Valentina Medda. Il tuo volto domani – parte due

Odd siggestion (1)

Continua e termina l’intervista a Valentina Medda. Leggi la prima parte qui.

In che modo ti senti o t’impegni tramite la tua azione artistica a responsabilizzare le persone che avranno a che fare col progetto Il tuo volto domani?
Perché questo passaggio di cui parlavo avvenga, occorre che le persone coinvolte nel progetto – i donatori, chi ha aiutato nell’interramento, chi ha interceduto per me presso il proprio condominio affinché potessi usare quel cortile per interrare, ma anche tutti gli atri attori che sono stati coinvolti nelle fasi del lavoro a un livello più’ “organizzativo” – si facciano carico di questo lascito. Attraverso questo progetto ho tentato di fornire uno “strumento”, un approccio allo spazio che secondo il mio personale punto di vista potesse inscrivere le storie della comunità SUL luogo. La comunità però non è un concetto astratto: è fatta di singoli. Sono loro a dover prendersi cura delle loro memorie. Oggi si parla spesso di partecipazione, ma chi davvero poi è disposto a mettersi in gioco, spendere il suo tempo, assumersi responsabilità all’interno di processi decisionali collettivi? Questo tipo di partecipazione, che coinvolge l’altro nel lavoro in una fase successiva al suo farsi e che richiede una responsabilità assolutamente individuale, perché ognuno sarà libero di decidere se vuole mettersi in gioco o meno, è quella che mi interessa maggiormente.

Odd siggestion (1)

Valentina Medda, Odd suggestions to lose yourself, 2013
 

Odd suggestions to lose yourself è un lavoro precedente a Il tuo volto domani, che hai svolto nella città di Roma. Vi è sempre un riferimento alla topografia della città ma in senso privato e inedito. Puoi raccontarci di cosa si tratta e come si è sviluppato? Quali le reazioni e le aspettative?
E’ un lavoro sviluppato all’interno del convegno “Lotte spaziali”, un confronto di 5 giorni organizzato dal Teatro Valle (spazio meraviglioso in questi giorni sotto sgombero a causa della miopia italiana di cui sopra), incentrato sulla città e la cittadinanza, che vedeva coinvolti accademici, attivisti e artisti. La cittadinanza non è solo diritto alla città ma anche forma dello stare in città, e questo stare è  sessuato e politico. La città e la relazione con essa, quindi il nostro diritto a essa, a farne parte, dovrebbero passare anche per il desiderio, la sperimentazione, il perdersi – nel senso Baudelairiano del Flaneur, della dérive situazionista o delle sperimentazioni dada. E’ proprio questa idea di perdersi – che gioca fra l’altro, essendo io donna ed essendo il concetto di “flaneuse” inesistente,  con la duplice accezione  “essersi persa” (dato di fatto) e “esser perduta” (giudizio morale),- ad  attraversare “odd suggestions…”. Durante i giorni del convegno, e grazie a delle lunghissime camminate, ho individuato 5 suggerimenti specifici per Roma da seguire per riuscire a perdervisi dentro e sperimentare pertanto la città in maniera insolita. I suggerimenti per (dis)orientarsi erano di due tipi: o avevano come punti di riferimento degli elementi soggettivi, effimeri e mutevoli, legati al proprio corpo e  all’ora del giorno in cui si faceva la passeggiata o alle condizioni meteorologiche (cammina nella direzione della tua ombra; segui la direzione delle nuvole); oppure molto generici, tanto da lasciare spazio al caso e libertà interpretativa al “camminatore” (inseguire uno straniero o cercare l’acqua). Nel seguire un’esperienza di questo tipo, i sensi vengono allertati e l’architettura diventa più che  mai ostacolo da superare, mentre il fatto di non avere obiettivi ma avere delle indicazioni da seguire, permette di abbandonarsi al camminare senza pensare a dove si stia andando. Il risultato del mio passeggiare è stato poi visualizzato in una pianta di Roma dipinta quasi interamente di bianco (unico elemento originario lasciato intatto, il Tevere), su cui ho cucito il percorso che ho fatto con colori diversi per ogni suggerimento.

