Where do I end and you begin

Shilpa Gupta, Where do I end and you begin, 2012

In occasione della ventesima edizione dei Giochi del Commonwealth, quest’anno con sede a Glasgow, il City Art Centre di Edimburgo ha organizzato un’exhibition a tema. Cinque curatori tra Canada, India, Nuova Zelanda, Sud Africa e Regno Unito hanno collaborato alla selezione di circa venti artisti capaci di rappresentare con i propri lavori le idee, gli ideali e la storia del concetto di “Common” e “Wealth” (‘comune’ e ‘benessere’).

Shilpa Gupta, Where do I end and you begin, 2012

Shilpa Gupta, Where do I end and you begin, 2012
 

Gli artisti provengono da aree geografiche diverse e diversi sono i punti di vista che portano davanti agli occhi di chi osserva. C’è una varietà geografica che ha in sé una imprescindibile pluralità culturale, storica, e di vissuto personale. L’opera di Shilpa Gupta (Mumbai, India) dà il nome all’intera esposizione. E’ un titolo che porta a interrogarsi sulla propria integrità o compattezza personale. Si pensa ai propri confini, fisici ed emotivi, si pensa ai propri margini in quanto persona, allo spazio che sentiamo appartenerci e che non cediamo alla condivisione. Si pensa a un territorio interiore, ma anche a uno concreto, reale, fatto di identità territoriale e di cultura, in cui poniamo noi stessi e non solo. Vediamo un elemento di comunanza, immaginiamo una compattezza realizzata nell’unità, nel sincretismo, nella comunione con il simile, e in quell’esatto momento ci si contrappone a un altro. Il titolo dell’opera non ci fa pensare a ‘zone grigie’, ad aree franche in cui è la mescolanza ad attenuare gli opposti. E’ invece un punto netto tra la fine del mio territorio d’azione e l’inizio del tuo, tra quello che era in mio potere e quello che da questo punto preciso tu puoi fare. E’ il limite oltre il quale la mia storia non si spinge e c’è invece l’inizio della tua.

Mary Sibande, I’m a Lady (2009), photo     Mary Sibande, The Allegory of Growth (2013), mixed media

Mary Sibande, I’m a Lady (2009), photo. Mary Sibande, The Allegory of Growth (2013), mixed media    
 

Gli artisti interrogano la propria storia nazionale o la loro vicenda personale mostrando un Commonwealth passato e presente, tirando fuori idee, sviscerando stereotipi e ricordando tappe di una storia da cui alcuni di noi si sentono senza ragione distanti. L’artista Mary Sibande (Johannesburg, Sud Africa) porta in esposizione la sua celebre ‘Sophie’, – personaggio alter-ego dell’artista, domestica sempre in divisa e grembiule, eroina della quotidianità – in I’m a Lady (2009).  Questa è affiancata dalla recente creazione The Allegory of Growth (2014), in cui la donna è generatrice di elementi estensivi, rami che come arterie naturali la legano con pesantezza alla terra, come alla storia e al generare in sé, e che le permettono al contempo una nuova estensione nel mondo.

Mary Evans, Transplanted, (Primrose), (Hibiscus), 2014

Mary Evans, Transplanted, (Primrose), (Hibiscus), 2014
 

Anche l’artista Mary Evans (Londra, UK) gioca con lo stereotipo della donna dell’epoca coloniale, creando dei fregi – tipici dell’epoca secentesca – in cui ai volti femminili è associato il nome di piante esotiche, nomi che diventeranno di largo uso tra le famiglie coloniali. Masooma Syed (Lahore, Pakistan) gioca invece con la parola spirit (spirito/alcolico) creando dei modellini con dei cartoni per l’imballaggio di superalcolici e ai quali affianca immagini prese da magazine e foto personali dell’artista. Le problematiche legate all’alcolismo – causate spesso dalla dominazione straniera – si miscelano ai bagliori di una cultura dominante che impone se stessa, affascinando e schiacciando, con l’incanto e l’oppressione violenta, seguendo le dinamiche tipiche di una globalizzazione senza regole.

Masooma Syed, Colour Bar, mixed media, 2012

Masooma Syed, Colour Bar, mixed media, 2012
 

Shannon Te Ao (Wellington, New Zealand) è in esibizione con due video installazioni. In Two shoots that stretch far out (2013-14) l’artista declama a coppie di animali di specie diversa un adattamento del canto funebre A Song about Wives (scritta da Matahira, uomo di Ngati Porou, marito di due mogli), riflessione sulla distanza nei rapporti umani. In Follow the Party of the Whale (2013), Te Ao ripercorre allegoricamente le tracce di un Hikoi –  una marcia di protesta che avvenne negli anni ’80 in Nuova Zelanda a favore dei prigionieri Maori.

Shannon Te Ao, Two shoots that stretch far out , Video 13 min 49 sec, 2013-14

Shannon Te Ao, Two shoots that stretch far out , Video 13 min 49 sec, 2013-14
 

La canadese Rebecca Belmore (Winnipeg, Canada) rappresenta con maggiore violenza le lotte dei popoli indigeni, unendo la brutalità della conquista a un ambiguo esotismo. Lista degli artisti presenti: Rebecca Belmore, Kushana Bush, Steve Carr, Mary Evans, Shilpa Gupta, Naeem Mohaiemen, Pascal Grandmaison, Kay Hassan, Gavin Hipkins, Antonia Hirsch, Brian Jungen & Duane Linklater, Uriel Orlow, Emma Rushton & Derek Tyman, Mary Sibande, Arpita Singh, Derek Sullivan, Masooma Syed, Shannon Te Ao, Yvonne Todd.

Rebecca Belmore, Fringe, 2008

Rebecca Belmore, Fringe, 2008
 

Where Do I End And You Begin
1 Agosto – 19 Ottobre
City Art Centre / 2 Market St. Edinburgh EH1 1DE
Lun-Sab : 10am-5pm / Dom: 12-5pm

Claudia Spaziano

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Claudia Spaziano

Laureata a La Sapienza in Letteratura, Musica e Spettacolo, poi in Critica Letteraria, collabora con diverse riviste come art critic e reporter. Nel 2013 ha collaborato come assistente alla galleria Contemporary Art Brussels. Attualmente vive tra Nizza ed Edimburgo studiando International Marketing with Event and Festival Management.

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