Treti Galaxie

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La ventitreesima edizione di Artissima è riuscita a raggiungere, anche quest’anno, la soglia dei 50 mila visitatori con 193 gallerie (di cui il 65 per cento straniere), 34 paesi coinvolti e un gran numero di curatori e direttori museali provenienti da tutto il mondo. Per non parlare della moltitudine, difficilmente calcolabile, di eventi collaterali che, in pochi giorni, è riuscita a radunare un gremito pubblico internazionale: basti pensare alle 45.000 presenze del Club to Club International Music Festival.

Poi c’è stato Treti Galaxie, il collettivo composto da Ramona Ponzini, Matteo Mottin e Sandro Mori, che, con la collaborazione del Museo Nazionale del Cinema di Torino, ha presentato I, la mostra personale di Alvaro Urbano allestita all’interno della Mole Antonelliana e destinata a un unico spettatore, scelto, in maniera casuale, attraverso l’estrazione di un biglietto dorato. Abbiamo fatto qualche domanda a Martina Morazzi, unica visitatrice della mostra, per provare, schiavi del presenzialismo, ad assistere anche noi a quest’evento che ci siamo persi.

Martina, ti va di raccontarci brevemente come è stato salire fino in cima alla Mole Antonelliana? Quali erano le tue aspettative? Ma sopratutto se queste possono dirsi soddisfatte?
In realtà non mi ero creata particolari aspettative, perché non avrei mai pensato di essere io la fortunata che avrebbe trovato il biglietto dorato e non volevo rimanerci male. Il non avere aspettative è meraviglioso, perché tutto diventa una sorpresa e anche in quest’occasione è stato così. Dalla scoperta della Mole, nelle sue parti più segrete, agli affascinanti aneddoti raccontati dal nostro accompagnatore, fino al pianerottolo d’arrivo, o meglio, punto di partenza dell’installazione di Alvaro, che si estendeva lungo tutta l’altezza della guglia.

Quanto è stato importante per te, entrare in contatto con l’installazione da sola?
Moltissimo. È stata l’ultima esperienza a Torino prima di rientrare nella mia casa di Milano ed è stato come respirare una boccata d’aria; allontanarmi da tutto e da tutti per vivere qualcosa di unico, riuscendo a convogliare l’attenzione su un’unica installazione, soprattutto dopo quattro giorni passati nel caos di inaugurazioni, eventi, artisti, opere, opere e ancora opere.

Se ti chiedessi di associare questa esperienza a un romanzo o a un racconto che da bambina, o anche in tempi più recenti, ti ha coinvolto nella stessa maniera a cosa penseresti?
Hai visto El laberinto del fauno di Guillermo del Toro? Se non l’hai visto, te lo consiglio vivamente. È un film che adoro, molto complesso dal punto di vista simbolico e pieno di riferimenti esoterici, già questo rende impossibile non collegarlo alla Mole Antonelliana e a Torino. Nella pellicola viene poi citata, in maniera molto sottile, anche Alice nel paese delle meraviglie e di nuovo, come non collegare la caduta nel pozzo di Alice alla spirale della guglia? “Giù, giù, sempre più giù. Sarebbe mai finita quella caduta? «Mi domando quante miglia avrò percorso, a quest’ora!» disse forte. «Secondo me mi sto avvicinando al centro della terra.»”. Ma ciò che più di ogni altra cosa mi ha ricordato El laberinto del fauno è stato sentirmi come se mi avessero donato gli occhi dell’Uomo Pallido, che “vede con le mani, ciò che può toccare”. Tutti ora possono vedere online le foto dell’installazione, ma nessuno l’ha toccata, respirata. Mi sento come Ofelia e ora, che è tutto finito, I rimane la mia radice di mandragora nascosta sotto al letto.

Bene, molto bene. Pensi di continuare a seguire il lavoro di Alvaro e più nello specifico il suo progetto My Boy, with Such Boots we may Hope to Travel Far?
Assolutamente si, apprezzo Alvaro come artista, mi piace la sua ricerca e il suo lavoro. Nello specifico, per quanto riguarda My Boy, with Such Boots we may Hope to Travel Far, non posso non sentirmi coinvolta in prima persona, seppur in piccola parte, nel progetto globale.

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Alvaro Urbano, I, 2016, selection process of the sole spectator, Museo Nazionale del Cinema di Torino, courtesy of Treti Galaxie, photo: Delfino Sisto Legnani

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Alvaro Urbano, I, 2016, Installation view, Mole Antonelliana, courtesy of Treti Galaxi e, photo: Delfino Sisto Legnani

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Alvaro Urbano, I, 2016, Installation view, Mole Antonelliana, courtesy of Treti Galaxi e, photo: Delfino Sisto Legnani

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Alvaro Urbano, I, 2016, Installation view, Mole Antonelliana, courtesy of Treti Galaxi e, photo: Delfino Sisto Legnani

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Alberta Romano

Alberta Romano (Pescara, 1991) è laureata in Storia dell'Arte all'Università di Roma la Sapienza e in Pratiche Curatoriali presso l'Accademia di Belle Arti di Brera. Vive a Milano dove lavora come curatrice stabile per t-space, social-media manager di Artshell e contributor per Juliet Art Magazine. E' tra gli studenti di CAMPO16, il master curatoriale della Fondazione Sandretto Re Rebaudengo e ha precedentemente collaborato come assistente per la Galleria Chert di Berlino, per Claudio Guenzani e per Viafarini DOCVA a Milano.

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