Viva Arte Viva. 57.ma Biennale di Venezia

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Ha inaugurato all’insegna di un nuovo umanesimo, la 57.ma edizione della Biennale di Venezia, curata e diretta da Christine Macel, concentrandosi sulle necessità più urgenti dell’arte, nel suo farsi. Con un approccio più realista che sensazionale, l’interesse di Christine Macel si concentra sulla pratica e sull’esperienza artistiche, facendo riferimento alle teorie dell’arte concettuale e alla psicanalisi, rivisitate in veste partecipativa, materica e postcoloniale, oltre alla logica imperante della ragione, per scandagliare le parti più affettive dell’essere. Pensata attraverso una serie di trans-padiglioni che attraversano gli spazi dei Giardini e dell’Arsenale, il concept curatoriale tende a rivisitare la storia, la pratica e l’affettività, ponendo al centro l’uomo, con le sue fragilità e suoi dubbi, ma allo stesso tempo consapevole del potere dell’atto artistico, capace di portare una nuova vivacità e una nuova energia nel tempo presente, come ben introduce il Presidente della Biennale, Paolo Baratta.

Al centro della discussione il Padiglione degli Artisti, propone una prospettiva sul ruolo sociale dell’artista nel contemporaneo, riflettendo della dicotomia tra otium/negotium, che si traduce nell’esporre la pratica artistica nel suo farsi. L’atelier dell’artista diventa quindi lo spazio della poetica, delle ricerca e del pensiero, come è per gli autoritratti di Mladen Stlinović e le ricostruzioni di Dawn Kasper, Franz West, Frances Stark, volte a indagare gli aspetti concettuali e materici del fare. Lo studio, oltre a rappresentare il luogo dell’intimità, si apre alla sfera collettiva, invitando lo spettatore a partecipare attivamente al processo artistico, evidente nella sala dedicata al workshop itinerante Green Light, 2016, di Olaffur Eliasson, originariamente presentato al TBA21, in cui partecipanti da diverse nazioni, sono chiamati a realizzare prototipi di luce eco-sostenibile. In dialogo con gli spazi permanenti della Biblioteca della Biennale – ASAC, il Padiglione dei Libri riflette del rapporto tra artista e libro nell’era post-mediale, fondato non più sull’idea di ‘autore’, ma sull’intertestualità e sul ‘gioco libero’ di riferimenti. La poetica installazione di Geng Jianyi rende visibile la piega di questo nuovo modo di sentire, informando il ruolo dell’artista in una società fluida e in movimento, a cui segue il video Tightrope, 2015, di Taus Makhache, a testimoniare l’indagine archivistica del passato.

La sensibilità artistica si traduce nel Padiglione delle Gioie e delle Paure in cui scoprire i diversi modi affettivi che, spaziando dal privato alla sfera del sociale, riflettono dell’eterogeneità del presente e delle sue diverse declinazioni. Se Hajra Waheed propone un’archeologia romantica del reale, composta da frammenti e immagini filmiche, altri artisti come Tibor Hajas, Lubos Plny, e Kiki Smith, mettono in scena il tormento e la passione dell’individuo, attraverso una serie di gesti artistici. Al culmine del percorso, la visione di Sebastián Díaz Morales nel video Suspension, 2014, riflette della tensione  drammatica tra corpo e inconscio, rappresentando una figura umana sospesa nel vuoto. Muovendosi negli spazi dell’Arsenale, l’attenzione focalizza con accenti più marcati sul ruolo sociale dell’artista dichiarando fin dal principio, i riferimenti storico-artisti che hanno portato Christine Macel a pensare il progetto: se nel Padiglone dello Spazio Comune, il video The Circle of Fires (El circulo de fuegos), 1979, di Juan Downey rivisita la composizione minimalista aprendola alla condivisione, in modo simile i prismi di Rasheen Araeen ripensano la staticità della forma geometrica in termini di molteplicità e infinite variazioni.

