Tutto ciò che so. Intervista a Mariagrazia Pontorno

Mariagrazia Pontorno, Il cedro dei cieli, 2014. Still da videoanimazione 3d.Courtesy dell’artista e Galleria Passaggi, Pisa

Mariagrazia Pontorno, giovane artista catanese, è protagonista fino al 17 gennaio 2015 della mostra Tutto ciò che so, in vista presso la galleria Passaggi di Pisa. Particolarmente sensibile al rapporto tra arte, natura e tecnologia, l’artista ha realizzato una serie di opere ispirate alla storia dell’Orto Botanico di Pisa, il più antico orto botanico universitario del mondo. La stratificazione di eventi storici, come nei precedenti lavori dell’artista, è ancora una volta pretesto per raccordare tradizione e contemporaneità, cultura analogica e digitale, movimenti interiori e forme del pathos.

Tutto ciò che so è il titolo della mostra che è attualmente in vista alla Galleria Passaggi, di Pisa. Qual è il sapere di Mariagrazia Pontorno e come si definisce? Interessata ai rapporti tra arte e tecnologia, come definiresti l’attendibilità di una conoscenza, soprattutto quando questa proviene da una dimensione non necessariamente palpabile?
Ogni opera mi porta, infine, a tutto ciò che so. È la summa di esperienze, conoscenze, studi, percorsi, la vita insomma. Ho grande rispetto per la scienza e la tecnologia, e le vedo belle oltre che utili. Sono il risultato dell’umanità dell’uomo, del suo sguardo coraggioso verso l’esistenza. L’attendibilità di una conoscenza la collego solo al metodo sperimentale, e ancora prima all’intuizione che ha spinto lo scienziato a indagare ed esplorare una via piuttosto che un’altra, ma che deve essere verificata per diventare scienza, altrimenti è pseudoscienza, a volte metafisica, nella migliore delle ipotesi arte. I due territori, quelli dell’arte e della scienza, hanno forse un’origine comune, osservare da punti di vista inediti il mondo, ma a parte questa vivace curiosità non mi piace associarle, semmai confrontarle, altrimenti c’è il rischio di far scadere entrambe. Nulla di rigido, freddo e limitato: anzi, un continuo senso di vertigine di fronte al mistero dell’Universo, e al fascino esercitato dagli strumenti approntati per descriverlo, rappresentarlo, intuirlo. Keats diceva che « Bellezza è verità, verità è bellezza, – questo solo sulla Terra sapete, ed è quanto basta. ». Ecco, è tutto qui, in queste parole.

C’è un equilibrio che si ripete sia nei mezzi che utilizzi per esprimerti che nella forma in cui presenti tali soggetti. Una sorta di dialogo e rimando costante tra un’eredità del passato (appunto sia tecnica che contenutistica) e ciò che invece caratterizza il contemporaneo nella sua peculiarità. Come risolvi questo rapporto, questa tensione temporale ?
Nascere in Italia mi ha portato a rapportarmi con la stratificazione storica e culturale che avvolge ogni aspetto della vita, credo sia inevitabile. Quindi tutte le volte che guardo al presente, e anche a una ipotesi di futuro, è per me naturale stabilire delle connessioni e trovare delle chiavi di dialogo con la tradizione. Mi piace la descrizione che Benjamin fa di Angelus Novus di Paul Klee. L’Angelo della Storia è un bel modo di sintetizzare il turbinìo sublime di una contemporaneità risucchiata dal futuro e che guarda al passato. Non è una immagine serena, ttutt’altro ma è equilibrata, l’importante è che l’angelo non precipiti, e non perda la sua eleganza.

In che modo sei riuscita ad approcciare il mezzo tecnologico, del quale anche ti servi, con un certo distacco (quasi storico) e a considerarlo quindi come strumento? Come sei riuscita a dominare la tecnologia e non a farti dominare ?
La tecnologia mi incuriosisce perché rappresenta la punta più avanzata dell’applicazione del pensiero scientifico, ed è una grande fortuna assistere e vivere il mutamento antropologico in atto, avendo oltretutto avuto il privilegio di formarsi in epoca analogica. Amo l’operosità, l’ingegno e tutti gli aspetti che sottendono al processo di elaborazione dell’informazione, e alle relative declinazioni. Detto questo penso che la tecnologia sia un linguaggio, e come tale va inteso. Non è dotato di vita propria, è complesso ma non credo ci sia il rischio di esserne dominati, sono scenari ancora lontani. Semmai è il contrario, essere convinti che la tecnologia goda di autonomia creativa rischia di generare risultati disastrosi in ogni campo.

