Valentina Medda. Il tuo volto domani – parte uno

valentina medda

Valentina Medda è un’artista di origini sarde con base a Bologna, e con una grande sensibilità sociale. Filosofa di formazione, il suo interesse per l’arte matura grazie all’esperienza del corpo scoperta inizialmente grazie al teatro e successivamente la fotografia. La sua ricerca, infatti, s’interroga sulle relazioni che l’individuo sviluppa con lo spazio attorno a sé e con gli altri corpi coi quali è portato a interagire. Da qui il tentativo di analizzare e scoprire come questi rapporti si tessano all’interno dello spazio urbano, a livello topografico, architettonico e sociale. Il suo ultimo progetto Il tuo volto domani (il cui titolo è tratto da un romanzo di Javier Marias) non è solo un’indagine urbana sulla specificità di un quartiere storico, oggi a rischio, come quello del Giambellino a Milano, ma anche una presa di responsabilità come cittadino, volta a un’azione di sensibilizzazione degli abitanti del quartiere.  Ho incontrato Valentina per capire meglio come fosse nato il progetto e  quale sarà il suo futuro.

valentina medda

Valentina Medda, Il tuo volto domani, 2014
 

Il tuo volto domani è un progetto che si lega fortemente al tessuto urbano, inteso come mappatura del territorio, e al modo in cui le persone vi si relazionano o lo occupano. Questo è un interesse che si è andato sviluppando maggiormente nella tua ricerca, negli ultimi anni. Ma la questione del corpo è sempre stata presente e fondamentale per te. Puoi raccontarci la genesi del progetto e come s’inserisce nel tuo percorso?
Il progetto è nato su invito di Dynamoscopio – associazione attiva nell’area 6 di Milano con un progetto triennale che si chiama Dencity – e della curatrice Silvia Simoncelli che, avendo visto i miei precedenti lavori, mi ha chiesto di realizzare qualcosa site specific per il quartiere. Il Giambellino è un quartiere periferico popolare con una storia molto viva e ricca – sia da un punto di vista culturale che politico; che rischia di subire un processo di gentrificazione a causa dell’allungamento della linea metropolitana e dello stato di rovina in cui sono state lasciate le case popolari da chi si sarebbe dovuto occupare della loro manutenzione. Avevo davanti quindi un intero quartiere che rischiava (rischia) di andare incontro a una trasformazione. Il che voleva dire delle persone che si troveranno un giorno ad affrontare un cambiamento non voluto ma imposto. L’idea di fare un progetto su “ampia scala”, che riguardasse non solo il mio corpo e la mia relazione con lo spazio, ma anche e soprattutto, i corpi degli altri e la loro percezione del territorio e della storia, mi affascinava. Se infatti fin’ora avevo sempre lavorato in modo più privato o intimo, ragionando sui meccanismi  attraverso i quali  lasciare un segno della mia presenza sulla spazio, per  appropriarmene e  rimetterlo in discussione a partire dai miei bisogni ma soprattutto dai miei desideri, con questo progetto ho avuto la possibilità di estendere la riflessione ad un’intera comunità, chiedendomi  in quale modo un’identità di quartiere potesse iscriversi sul territorio, in modo da cambiarlo a sua immagine e mantenere una traccia della propria presenza.

