anche noi. Che ci accorgiamo di essere presenti, coinvolti, ma non siamo noi i protagonisti. Tutto questo non può non far venire in mente le onde gravitazionali di Einstein. Dove tempo e spazio sono la stessa cosa e né l’uno, né l’altro sono necessariamente lineari. The Universe is required. Please notify the sun [ii].

[i] Da The Ship, Brian Eno, album omonimo 2016
[ii] Da Fickle Sun II, Brian Eno, The Ship 2016

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At Paul Stolper Gallery, Brian Eno, Light Music

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At Paul Stolper Gallery, Brian Eno, Light Music

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At Paul Stolper Gallery, Brian Eno, Light Music

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At Paul Stolper Gallery, Brian Eno, Light Music

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At Paul Stolper Gallery, Brian Eno, Light Music

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At Paul Stolper Gallery, Brian Eno, Light Music

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