Il “Turner Prize” 2016 torna a Londra

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Il 2016 ha visto il ritorno alla Tate Britain del “Turner Prize”, il prestigioso contest che sceglie il miglior artista under 50 operante nel Regno Unito. I quattro finalisti sono gli indicatori dell’estetica attuale e delle tendenze di mercato. Il percorso espositivo, che presenta fino al 2 gennaio 2017 le personali di Michael Dean, Anthea Hamilton, Helen Marten, Josephine Pryde, è equilibrato tra valore dei contenuti e qualità artistica, evidenziando una familiarità di linguaggi manifestata nella tensione citazionista e nel prelievo dalla sfera del quotidiano.

In un unico vano luminoso, total white, Michael Dean ha collocato le sue sculture che hanno origine nella parola e nella scrittura e ricreano un ambiente abitato da presenze materiche, monoliti verticali, orizzontali, massicci o fragili, le cui parti spesso richiamano il corpo umano: lingue, occhi e calchi di mani chiuse che generano una visione straniante. La stanza abbagliante esibisce, senza filtri, scarti di spazzatura, di lamiera fatiscente o compensato, accanto a installazioni umanoidi che si appoggiano, si contorcono, ondeggiano in un teatro di gesti primordiali e congelati. Al centro della sala una grande duna ramata di 20.436 sterline da un centesimo, reddito minimo riconosciuto dal governo inglese per una coppia con due figli. L’artista ha rimosso una moneta, trascinando simbolicamente la famiglia al di sotto della soglia di povertà, e ha messo in scena un universo popolato da figure primitive divenute monumenti alla nuda vita.

Anthea Hamilton ha riallestito parte della personale allo SculptureCenter di New York per la quale è stata candidata. Su un lato le pareti sono rivestite di carta da parati finto mattone da cui pende un abito maschile jacquard che nel tessuto riproduce mimeticamente il fondale mattonato; a terra un piedistallo regge un paio di stivali infestati da muffe e decorati da catene sadomaso. Il tutto fa da cornice all’imponenza ironica di un gigante e dorato fondoschiena allargato da due mani (divenuto simbolo mediatico dell’intera mostra), remake a grandezza naturale di un progetto (mai realizzato) dell’architetto e designer italiano Gaetano Pesce per la porta di un condominio di lusso a Park Avenue. Lo scenario magrittiano e insieme pop continua nell’altra metà dell’ambiente ricoperto da wallpaper replicanti un cielo d’estate con nuvole passeggere. L’atmosfera di pace è rotta da cinque cinture di castità in perspex e metallo sospese come altalene di tortura e impensabili contenitori di corpi.

Gli enigmi poetici di Helen Marten – la cui identità è stata ben rappresentata da una produzione significativa esposta da settembre a novembre presso la Serpentine Sackler Gallery di Londra; vincitrice della prima edizione del Premio Scultura “Hepworth” – appaiono come porzioni del reale ripensate e ricomposte secondo logiche non finite, portatrici di legami e sensi altri. I suoi assemblaggi polimaterici di cose ordinarie sono carichi di riferimenti al passato e al presente, reperti di archeologia contemporanea che danno vita a storie e idee nuove con una potenza che sembra contrastare l’odierno dominio degli schermi piatti. Uno spettacolo vitale si snoda tra pareti angolate che dividono lo spazio; la dimensione più lunga ha un’apertura bassa con un piano su cui giace la metà inferiore di un corpo circondato da moltissimi oggetti, quasi un corredo che accompagna il faraone nell’aldilà, o una sorta di barella stracolma di una natura morta dalla concatenazione esasperata e accattivante.

Josephine Pryde approfondisce l’origine della creazione e visualizzazione delle immagini, sia attraverso un’antica tecnica fotografica di stesura prolungata al sole, con cui imprime particolari di vissuti domestici su piani di legno, sia con un reportage a colori focalizzato sulla fusione tra mani femminili (di giovani e anziane) e libri, frammenti di legno, sigarette, tablet, lampade… Sembrano pubblicità, o archivi fotografici, realizzati per mezzo di un lessico rudimentale di gesti composti in una sala dominata al centro dal modellino in scala di una locomotiva, ferma su binario morto, diretta verso il nulla.

Questa edizione del “Turner Prize” (la 32esima), quasi tutta al femminile, è forse tra le più trasgressive e sconcertanti della sua storia: opere impure, porose, piene di curiosità e fantasia, che raccontano storie ibride e senza tempo. La giuria – composta da Alex Farquharson (direttore della Tate Britain) in qualità di presidente, Michelle Cotton (direttrice del Bonner Kunstverein di Bonn), Tamsin Dillon (curatrice), Beatrix Ruf (direttrice dello Stedelijk Museum di Amsterdam), Simon Wallis (direttore del Museo di Arte Moderna e Contemporanea “The Hepworth” di Wakefield) – ha assegnato il premio di 25.000 sterline a Helen Marten.

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Helen Marten, Eucalyptus, Let Us In, 2015. Courtesy l’Artista, Sadie Coles HQ Gallery e Greene Naftali Gallery

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Anthea Hamilton, vista dell’installazione al “Turner Prize” 2016. Courtesy l’Artista e Tate Britain; Joe Humphrys © Tate photography

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Josephine Pryde, “New Media Express in a Temporary Siding (Baby Wants To Ride)” (particolare), 2015. Courtesy l’Artista e Tate Britain. Joe Humphrys © Tate Photography

Michael Dean, particolare da “Sic Glyphs” 2016. Courtesy l’Artista e gallerie South London, Londra; Herald St, Londra; Mendes Wood DM, San Paolo; Supportico Lopez, Berlino. Joe Humphrys © Tate Photography

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Loretta Morelli

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