Tracing Coordinates

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È in chiusura presso gli spazi espositivi di Palazzo Malipiero a Venezia la mostra Tracing Coordinates, realizzata a cura di Elena Squizzato in collaborazione con il Centro Espositivo Sloveno A plus A.
L’evento ha aperto la stagione artistica 2013 di No Title Gallery, piattaforma virtuale per la giovane arte contemporanea sorta da un’idea di Elena Picchiolutto e Francesco Liggieri, e collaudata, a oggi, da una serie di mostre e collaborazioni di prim’ordine in ambito veneto, con un occhio di riguardo a Venezia, base operativa dell’intero progetto.

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Tracing Coordinates
 

Nello specifico di Tracing Coordinates, domina, tra gli intenti della curatrice, la volontà di creare nuove trame spazio-temporali su cui far riflettere il pubblico attraverso operazioni e interventi artistici che ricontestualizzano, in modo autonomo e del tutto arbitrario, essenza e criteri operativi delle coordinate cui dipendiamo: sovvertire la condizione originaria di ‘spazio’ e ‘tempo’, analizzare le relazioni di rinvio tra la realtà e le sue diverse codificazioni, evidenziare corrispondenze di classi o, al contrario, divari di forma e genere sono i capisaldi, nelle parole di Squizzato, cui far riferimento per un nuovo atto di mappatura, impostato a partire dai concetti stessi di ‘coordinata’ e ‘percorso’.
Appare mirata, in tal senso, la scelta stessa degli artisti – tre in tutto – essendo le espressività messe in gioco sorrette da premesse teoriche che richiamano ogni ambito del sociale, dalla politica alla storia, dalla filosofia all’attuale sistema economico.

Christian Palazzo

Christian Palazzo, Zona Continua, 2013 © Christian Palazzo
 

Christian Palazzo, solito a operazioni di tipo installativo, occupa la prima stanza della galleria con un intervento invasivo dall’effetto straniante: una progressione continua di stampe recuperate da un’unica fotografia di inizio novecento – il soggetto potrebbe essere uno qualsiasi – tappezza le quattro pareti della sala, al cui centro troneggia una lastra di piccolo formato, stampata a solvente con una sezione di ‘Infinito cromatico’. Apparentemente disgiunte tra loro, le riproduzioni a muro e l’immagine sul piedistallo rappresentano in realtà i due estremi di un unico procedimento di pensiero: la lastra fotografica altro non sarebbe che la matrice stessa cui provengono le immagini a parete, la cui moltiplicazione evidenzia, in una sorta di eterno presente, un preciso momento della Storia colto nella sua concretezza. Sottratto da coordinate di spazio e tempo l’episodio subisce, in seconda battuta, una negazione della propria autenticità storica: il passaggio all’infinito cromatico declina infatti convenzioni temporali (passato e futuro) a favore di un perenne hic et nunc cui corrisponde idealmente ognuna della sfumature del  percorso tonale.
Per il duo berlinese Kindergarten – seconda sala espositiva – si ripresenta un analogo scarto di ordine concettuale, ma l’opera in questione inscena una sorta di parodia immaginativa (e sovversiva) che azzera la mistica sacrale cristiana per parificarne usi e costumi a quelli di un quanto mai ordinario e volgare processo di mercificazione di massa.

Kindergarten Duo

Kindergarten, L’ultima tentazione di Cristo, 2013 © Christian Palazzo
 

Ostie come patatine in sacchetto, ripartite in distributori automatici e pur efficaci – a quanto pare dall’espressione mistica della giovane suora nella foto, in procinto al sacramento della Comunione – per un pio ricongiungimento con il Padre dei Cieli.
Giocata entro coordinate e slittamenti interpretativi di ordine metaforico, l’operazione dei Kindergarten, notevole da un punto di vista sociologico, si fa riflesso di una contestazione e di un’insofferenza religiose quanto mai attuali, evidenziando un’ormai incontrollabile bulimia di sistema cui neppure la Chiesa pare essere esente.
L’ultima sala della mostra è dedicata ai lavori di Giulia Andreani, parigina d’adozione, dedita da tempo al monocromo pittorico, che per l’occasione espone una serie di dipinti incentrati sul valore storico dei generi – si legga coordinate – maschile e femminile, legati a un percorso storico di guerra armata già indagato dall’artista in lavori di poco precedenti. Andreani si focalizza in particolar modo sul fenomeno di emancipazione femminile entro l’ambito bellico, evidenziando come il bilanciamento dei generi sia di fatto avvenuto sulla falsa riga del mito del combattente armato, pertanto a discapito di una parificazione sociale reale ed equa.
Tra dogmi e paradossi la mostra rivela, nel suo complesso, un percorso narrativo dai tratti potentemente suggestivi, risolti entro un pluralismo estetico capace di generare nell’occhio di chi guarda interrogativi e quesiti circa valori primari per la cui salvaguardia siamo tutti chiamati a intervenire.

Giulia Andreani

Giulia Andreani, Resistenti, 2013 © Christian Palazzo
 

Elisabetta Vanzelli

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