creditsA.Visani

Valentina Medda, Il tuo volto domani, 2014. Credits A. Visani
 

Varie sono le questioni che emergono dal tuo lavoro. Una è quella della storia e di conseguenza dell’archivio, dei racconti personali delle persone che hai incontrato e del modo in cui la storia si scriva secondo parametri più o meno ufficiali. Come hai approcciato questi racconti intimi, queste storie di vita? Qual è la storia che vuoi raccontare? 
Sono storie molto semplici, che partono dalle ragioni che hanno spinto la persona a darmi quel preciso oggetto, ma si allargano poi a racconti di vita che delineano una storia di quartiere. Sono sicuramente  importanti e interessanti, ma non sono loro a costituire l’archivio: loro fanno da accompagnamento e traccia dell’oggetto. Il vero archivio è quello disseminato sul territorio, nato da un gesto fisico – il donare; lo zappare la terra – e che ognuno può andarsi a ricercare, può “attraversare col corpo”. E’ un archivio che vive, che muta ed evolve. La Storia qui mi interessa come processo e come sviluppo futuro: gli oggetti interrati oggi, frutto di un atto di appropriazione dello spazio da parte del quartiere, rischiano di diventare, un giorno, i reperti di una comunità estinta, le traccie di qualcosa che è sparito – il quartiere così come lo conosciamo oggi. Sarebbe forse più giusto dire che questo archivio è un archivio del presente che aspetta (o rischia) di diventare storia. Sto riflettendo molto, ultimamente, sull’utilità dell’archivio e su come possiamo pensarci degli archivi vivi e dinamici, che possano rimettere in gioco il sapere oltre che “conservarlo”. Per rispondere più precisamente  alla tua domanda, ho lasciato che le persone raccontassero quello che volevano; che interpretassero la mia richiesta nel modo che gli era più congeniale. C’è chi si è attenuto alla domanda sul perché della scelta di quell’oggetto; così come chi, partendo da ciò che mi aveva dato, ha allargato il discorso al quartiere o a delle questioni politiche urgenti. Come Anna, ad esempio, che mi ha detto, dell’uovo per aggiustare le calze che le diede sua madre “Una volta si aggiustavano, le calze, adesso si buttano via. Il discorso che devo fare quando arrivano quello dell’aler quello del comune e quello della regione, gli devo dire questo palazzo qui è degradato perché da un buchetto….no?….se si aggiustava subito questo buco… […]… perché le cose quando sono piccole si aggiustano, ma quando sono grandi no.”

Valentina Medda, Il tuo volto domani, 2014. Credits A. Visani

Valentina Medda, Il tuo volto domani, 2014. Credits A. Visani
 

Le persone che hai incontrato ti hanno quindi consegnato i loro oggetti di valore personale che tu hai poi seppellito in vari luoghi del quartiere. Come hai localizzato questi posti, quale il loro valore e perché? Che tipo di relazione (nuova) hai proposto con l’azione di appropriazione del territorio tramite “memorie”?
I posti scelti si dividono principalmente fra luoghi rappresentativi del quartiere e condomini che corrono un serio rischio di essere abbattuti se un nuovo piano urbanistico entrerà in vigore. Fra i primi rientrano quei luoghi che sono sempre stati o sono diventati i punti di riferimento per gli abitanti del Giambellino: il mercato comunale, la biblioteca, la “casetta verde”, ossia il luogo dove si riuniscono alcune delle associazioni di quartiere e il DRAGO “dare risposte al giambellino ora”, che lotta per il diritto alla casa. Fra i secondi rientrano quei palazzi che devono il loro stato attuale all’incuria non di chi vi abita ma dell’amministrazione. Sono proprio questi ultimi a dare maggiormente senso al progetto. Infatti, interrare le capsule in dei luoghi che rischiano di essere abbattuti, vuol dire rischiare che un giorno riemergano e che si attui quel cambiamento di segno di cui parlavo prima (da segno di presenza a traccia di un’assenza), che renderebbe evidente ciò che “non è più”: quelle case, i corpi che le hanno abitate, la storia del quartiere, un’intera comunità. Seppur in modi diversi, tutti si son fatti coinvolgere e attraversare dal progetto: chi pensando al valore simbolico dell’oggetto regalato, chi indicando un luogo preferenziale per l’interramento, chi partecipando all’atto di appropriazione vero e proprio – lo scavo e il seppellimento. Alcuni si sono inizialmente fatti intimidire da una richiesta che gli sembrava di non saper soddisfare, altri si sono immediatamente sentiti partecipi. Il fatto di chiedere un oggetto mi ha permesso di coinvolgere le persone su un piano emotivo immediato e forte. Nel dare un oggetto ci sono distacco e perdita, ma nel custodirlo in un progetto artistico ci sono fiducia e speranza. Se alcuni hanno letto l’atto dell’interramento come qualcosa di troppo “forte” – una morte prematura; altri l’anno visto per quello che voleva essere: un gesto di protezione. Se morte c’è è infatti, paradossalmente, nel futuro disvelamento. Quando -se- le capsule riemergeranno, è perché il quartiere così come lo conoscevamo è ormai cambiato e la sua  comunità è già dispersa.

