Un’ora con Bruno Maderna. A partire dal Museo del Novecento

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Maderna a Milano mi intristiva. Sia chiaro: non ho nulla in contrario con il fatto che gli artisti vengano esposti a “casa d’altri” (anche perché non è mai “casa d’altri”, dato che la patria dell’arte non ha mai confini). E in più Maderna a Milano non è per nulla fuori luogodato che è proprio nel capoluogo lombardo che fondò Lo Studio di Fonologia Rai insieme a Luciano Berio, ma il piccolo rammarico è che al Festival non abbia collaborato anche la città di Venezia, prima patria del Brunetto.

Ma non c’è da stupirsi se pensiamo che Luigi Nono (alla fine di questa intervista) dice chiaramente “Venezia, ieri come oggi, è ridotta male, sul piano culturale”.

La mostra “Omaggio a Bruno Maderna” è molto piccola. Una stanza soltanto sulla rampa di accesso al Museo del Novecento, prima del Quarto Stato di Pelizza da Volpedo. Il materiale esposto è autentico e adattissimo a delineare la figura di uno dei musicisti più importanti della seconda metà del XX secolo, che, senza gettare ombre sugli altri, ha di fatto influito su almeno una generazione di compositori. Secondo le parole di Donatoni, “se non ci fosse stato Maderna, nessuno avrebbe potuto esprimersi liberamente”. Maderna garantisce la libertà d’espressione in un’epoca minacciata dal dogma del serialismo. Ma, sempre nelle parole di un altro collega, in questo caso Roman Vlad, Maderna non si batteva mai contro gli altri, ma piuttosto per qualcosa, in particolare per la musica e per quella libera e colta.

Pensiamo a questa “libertà di espressione”, che per Maderna indica un interesse eclettico per tutta la produzione musicale (dalla polifonia antica al jazz): studia incessantemente, senza soffermarsi per divenire uno specialista, e rielabora il materiale studiato nella composizione delle sue opere.

A contribuire più significativamente alla mostra è il video in apertura in cui compaiono molte personalità essenziali di quegli anni (’50 – ’60) fra cui i compositori Luciano Berio, Roman Vlad, Karlheinz Stockhausen, il fonico RAI Zuccheri, Bruno Canino e Maderna stesso, ritratto mentre prova nella chiesa di Santo Stefano a Venezia illustrando in maniera pacata il modo di suonare i suoi frammenti di note: improvvisando. Seguono i cartelloni pubblicitari della Scala, dove diresse spesso dimostrando la sua versatilità di repertorio (spaziava da Purcell a Stravisnky), le riproduzioni di parti di alcune sue composizioni, in particolare Quadrivium, Aura, Venitian Journal, Giardino religioso e un altro video composto da immagini di programmi di sala, copertine di partiture e foto. Maderna è stato ritratto quasi perfettamente in pochi metri quadrati, come una persona semplice ma completa umanamente e musicalmente.

Ma torniamo alle parole di Donatoni: “se non ci fosse stato Maderna nessuno avrebbe potuto esprimersi liberamente”. Su questo punto la mostra fa parlare solo testimonianze (foto e partiture incluse) e non Maderna stesso. Ma in altre interviste lui parla apertamente della sua musica e della sua idea di musica. E qui sta il punto cruciale: subito dopo la guerra i compositori europei, senza mai (o quasi) atteggiarsi da filosofi o da politci avevano un’opinione sulla società contemporanea, sulla storia e sul ruolo della musica. In meno parole: avevano un’etica, sicuramente influenzata dal pensiero di Adorno. Qui sta il punto: il compositore e la libertà d’espressione (di cui anche Xenakis, in maniera forse ancor più radicale, si era occupato). Maderna, tenendosi fuori da questioni prettamente politiche e di rapporto col potere, è ancora più incisivo su questo.

Cominciamo dalla sua posizione sul vituperato Arnold Schoenberg. Per chi componesse in quegli anni (’40/’60), considerare la dodecafonia era uno sviluppo logico, dice Maderna. Era impossibile comporre senza cercare di entrare in quella mentalità. Che non vuol dire essere fanatici della dodecafonia (così come di altre teorie musicali, come più tardi sarà lo spettralismo di Grisey), ma al contrario capire il messaggio individualista di Schoenberg, che lavorava in maniera critica, rifiutando la tradizione e la continuità, ma considerando la Storia. Per Maderna la lezione di Schoenberg è “devi rimanere te stesso vivo in questo momento storico”. Questo è il punto di partenza: se si rifiuta Schoenberg, non si è veramente liberi di comporre.

Similmente Maderna considera l’interpretazione delle grandi partiture del passato, da ristudiare liberandosi dalle ultime abitudini romantiche: usa le parole di Toscanini “La tradizione è la collezione delle ultime brutte esecuzioni”. Si spinge oltre, considerando l’improvvisazione come pratica fondamentale: un ingrediente necessario, tra la composizione e l’esecuzione. Maderna ha capito una cosa molto importante: che la partitura intesa come documento intoccabile non esiste, è una rappresentazione del “lavoro” del musicista. In questo caso l’esperienza del jazz si lega allo studio della musica antica, dove l’improvvisazione sul basso era praticata comunemente ed era alla base dell’esecuzione musicale. La musica si fa mentre si suona, ed è basata su idee frammentarie, scale, modi, temi, poi rielaborata attraverso l’improvvisazione durante le prove, e infine composta, nel vero senso di mettere insieme

Diceva: “io termino il lavoro di composizione con le prove. Dopo questa prima escursione ci sarà un percorso fissato, ci saranno delle possibilità di variazione”. La lezione di Maderna è immensa e di una modernità assoluta, perché non è una vile testimonianza del suo momento storico, ma si spinge lontano, verso di noi. Il compositore (l’uomo più in generale) sarà sempre più libero, libero di scegliere tra un paesaggio sempre più vasto di materiali utilizzabili per formulare un pensiero, non dettato dall’ultima moda, ma dalla propria capacità critica, di studio, e dal proprio piacere.

Bruno Maderna

Bruno Maderna, Luigi Nono, Nuria Shoemberg, 1955

Bruno Maderna (1920-1973): Serenata per un Satellite (1969). Ex Novo Ensemble diretto da Carlo Ambrosio.

Ritratto di Città, Studio per una rappresentazione radiofonica (1954). Musica di Luciano Berio (1925-2003) e Bruno Maderna (1920-1973). Testo di Roberto Leydi. Realizzato presso lo Studio di Fonologia Musicale di Milano della RAI, Radiotelevisione italiana.

Bruno Maderna, Interview for WEFM in Chicago, January, 1970. With George Stone & Alan Stout.

Bruno Maderna, Interview for WEFM in Chicago, January, 1970. With George Stone & Alan Stout.

 

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