What it means to be human. Josh Kline alla Fondazione Sandretto Re Rebaudengo

1-josh-kline-unemployment-2016-veduta-della-mostra

Come cambia la vita quando hai uno stipendio di oltre centotrentamila dollari all’anno e all’improvviso ti trovi a dover rincorrere le migliori offerte al supermercato? Lo sa Joann, ex avvocata, ex team manager in un’azienda di Baltimora, cinquantacinque anni e un marito: «L’ultimo giorno di lavoro è stato il 15 gennaio 2015. La mia compagnia aveva venduto gli edifici dove lavoravo e li aveva dislocati… Ho ricevuto una proposta lavorativa che purtroppo non si è mai concretizzata: la persona che avrei dovuto sostituire nel nuovo posto aveva deciso che non avrebbe lasciato la sua posizione. Così, dopo 27 anni, sono rimasta disoccupata».

La sua storia, insieme a quella di Matthew, ex responsabile dei prestiti, e di Brandon, ex contabile, è stata raccolta e pubblicata qualche domenica fa su “La Lettura”. Joann è bionda, veste un completo grigio ed è rannicchiata a terra in posizione fetale. Le braccia strette attorno alle ginocchia, il corpo avvolto in un sacchetto di plastica. È proprio qui davanti e tuttavia non è reale: è una delle sei sculture realizzate da Josh Kline per Unemployment, la mostra che la Fondazione Sandretto Re Rebaudengo di Torino ospita fino al 12 febbraio 2017. Presentata per la prima volta lo scorso maggio alla galleria 47 Canal di New York, l’esposizione si pone come secondo capitolo di una narrazione più ampia con cui l’artista di Philadelphia intende raccontare i cambiamenti in atto all’interno del sistema sociale, politico ed economico mondiale. Dopo gli iconici Teletubbies-poliziotti di Freedom, Unemployment delinea uno scenario inquietante in cui la crisi non si è arrestata e anzi rivela il suo volto più tragico. Scegliendo il ceto medio americano come paradigma di questa transizione, l’episodio si situa temporalmente in avanti, agli anni ’30 del Duemila, quando la progressiva automazione del lavoro avrà portato alla scomparsa di nuove figure professionali.

Qualcuno forse ricorderà le fotografie scattate fuori dagli uffici di Lehman Brothers nel settembre 2008: nonostante la situazione drammatica, i dipendenti appena licenziati venivano inseguiti dai reporter mentre uscivano dall’edificio con gli effetti personali raccolti in quelle scatole di cartone che, allora celebri grazie all’immaginario cinematografico d’oltreoceano, diventavano improvvisamente il simbolo della crisi globale. Per Contagious Unemployment, l’installazione che apre la mostra, Kline si è appropriato di questi contenitori, li ha riempiti di oggetti affettivi – il disegno di un bambino, un berretto da baseball, un ritratto di famiglia – e poi li ha chiusi all’interno di sfere di plastica trasparente, ognuna delle quali ha assunto la morfologia di una diversa particella virale. La metafora dell’opera corre lungo un filo doppio, tuttavia semplice da intuire: se la disoccupazione è una malattia da cui nessuno può dirsi immune, in un mondo in cui il fallimento lavorativo genera un forte senso di colpa e di inadeguatezza essa è anche causa di emarginazione sociale.

Più avanti, accanto a Joann, Matthew e Brandon incontriamo Maura, Elizabeth e Tom, donne e uomini disoccupati che Kline ha contattato attraverso un’agenzia di casting per trarne un calco e la stampa 3D. Li ritroviamo tutti nella stessa posizione: gettati a terra e chiusi in buste di plastica, non sono così dissimili dai rifiuti da smaltire di cui l’artista ha riempito alcuni carrelli per la spesa. Senza un lavoro, la garanzia di un salario e un tetto sulla testa, la rassicurante moquette delle abitazioni della middle class si trasforma per loro, nell’ultima sala, in un tappeto di cartoni e stracci sul quale dormire all’addiaccio. È qui che a conclusione del percorso espositivo viene proiettato il video Universal Early Retirement: coi toni ottimisti di un messaggio pubblicitario o dello spot patinato di un candidato politico – la mostra di Torino è stata inaugurata quattro giorni prima delle elezioni presidenziali americane – l’artista ci affida il suo personalissimo happy ending. Lo spettacolo, ancora più futuribile, di una società in cui il licenziamento sarà sostituito dal pensionamento anticipato e tutti avremo tempo di fare quello che abbiamo sempre rimandato: riscoprire, per esempio, «cosa vuol dire essere umani».

Josh Kline. Unemployment
Fondazione Sandretto Re Rebaudengo, via Modane 16 – Torino
Giovedì 20-23; dal venerdì alla domenica 12-19
Fino al 12 febbraio 2017

copia-di-1-josh-kline-unemployment-2016-veduta-della-mostra

Josh Kline, Unemployment, 2016, Veduta della mostra

4-josh-kline-still-da-universal-early-retirement-spots-1-_-2-2016

Josh Kline, still da Universal Early Retirement spots, 2016

3-josh-kline-maoi-inhibitors-cant-fix-this-elizabeth-administrative-assistant-2016

Josh Kline, Maoi inhibitors can’t fix this Elizabeth administrative assistant, 2016

2-josh-kline-unemployment-2016-veduta-della-mostra

Josh Kline, Unemployment, 2016, Veduta della mostra

The following two tabs change content below.

Roberta Aureli

Nata nel 1991, sono laureata in Storia dell’arte contemporanea all'Università La Sapienza di Roma; la mia tesi magistrale è pubblicata da Bulzoni (La campana di vetro. Trasformazione della «camera di compensazione per sogni e visioni» nelle pratiche artistiche contemporanee). Dopo uno stage presso una galleria romana e una prima esperienza come curatrice indipendente, attualmente frequento Campo16, il corso per curatori della Fondazione Sandretto Re Rebaudengo di Torino, e collaboro al corso magistrale di Storia dell’arte contemporanea di Antonella Sbrilli (Università La Sapienza, a.a. 2016/2017).

Rispondi