Ritornando alla mostra attualmente in corso, ti sei ispirata alla storia dell’Orto Botanico di Pisa, che è il più vecchio orto botanico universitario del mondo. Come mai questa scelta e come hai proceduto nella tua ricerca, cos’hai scoperto ?
Come in tutti i miei progetti una serie di situazioni scaturita dagli incontri, dall’amicizia, dal caso, ha creato intrecci umani e professionali che hanno portato a Tutto ciò che so. Silvana Vassallo mi ha invitato a Pisa, e generosamente mi ha introdotto all’Orto Botanico, dove grazie a Leonardo Cocchi sono venuta a conoscenza delle storie che nei secoli hanno scandito questo luogo. All’Università di Firenze ho poi intervistato Riccardo Maria Baldini, studioso di piante tropicali, che mi ha fatto meglio comprendere Giuseppe Raddi e la sua figura di naturalista, molto più poetica e avventurosa di quanto si possa immaginare: capace di stupirsi ed emozionarsi tra le piante sconosciute che lo accerchiavano, di scrivere diari in cui descriveva i cieli e i mari, oltre che epistole alla famiglia, e questo in un italiano letterario e godibile. Gli Orti Botanici appaiono luoghi di contemplazione e di studio rigorosi, e in parte è vero. Ma poi c’è l’aspetto umano, e ogni vita contiene sempre un nucleo di immagini ad essa correlato. 

Mariagrazia Pontorno, Il cedro dei cieli, 2014. Still da videoanimazione 3d.Courtesy dell’artista e Galleria Passaggi, Pisa

Mariagrazia Pontorno, Il cedro dei cieli, 2014. Still da videoanimazione 3d. Courtesy dell’artista e Galleria Passaggi, Pisa

Roots, still frame da videoanimazione 3d, stampe fine art da immagine 3d, HSF New York, 2009/2010

Mariagrazia Pontorno, Roots, still frame da videoanimazione 3d, stampe fine art da immagine 3d, HSF New York,
2009/2010

Caro Leonhart

Mariagrazia Pontorno, Caro Leonhart, 2014. Stereolitografia in fotopolimero,  11 x 19 x 10,5 cm. Foto Dania Genna

In primo piano Layer

Mariagrazia Pontorno, In primo piano Layer#1 – dittico, 2014, tecnica mista, 30 x 40 cm. Foto Dania Gennai

Volincielo, videoanimazione 3d, stampa su porcellana diam. cm 7, 2011Mariagrazia Pontorno, Volincielo, videoanimazione 3d, stampa su porcellana diam. cm 7, 2011

Hai in passato citato Aby Warburg e il tuo rapporto con la storia è sicuramente erede di un approccio storico che concepisce il tempo non in maniera lineare. Puoi raccontarci come tu interpreti o definisci la sostanza temporale ?
Immagino il tempo come un segmento, in cui tutto avviene simultaneamente: noi non siamo ancora nati e siamo già morti, come sosteneva Sant’Agostino, ma senza osservatore esterno. Ogni aspetto del reale contiene ciò che lo ha preceduto e ciò che lo seguirà, è il fascino di tutto, avere una storia data dal tempo. Aby Warburg ha anticipato un concetto modernissimo, quello dell’ipertesto che poi è una rappresentazione del sistema di funzionamento neuronale. Ha proposto uno schema a rizoma come modello interpretativo del fenomeno culturale. Ma il motivo per cui amo Warburg è il discorso legato al vento, ai panneggi, alle fronde: alle forme del pathos, sempre presenti nella mia ricerca e nei miei lavori.

Progetti futuri ? 
Completare il volume 2 di Tutto ciò che so: A samambaia dos Mares. Imbarcarmi su una nave cargo, ripercorrendo interiormente i tempi di un viaggio intercontinentale, tenere un blog come diario di viaggio, nello spirito che due secoli fa spinse Leopoldina d’Asburgo a scegliere un equipaggio di artisti e scienziati a raggiungere il Brasile, rappresentarlo e studiarlo. E simbolicamente vorrei riportare indietro una delle felci che Giuseppe Raddi, naturalista che partì al seguito della futura Imperatrice, raccolse durante il suo anno di permanenza a Rio de Janeiro. Presentare I Cieli di Roma, progetto dedicato al volo in elicottero di Benedetto XVI all’indomani delle sue dimissioni, che Arshake sta seguendo nel suo work in progress, curato da Christian Caliandro. Un nuovo lavoro realizzato in Puglia e dedicato agli ulivi secolari e alla capacità materna di accogliere, proteggere, consolare. Una maglietta d’artista in collaborazione con AleAu. Una installazione site specific nella nuova casa di Ines Musumeci Greco, e poi altri progetti in via di definizione, che spero possano concretizzarsi presto.

Passaggi Arte Contemporanea via Garofani 14, 56125 Pisa www.passaggiartecontemporanea.it Inaugurazione: sabato 25 ottobre dalle ore 16 alle 22 Dal 25 ottobre 2014 al 17 gennaio 2015 Dal martedì al sabato 16.00 – 20.00 e su appuntamento

The following two tabs change content below.

Giulia Bortoluzzi

graduated in contemporary philosophy/aesthetics, has been working in collaboration with various contemporary art galleries, theaters, private foundations, art centers in Italy and France. Is a regular art contributor for L’Officiel, editor assistant for TAR magazine, founder and editor for recto/verso and editor in chief for julietartmagazine.com

Rispondi