O DESCRIBE THE REST

Valentina Medda, To describe the rest, instead, 2012

Anche To describe the rest, instead è un progetto che indaga il rapporto dell’individuo con lo spazio urbano nella sua intimità. Una nuova mappatura della città a partire da punti di vista estremamente personali che visivamente si manifesta grazie a delle assenza, quelle dei palazzi. Com’è nata l’idea della mappa immaginaria e cosa ne è emerso?
E’ un lavoro nato per un Festival – lo Smell Festival di Bologna – diretto da Francesca Faruolo. Il tema dell’edizione di quell’anno era l’alba. Io l’ho intesa come linea di separazione  fra il giorno e la notte, e l’ho visualizzata attraverso il confine dei palazzi che si stagliano contro la luce quando sale l’alba. Era un modo di guardare la città dal basso, d’immaginarsi una mappa ideale del cielo visto attraverso gli angusti spazi fra le case. Il centro di Bologna, città medievale, è fatto di portici e stradine strette, un po’ soffocanti, che non ti fanno mai guardare in su. Le linee di queste architetture, pensate per essere rielaborate come mappa della città, hanno poi assunto, nel corso del lavoro, una connotazione diversa, tanto da sembrare un mappamondo, dove si scorgono mari, terre,  rilievi.

how to be beautiful

Valentina Medda, How to be beautiful, 2010-now
 

Hai vissuto e lavorato in tante città diverse, questo ti ha dato modo di sviluppare una tua personale esperienza o percezione dello spazio urbano. Qual è la specificità di queste città (Roma, New York, Bologna, Parigi, Milano …)?
Non so quale sia la specificità di queste città, so qual’è la mia relazione con esse. La mia percezione di Parigi è di uno spazio fluido, mutevole, che cambia continuamente, che si sposta. E’ dominata dall’acqua, molto più di NY, sebbene sia solo attraversata da un fiume mentre Manhattan vi è completamente immersa, nell’acqua. E’ una percezione assolutamente falsata, che non ha niente a che fare con l’architettura, quanto con lo spazio in generale. Mi rendo conto che Parigi è monumentale, statica, come lo sono molte città europee, come lo è la sua lingua. Una città tradizionale, borghese, che non ha un tessuto culturale underground, anche un po’ noiosa, in fondo, eppure quando vivevo là avevo la sensazione costante che continuasse a spostarsi. Che la città mi si spostasse sotto i piedi. Mi era impossibile orientarmi, o far combaciare l’immagine che avevo in testa della cartina della città con le strade reali. La Senna mi imbrogliava: quando credevo che fosse alle mie spalle me la trovavo davanti… Forse si chiama semplicemente mancanza di orientamento (ride) ma sicuramente mi ha permesso di avere una percezione della città molto particolare! NY, al contrario, seppure cambia ogni giorno nel senso vero del termine – palazzi in costruzione, negozi che chiudono da un mese all’altro, interi quartieri che si si gentrificano nell’arco di un anno – mi dava, architettonicamente, una sensazione di immobilità molto più forte. Sicuramente la griglia che compone Manhattan contribuisce a creare un senso di staticità e ripetizione, un’immagine di struttura urbana sempre uguale a se stessa, forse indispensabile per controbilanciare l’effettivo continuo, velocissimo cambiamento che in realtà la caratterizzano. La griglia è simbolo di efficienza, è rappresentativa della produttività della città, del suo non aver tempo da perdere, e non “potersi perdere” – interessante città per lavorare a delle nuove “Odd Suggestions”, cosa che infatti ho intenzione di fare. Bologna è ancora diversa: è una città che, seppur architettonicamente bellissima, non riesco più a “vedere”. E’ una città di relazioni. E’ come se l’architettura sparisse dietro una rete di conoscenze. Questo è sicuramente dovuto anche al fatto che ci ho vissuto tanto, ma non è la sola ragione. Bologna è fatta di parole e di corpi più che di strade e palazzi.

my blood (2)

Valentina Medda, My blood runs the other way round, 2011
 

Nuovi progetti per il futuro, se si possono svelare?
Una mostra a Parigi a Ottobre, curata da Doris Koster, e una partecipazione, sempre a ottobre, a Gender Bender con un lavoro sulla percezione del pericolo in città. E’ un lavoro che ho realizzato a Parigi quando ero in residenza alla Cité des Arts, nel 2012. Ancora una volta una mappa che visualizza le zone percepite sicure durante le mie passeggiate serali. E’ una percezione volutamente soggettiva, che mette l’accento sull’importanza dell’elemento culturale, del genere, della provenienza, e dei condizionamenti sociali nella costruzione dell’idea di pericolo. Oltre alla presentazione della mappa – rifatta su Bologna, ovviamente – vorrei organizzare una serie di passeggiate, sia guidandole io che  invitando anche altre realtà di donne bolognesi che lavorano sui temi della violenza e i diritti delle donne. A novembre poi parto per NY per una residenza artistica a Flux Factory della durata di 6 mesi. Durante questo tempo ho intenzione di lavorare sulla libertà del cittadino nello spazio urbano. Non sarò più precisa di cosi !

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Giulia Bortoluzzi

graduated in contemporary philosophy/aesthetics, has been working in collaboration with various contemporary art galleries, theaters, private foundations, art centers in Italy and France. Is a regular art contributor for L’Officiel, editor assistant for TAR magazine, founder and editor for recto/verso and editor in chief for julietartmagazine.com

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