Il Padiglione della Terra recupera le utopie comunitarie degli anni ’70, riflettendo delle sensibilità contemporanee, concentrandosi sull’ambiente e le sue risorse. È ben percepibile nel video Tyranny of Consciousness, 2017, di Charles Atlas che, mette in scena le meraviglie del pianeta, non senza pensare alle urgenze climatiche del presente, interrogandone il suo tramonto, così come nell’installazione di Thu Van Tran, The Red Rubber, 2017 e Overly Forced Gestures. From Harvest to Fight, 2017, in cui riscoprire il processo poetico dalla natura e le sue metamorfosi. Il padiglione delle Tradizioni ripensa le tracce della storia oltre l’identità nazionale, attraverso genealogie fluide, come per i lavori di Teresa Lanceta, Anri Sala e Gabriel Orozco. Segue il Padiglione degli Sciamani, in cui la figura dell’artista diventa catalizzatrice di forze ed energie spirituali. Emerge qui il lavoro Um Sagrado Lugar (A sacred place), 2017, di Ernesto Neto, dove l’artista, in seguito a ricerche condotte con le comunità indigene dell’Amazzonia, propone una riflessione sul potere affettivo dei luoghi, a cui segue l’opera di Naufus Ramirez-Figueroa, The Third Lung, 2017, in cui ripensare il respiro dell’energia cosmica tra scultura e performance. Questa rinnovata sensibilità conduce al Padiglione Dionisiaco, territorio di tensioni tra desiderio e forma, come nell’installazione Organ Mapping, 2011, di Mariechen Danz, che indaga il corpo, confrontando le meccaniche interne con gli aspetti prostetici delle tecnologie. Il Padiglione dei Colori serve a chiudere il ciclo legato alla materia e al reale, illustrando come l’esperienza del colore sia non solo un’esperienza visiva, ma più profondamente un processo celebrale e cognitivo. Come una Penelope contemporanea, Sheila Hicks con l’opera Escalade Beyond Chromatic Lands, 2016-2017, tesse metaforicamente le trame tra tutte le opere in mostra, insistendo sulla vivacità e sulle sinergie dell’esperienza.

Conclude il percorso il Padiglione del Tempo e dell’Infinito riflettendo della complessità del tempo presente, inteso come un labirinto borgesiano in cui è in atto ‘il libero gioco’ dell’esperienza. Se il bellissimo dialogo tra le opera di Liliana Porter e Liu Jianhua, articola il dramma dell’essere tra fragilità e resistenza, i meccanismi di Attila Csörgö ci riconducono all’idea di infinito in Clock Work, 2011. Il video Broken Fall (organic), 1971, di Bas Jan Ader ci invita a recuperare l’esperienza di questa Biennale nel tempo della sospensione del sé, dove ripensare l’orizzonte dell’essere attraverso il molteplice.

Biennale Arte 2017
VIVA ARTE VIVA
13.05-26.11, 2017
Venezia, Giardini e Arsenale

1. WP_20170512_14_42_11_Pro

Olafur Eliasson, Green light workshop, 2011

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Taus Makhacheva, Tightrope, 2015

3. WP_20170512_14_57_10_Pro

Sebastián Díaz Morales, Suspension, 2014

4. WP_20170510_10_42_15_Pro

Charles Atlas, Tyranny of Consciousness, 2017

5. WP_20170510_14_28_52_Pro

Thu Van Tran, The Red Rubber, 2017 – Overly Forced Gestures. From Harvest to Fight, 2017

Naufus Ramirez-Figueroa, The Third Lung, 2017

Naufus Ramirez-Figueroa, The Third Lung, 2017

7. WP_20170510_13_06_50_Pro

Bas Jan Ader, Broken Fall (organic), 1971, di Bas Jan Ader

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è interessata agli aspetti Visivi, Verbali e Testuali che intercorrono nelle Arti Moderne Contemporanee. Da studi storico-artistici presso l’Università Cà Foscari, Venezia, si è specializzata nella didattica e pratica curatoriale, presso lo IED, Roma, e Christie’s Londra. L’ambito della sua attività di ricerca si concentra sul tema della Luce dagli anni ’50 alle manifestazioni emergenti, considerando ontologicamente aspetti artistici, fenomenologici e d’innovazione visuale.

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