TPA – Torino Performance Art

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Per una maggiore divulgazione – a livello didattico e creativo – della performance art, la seconda edizione del Festival ha presentato una serie di esperienze italiane e internazionali nelle più disparate declinazioni estetiche, socio-relazionali, interattive e documentarie…

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Ilaria Caruso, 3’15”, frame from video, courtesy Guido Salvini
 

La seconda edizione del TPA – Torino Performance Art si è avvalsa dell’ottima curatela di Manuela Macco, direttrice del festival e referente per la selezione delle azioni live, e di Guido Salvini per la sezione video. La manifestazione, totalmente autofinanziata, che si è svolta negli spazi dell’Accademia Albertina e di Green Box, è stata dedicata alla promozione e alla diffusione della Performance Art contemporanea italiana e internazionale, nelle sue pratiche più sperimentali e indipendenti e nelle più disparate declinazioni: estetiche, socio-relazionali, interattive, documentarie. In questo senso, la necessaria e conseguente indagine nei confronti della comunità di artisti dediti a questa forma di espressione ha felicemente agevolato la partecipazione di un pubblico variegato e curioso. Il nucleo organizzativo ha collaborato, per il secondo anno, con l’Accademia Albertina di Belle Arti e in particolare con il progetto Between, curato dai docenti Monica Saccomandi e Gianfranco Costagliola. Pianificazione scenografica e confronto attivo con spazio, territorio e paesaggio sono state le radici pretestuali per l’analisi di un rapporto dialettico con i concetti di trasformazione e cambiamento, attraverso soluzioni di work in progress. Dal punto di vista delle azioni dal vivo, la direzione proposta è apparsa come un’indicazione d’indagine sulla conoscenza del corpo dell’altro, sulla presa di coscienza di distanze, consuetudini sociali, limiti e argini conoscitivi e attitudinali. L’iniziativa mirava esplicitamente a una maggiore divulgazione della pratica della performing art nel percorso formativo dell’Accademia, prevedendo la presentazione, all’interno della rassegna, delle performance elaborate dagli studenti durante il workshop condotto da Manuela Macco nel mese di aprile.

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Marc Giloux, Christian Stein, photo by Guido Salvini
 

La presentazione ufficiale è stata accompagnata dalla distribuzione di un testo del performer Marc Giloux, una sorta di pamphlet teorico che insiste sul carattere liberatorio della performance art come risposta alla necessità di classificare ed etichettare, da parte del sistema contemporaneo, ogni esercizio estetico radicale, nato da esigenze autentiche. La mostra tradizionale servirebbe soltanto alla sterile consacrazione dell’opera e alla successiva mercificazione della stessa. L’artista e teorico francese ha presentato le proprie modalità di assemblage scenico di voce, testi e musiche per spazi pubblici, che ha avuto successivamente modo di proporre durante il festival con la bizzarra azione intitolata Christian Stein. Per la sezione live, l’intervento Zeitgist – la cerimonia del mondo di Roberto Rossini ha esplorato dinamicamente ambiti filosofici e storici, nell’originale e immediata frequentazione delle tipicità stilistiche dell’arte performativa. L’azione prevedeva la creazione di un cerchio e lo svolgimento di determinati gesti rituali, archetipici e simbolici, durante i quali misura e invenzione, progetto ed estemporaneità si sono fusi in un elegante equilibrio. Andres Galeano, dalla Spagna, con iPerf 1.0.1, ha proposto una performance informatica quasi interamente realizzata in cloud, con l’ausilio di computer e proiettore. L’artista ha svolto una serie di ricognizioni on line su motore di ricerca, visionando immagini correlate alle parole di presentazione della propria azione. Successivamente, entrato in scena di fronte agli spettatori, ha platealmente indicato per pochi minuti il pubblico di fronte a lui. Un video è partito automaticamente, mostrando una serie d’interventi condivisibili su YouTube: semplici gesti che interrogano la zona di confine tra corporeità e realtà virtuale.

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Roberto Rossini, Zeitgeist – la cerimonia del mondo, photo by Guido Salvini
 

Neno Belchev, dalla Bulgaria, durante Immigration in Suitcase, ha proiettato se stesso al pubblico, in una sala oscurata, dopo essersi rinchiuso in un baule con telecamera accesa: per una messa in discussione dell’esaurimento dei contenuti estetici e della possibilità di condivisione globale di esperienze sensibili. Il duo Arri versus Ceccarelli ha esplorato, con la performance ½, il valore dell’abbraccio: avvicinamento, confidenza, invadenza e violenza. La stessa Francesca Arri ha presentato un video, nella sede dell’Accademia, sull’ambivalenza narcisistica e depressiva del rapporto con le proprie sembianze. Con The Science of Performance, Erica Fortunato e Linda Rigotti mettono in rapporto le rispettive identità artistiche, per analizzare due aspetti di una medesima personalità: la funzione logico-razionale e le capacità intuitive e olistiche. Il tentativo è quello di riportare la performing art nel campo delle arti visive, in modo da sfruttarne limiti e potenzialità, per poter lavorare su una tradizione e scavalcare confini e convenzioni. Chiara Curinga ha esplorato i confini tra produzione creativa individuale e fruizione, in un abile gioco  di  intuizioni percettive e valori della comunicazione mass-mediale.

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Sara Pathirane, Troposcapes, frame from video, courtesy Guido Salvini
 

Nella sezione video, da segnalare Troposcapes di Sara Pathirane, dalla Finlanda: due azioni riprese e riproposte in loop sulle sofferte realtà della reclusione e degli ospedali psichiatrici. Punti di Vista di Maya Quattropani s’ispira alle esplorazioni percettive di immagini complesse svolte dallo psicologo russo A. L. Yarbus. Ilaria Caruso propone il video di un’azione performativa svolta in uno spazio limitato, per ricreare le condizioni di un ritorno a uno stadio esistenziale originario.
Il duo cinese Chun Hua-Catherine-Dong con Seven Idiomatic Pieces inscena un lavoro metalinguistico di destrutturazione di espressioni idiomatiche, attraverso azioni che mimano letterariamente i giochi di parole che le compongono. Judy Radul’s 25 Entrances and Exits di Brianna MacLennan esplora il ruolo della documentazione nella storia della performance art, rimodulando una performance svolta dall’artista Judy Radul nel 1998. Di quell’azione rimangono oggi soltanto una partitura, una fotografia e una dichiarazione concettuale. Brianna, partendo da queste minime informazioni, ha scritto ed eseguito le ventiquattro parti mancanti.

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Neno Belchev, Immigration in Suitcase, photo by Guido Salvini
 
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Ivan Fassio (Asti, 1979), scrittore, performer, critico d'arte, curatore, organizzatore di manifestazioni letterarie. Il suo primo libro, "Fuori fuoco", è stato pubblicato per le Edizioni Smasher con una prefazione di Ezio Gribaudo. Ha ideato, insieme al compositore Diego Razza, la performance d'interazione poeticomusicale "Mystic Gallery Show". Cura, insieme a Fabrizio Bonci, la rassegna multidisciplinare "Oblom Poesia".

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