Forme di potere e oggetti tencologici alla Serpentine Gallery, Londra

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Questo inverno il centro dell’attenzione alla Serpentine Gallery gravita intorno all’oggetto tecnologico in quanto medium polimorfo del contemporaneo. Due mostre molto differenti si confrontano innervando il divenire: Transience e Products for Organising. Nella prima recenti dipinti dell’inglese Michael Craig-Martin; la seconda invece è il primo solo show in Inghilterra del trentatreenne neozelandese Simon Denny. I due artisti si interrogano sugli effetti della tecnologia sulla conoscenza attuale, indagando le ramificazioni delle forme sulle architetture e gli affetti. In Transience Michael Craig-Martin si concentra sulla velocità, evento che intacca il processo trasformativo del sé, nell’esperienza quotidiana. L’altra voce, Simon Denny,  le logiche della tecnologia attraverso la costruzione d’installazioni verso due diverse direzioni: da un lato il giovane neozelandese svela la natura e gli sviluppi della cultura hacker; dall’altro mappa le strutture (e di riflesso le sovrastrutture concettuali) di alcune agenzie governative che hanno a che fare con la produzione di tecnologie.

Transience trova le sue radici in tradizioni provenienti dai cosiddetti ‘media studies’ ispirandosi a Marshall McLuhan. L’artista più che rappresentare semplicememente il prodotto di una specifica civiltà, sceglie l’oggetto tecnologico per comprendere i cambiamenti che influiscono nello sviluppo sociale, e in particolare su come l’abitudine determini i sitemi di pensiero e le scale di valore (1964). In questo suo ultimo ensemble di lavori l’artista cerca di catturare i cambiamenti sulla tela attraverso la rappresentazione di oggetti analogici e digitali presenti sulla scena dal 1981 a oggi. Questa ricerca che vede la volontà dell’artista di gestire e rappresentare la relazione liminale tra forma e funzione è presente nel suo percorso tanto in oggetti comuni quanto nell’arte concettuale fin dagli anni 70. Tuttavia è in questo movimento di stile critico tra il mero uso dell’oggetto tecnologico e la sua rappresentazione, che il messaggio rischia di perdersi. Ridotta a schermi piatti e luci brillanti (come esemplificati dallo stile minimalista e i colori accesi delle opere di Michael Craig), la riflessione sulla tecnologia digitale appare livellata su problematicizzazioni di stampo conservatore, rinunciando a percorrere inedite prospettive come gli effetti dei processi computazionali e ideologici interni di tali invisibili architetture sui processi sulla società. È di queste questioni che si sente la mancanza nell’opera di Craig. L’analisi dell’artista inglese infatti sembra dissolvere le critiche riguardanti le nuove profondità costituite dall’interazione fra uomo e computer (HCI), riguardanti le complesse strutture algoritmiche che definiscono i vari livelli sui quali è costituito il software. Nonostante venga posto un punto descrivendo il movimento della lampadina da centro pivotale della società a mero prodotto di storia del design, nel comprendere il suo divenire obsoleto l’esibizione sembra mancare i nodi del discorso dei nuovi tipi di realtà multidimensionale permessi e prodotti dal digitale.

Un’analisi diversa della relazione tra processi di individuazione e tecnologie contemporanee la riscontriamo nelle istallazioni di Simon Denny: Products for Organising. L’attenzione è rivolta a tematiche riguardanti: governabilità, capitalismo neo-liberale e hacking ethos. Invece che rappresentare gli oggetti in quanto incarnazione di processi d’individuazione e soggetivizzazione piatti e volatili, il giovane neozelandese li utilizza per mappare il sistema in cui si configura sia il mondo occidentale (e occidentalizzato) contemporaneo. Denny disseziona la natura relazionale e operativa delle strategie di potere in atto e sovrapponendo visivamente i modelli aziendali alle strutture architettoniche di compagnie di produzione tecnologica (Apple ad esempio) e dei quartieri generali di agenzie di comunicazione governative. Le istituzioni prese in considerazione dall’artista sono infatti riconosciute come quei centri di potere in cui è presente lo sviluppo di dinamiche epistemologiche al centro della costituzione del soggetto. Attraverso l’individuazione del nesso tra i modelli dei suddetti gruppi, i loro valori interni e le piante architettoniche delle loro sedi, Denny esplicita visivamente uno degli aspetti fondamentali dell’individualità umana e post-umana: il suo costante divenire in relazione all’Altro. Altro umano, ma anche e soprattutto non-umano, l’assoluto Altro tecnologico digitale contemporaneo. È attraverso l’oggetto tecnico difatti che l’umano diviene soggetto etico. Un altro concetto diretto a una maggiore comprensione del divenire post-umano rappresentato in questa mostra “minore” è poi quello sulle strutture; si può infatti rivedere un movimento dal riconoscimento delle strutture alla base della creazione di conoscenza in quanto mappe piatte e fisse, verso invece modelli rizomatici aperti e più vicini alle architetture algoritmiche presenti nel software. Questa nuova stagione alla Serpentine, apre l’intenzione a comprendere il soggetto occidentale nel suo essere tecnologico come fonte performativa che scardina tradizionali dualisimi, come risultati di strategie di potere messe in atto dalle tendenze neo-liberali degli anni ’80. È così che il potenziale dell’intersezione tra macchina e umano è al centro dell’attenzione come etica inedita.

Mario Galeano

Simon Denny; Products for Organising; Installation View; Serpentine Sackler Gallery; 2015

Simon Denny; Products for Organising; Installation View; Serpentine Sackler Gallery; 2015

Simon Denny; Products for Organising; Installation View; Serpentine Sackler Gallery; 2015

Michael Craig-Martin; Transience; Untitled; Acrylic on Aluminium; Serpentine Gallery; 2015 

Simon Denny; Products for Organising; Installation View; Serpentine Sackler Gallery; 2015

Simon Denny; Products for Organising; Installation View; Serpentine Sackler Gallery; 2015

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Michael Craig-Martin; Transience; Untitled (lightbulb); Acrylic on Aluminium; Serpentine Gallery; 2015 
 

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