CAPSULA

Valentina Medda, Il tuo volto domani, 2014. Credits A. Bianco
 

Come sono costruite queste capsule? E quale il loro futuro?
Le capsule sono relativamente semplici da costruire, ho trovato la spiegazione su un blog di un appassionato. Sono costituite da 7 materiali diversi stratificati l’uno dentro all’altro, come una matrioska. I materiali – vetro, plastica, paraffina, sabbia, pvc e infine gesso o cemento; sono pensati per contrastare i diversi agenti atmosferici, i batteri, il tempo. In questo modo dovrebbero durare circa un centinaio di anni -o cosi diceva il blog! ma la loro vita media dipende in realtà, come dicevamo, da altri fattori. Io spero che rimangano interrate il più a lungo possibile – sempre. Ma se la gente che abita il quartiere dovesse essere costretta a lasciare casa propria, vorrei che le prendesse con se e le consegnasse al centro  di raccolta  (probabilmente la biblioteca di quartiere), prima che esse vengano ricollocate  in una vetrina museale  appositamente pensata per lo scopo.

Valentina Medda, Il tuo volto domani, 2014. Credits A. Visani

Valentina Medda, Il tuo volto domani, 2014. Credits A. Visani
 

Quindi c’è una seconda fase del progetto che proseguirà nel prossimo futuro. Vuoi spiegarci come ti stai organizzando e quali eventualmente sono le difficoltà tecniche o organizzative da risolvere?
Si: c’è una seconda fase in cui la trasformazione dell’oggetto in reperto si dovrebbe consolidare nel passaggio dal quartiere a un luogo museale, consono alla natura di ciò che l’oggetto, a quel punto, è diventato. Si dovrebbe quindi trattare di uno dei Musei di Milano che hanno a che fare con la Storia – ad esempio l’archeologico; o con le civiltà – come quello di Storia Naturale e paletnologia; o ancora con la città di milano stessa – come il Museo del Novecento. Vorrei chiedere a uno di questi musei di lasciarmi fin da ora una vetrina, che sarebbe abitata dalla mappa delle capsule e i vari codici che le contrassegnano,  in attesa che le capsule riemergano ma nella speranza che la vetrina rimanga sempre vuota. Il dialogo con le istituzioni museali non è sempre facile però: i musei hanno tempistiche ed esigenze diverse, e spesso, purtroppo, non sono interessati a dialogare con l’arte contemporanea. Temo purtroppo che sia un problema italiano diffuso, questo rifiuto della contaminazione e della sperimentazione. A questa seconda fase sto lavorando con Francesca Apolito, una giovane curatrice di Bologna che lavora per Nosadelladue, programma di residenze urbane ideato e diretto da Elisa del Prete. Francesca mi ha aiutato già durante la fase di raccolta e interramento, nonchè a lanciare il crowdfunding che è servito a finanziare la continuazione del progetto, dopo che è terminata la prima parte legata e sponsorizzata da Dencity e dal FARE, che mi ha offerto una residenza per stare a Milano nei mesi di Febbraio e Marzo.

l’intervista continua qui

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Giulia Bortoluzzi

graduated in contemporary philosophy/aesthetics, has been working in collaboration with various contemporary art galleries, theaters, private foundations, art centers in Italy and France. Is a regular art contributor for L’Officiel, editor assistant for TAR magazine, founder and editor for recto/verso and editor in chief for julietartmagazine.com

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